STRAGE FERROVIARIA DI VIAREGGIO… 17 ANNI DOPO. A CHE SERVE METTERE MORETTI IN GALERA?

STRAGE FERROVIARIA DI VIAREGGIO… 17 ANNI DOPO. A CHE SERVE METTERE MORETTI IN GALERA?

Viareggio non è una sentenza. È una notte bruciata, trentadue morti, famiglie davanti a un vuoto che nessun verdetto può riempire. Lo dico subito, prima che arrivi il cretino con la bava morale alla bocca pronto ad appendermi al muro: difendi il potente, sputi sulle vittime. No. I morti non si toccano. E proprio per questo non devono servire a vietare una domanda scomoda. A che serve mettere Mauro Moretti in galera?

Non se sia simpatico, non se la sentenza sia giusta o traballante. A che serve. Moretti ha settantadue anni e non è un assassino che domani torna in strada con la pistola: quel reato appartiene a una catena industriale, non alla pulsione di chi esce di casa per fare del male. Se lo Stato lo chiude in cella diciassette anni dopo, non sta restituendo una vita. Sta producendo un’immagine — il corpo del colpevole separato dalla società, la cella come sacramento laico. Il conto però, non si pareggia mai.

La galera è comoda:
chiude il fascicolo
e spegne il cervello

E qui la domanda seria: fino a dove arriva il dovere di controllo di chi comanda una struttura divisa tra società, manutenzioni, deleghe? Stiamo giudicando una condotta o una posizione? Non la si chiude né con il santino del manager perseguitato né con il rutto forcaiolo del “buttate la chiave”. Una società può esigere conti severissimi senza un vecchio in cella — confiscare, interdire, inchiodare pubblicamente una classe dirigente alle sue omissioni — e sarebbe una pena più seria, perché non lascia al condannato un muro dietro cui sparire né alla società le mani lavate. Ma costa fatica. La galera è comoda: chiude il fascicolo e spegne il cervello.

Le vittime, dirà qualcuno. Le vittime meritano verità e risarcimento, uno Stato che impedisca un’altra Viareggio — non uno Stato che arriva diciassette anni dopo con una branda e l’aria soddisfatta di chi ha compiuto il rito. Ma la giustizia non può diventare l’amministrazione penale del lutto, o diventa teologia del castigo con cancelleria allegata.

Che cosa diventa una giustizia che,
non sapendo più riparare il male,
si accontenta di chiudere
un uomo in una stanza?

Ed è buffo, anzi tragico, come su questo destra e sinistra si stringano la mano sotto il tavolo: l’una vuole ordine, l’altra espiazione morale, e Moretti — il dirigente senza l’aura del perseguitato — è perfetto per il rito di entrambe. Mettere in dubbio il carcere per chi ci somiglia è facile. Farlo per chi il pubblico vuole vedere punito è un’altra faccenda. Lì si misura se una posizione è pensiero o riflesso.

Moretti non è un martire. È un condannato. Ma la domanda resta intera: che cosa diventa una giustizia che, non sapendo più riparare il male, si accontenta di chiudere un uomo in una stanza?

Non chiediamoci se Moretti meriti compassione. Chiediamoci se noi meritiamo ancora un’idea di giustizia più alta della cella.

— Aristea