da "ÈLECTO MAGAZINE" Rosanna Romanisio Amerio intervista Miro Renzaglia

da "ÈLECTO MAGAZINE" Rosanna Romanisio Amerio intervista Miro Renzaglia

Comprendere da quale mente sia scaturito Erro ergo sum (Edizioni Solfanelli, 2025) mi è diventata una necessità già alla terza o quarta pagina. Questo libro singolare e, per molti versi, spiazzante ha innescato una forte inquietudine intellettuale: perplessità, dubbi, curiosità che chiedevano risposte. Il bello dei libri scritti da un contemporaneo è che puoi contattare l’autore. Così eccomi qui: provo a svolgere l’impresa, rivolgendo a Miro Renzaglia alcune domande, scelte con fatica da un elenco molto più lungo nato durante la lettura.

Io e Dio

Nel tuo testo si leggono considerazioni che affiancano in dialettica concettuale ‘io’ a ‘Dio’, tipo: ‘E se sapessimo così poco dell’io perché, in fondo in fondo, non c’è molto da sapere?’ e ‘Non sappiamo nulla di Dio, probabilmente perché non c’è nulla da sapere’: stessa situazione e stessa tua considerazione per entrambi quindi? E quale delle due ‘entità’ senti più reale?

La differenza è semplice e netta: dell’io sappiamo poco, di Dio non sappiamo nulla. “Poco” significa che qualcosa lo tocchiamo: l’io come esperienza, come effetto che si lascia vedere nei suoi segni. “Nulla” su Dio significa invece che non abbiamo un oggetto conoscibile nello stesso senso: l’ipotesi resta simbolica, letteraria, spesso usata per tappare buchi interpretativi.
Che cosa so dell’io, allora? Che probabilmente non è lui a pensare; che, più verosimilmente, è un centro locale di raccolta dati, alimentato dal “laboratorio chimico” del corpo, dagli istinti, dalle sollecitazioni esterne e dallo spirito del tempo. E prima ancora della coscienza di sé viene l’errore: l’io nasce anche da lì.

 

Il Signor Adamo

A proposito di Adamo, condannato ‘per aver violato il divieto di accesso in Via della Conoscenza’: «Il trasgressore è lui, senza dubbio, ma l’istigatore è Dio». Andando oltre al fatto che l’avevo pensato anch’io, ma l’ho sempre considerato “cristianamente irriverente”: non credi che l’imputato Adamo abbia comunque avuto l’autonomia e la possibilità di decidere di non infrangere il divieto?

Sì, Adamo aveva la possibilità di non infrangere il divieto. Nel libro è scritto che ogni proibizione presuppone una scelta consapevole. Il punto, però, è a monte.
Se Dio è onnisciente, sa già che quella scelta verrà compiuta. Mettere l’albero al centro del Giardino, carico di attrazione, significa istigare sapendo l’esito. Qui nasce il corto circuito: l’imputato è responsabile, ma il giudice è parte in causa. E la mia provocazione è: sentenza viziata.
E poi: il gesto di Adamo resta fondativo. Dall’errore nasce la coscienza. Senza quella trasgressione non ci sarebbe l’“io”. L’errore non è solo "colpa": è atto inaugurale della conoscenza.

Sul libero arbitrio

Ricordo che scrivi: «Il Dio, creatore di tutto, ha creato anche il male e il dolore. Il libero arbitrio è un’invenzione per assolvere Lui e colpevolizzare l’uomo». Non credi che sia stato proprio un’ottima gestione del tuo “libero arbitro” a darti la direzione per condurre un così attento (benchè a mio avviso cinico e disincantato) esame di questa nostra vita umana?

Nel libro metto in crisi proprio questo slittamento: confondere il libero arbitrio con l’esperienza di scegliere. Scegliamo, certo; nego che quella scelta sia “libera” nel senso teologico-morale con cui serve ad assolvere Dio.
La direzione del mio pensiero non nasce da un libero arbitrio sovrano, ma da vincoli materiali: corpo, storia personale, errori accumulati, letture, urti con il dolore e con il piacere, ecc. Scelgo, sì, ma dentro un campo già tracciato, non da un punto zero. Chiamare “libero arbitrio” questo margine serve a caricare l’uomo di colpa e a scaricare Dio da responsabilità su male e dolore.
Se c’è una libertà che rivendico, è più modesta e concreta: assumere i propri errori, guardarli senza pretendere assoluzioni metafisiche e usarli come strumenti di conoscenza. Non è libertà divina. È responsabilità terrestre.

Tu credi?

Scrivi: «Nessun regista. Tutto qui. Linea tracciata. O ci stai sopra e ti tieni in equilibrio, o torni alle favole». Posto che penso che chiunque si ponga l’idea di Dio, già creda… posso chiederti se, in qualche modo, tu credi?

No, non credo. Dove non c’è esperienza, non mi riesce proprio costruire fedi. La materia che diviene, le combinazioni che nascono e si disfano, il tempo come processo senza fine ultimo: mi bastano per stare in equilibrio. Il “regista” non è necessario.
Scrivo di Dio spesso, ma come si scrive di una grande invenzione umana: una suggestione simbolica, artistica, narrativa. Nominarlo non significa credere che esista da qualche parte. Così come parlare dell’io non significa assumerlo come fondamento sovrano. In entrambi i casi mi interessa l’effetto sul mondo, non l’esistenza metafisica.

E allora l’aldilà?

Scrivi: «Quello che si colloca fuori dal tempo potrebbe essere ciò che non c’è» e «All’uomo non basta vivere: vuole anche sapere perché». Quindi ci neghi pure l’aldilà?

No, non "vi" nego l'aldilà, ci mancherebbe altro. Lo nego a me. Lo nego come risposta sensata all’angoscia del vivere. Ciò che sta fuori dal tempo equivale a ciò che non c’è: chiamarlo Dio o nulla non cambia la sostanza. L’aldilà è una collocazione fuori dal tempo usata per dare continuità a ciò che, per esperienza, finisce. 
Capisco perché l’uomo lo inventa: la morte fa paura, e l’idea di un “dopo” funziona da anestetico e antidolorifico. Ma esta un palliativo. Pensare che un senso postumo riscatti la vita significa svalutare quello che la vita è già mentre accade. Il senso non arriva dopo. È interamente qui, nel tempo che ci costituisce, nel divenire, nell’errore, nella materia che vive e poi si scioglie.
L'alternativa all'aldilà è il nulla? E cosa ci posso fare, io? 

Tradito e/o traditore?

A parte i fatti personali, posso chiederti se tu sei stato mai moralmente o intellettualmente tradito?

 Sì, sono stato tradito. E ho tradito. Ma nel libro provo a spostare il fuoco: il tradimento non è solo un fatto morale o biografico, è una prova di verità. Tradire – o essere traditi – verifica se ciò che pensiamo di essere coincide con ciò che siamo davvero.
Per questo dico che il tradimento non riguarda solo l’altro. Spesso è interno: quando restiamo fedeli a un’immagine di noi che non regge più, quando difendiamo una tradizione, un’idea, un ruolo che abbiamo già smesso di abitare.
Il tradimento fa male perché toglie protezioni simboliche. Ma è anche uno degli strumenti più radicali di conoscenza: fa saltare le maschere, costringe a guardarsi senza alibi. Non assolve. Non consola. Però chiarisce.

Ti senti in colpa?

Possiamo dire che tradire può anche equivalere a creare? E tu, nell’elaborare questo testo, hai intellettualmente e creativamente tradito? Chi o cosa? Te ne senti in colpa, o ad altri ne addossi la colpa?

Sì: tradire può equivalere a creare. Ogni creazione reale nasce da una infedeltà attiva verso ciò che c’era prima. Se non avessimo tradito tradizioni, usi e convinzioni, saremmo rimasti fermi all'età della pietra.
Scrivendo questo testo ho tradito letture ricevute, sistemi chiusi, rassicurazioni metafisiche, anche l’idea di una fedeltà dovuta a un canone “sacro”. E ho tradito pure me stesso: le versioni precedenti di me che non reggevano più.
Non mi sento in colpa. E non addosso la colpa a nessuno. Semplicemente perché nel mio lessico la parola colpa non esiste. Esistono "errore" e "responsabilità". Assumo il tradimento come responsabilità, non come peccato.

Una visione “cinica” dell’anima: come fai?

Con quale animo riesci a concepire una visione così freddamente cinica della vita spirituale umana, cui proprio in questo tuo libro dedichi tanta cura nello scandagliare i segreti?

Non la vivo come una visione cinica, ma come una sottrazione di illusioni. Dire che l’anima è una funzione della materia non impoverisce l’umano: lo riporta dove accade.
Se l’anima è un prodotto del “laboratorio” che chiude con la morte, allora ogni vibrazione che produce mentre è in attività conta di più, non di meno. Nulla è garantito, nulla è eterno: proprio per questo ogni pensiero, ogni amore, ogni errore ha peso.
Scandagliare la vita “spirituale” senza separarla dal corpo significa prenderla sul serio, fino in fondo, senza andare in cerca di premi o assoluzioni. Non è disincanto sterile: è fedeltà alla vita. Finché c'è.

Da quando avevi “in corpo” queste staffilate?

Poiché è evidente che non può nascere dal nulla un testo simile, da quando avevi ‘in corpo’ queste inanellate ‘staffilate’ di pensiero?

Le “staffilate” c’erano già. In modo evidente negli altri due libri che, con questo, chiudono la trilogia: A spese mie e Cane Sciolto. E le poesie di A spese mie risalgono agli anni '80, per dire.  Altrove, a frammenti: sul “tradimento” ho precedenze ampie in La parola a Ezra Pound; su debito e Stato avevo già abbozzato qualcosa in Residui di Stato.
Con Erro ergo sum mi sono dato un compito: portare a compimento quel percorso, ma cambiando pelle al linguaggio - qui prevalentemente aforistico, con condensati poetici e microforme saggistiche. La scelta è stata improvvisa, non calcolata. Tanto che è arrivata pochi mesi dopo una risoluzione opposta: smettere di scrivere, presa in chiusura della mostra di poesia visiva “Za Zza” (2024), dove avevo spinto il viaggio nella parola fino a spogliarla del significato e lasciare al colore anche i residui dei significanti. Cos'altro si può ancora scrivere a questo punto? mi chiesi.La risposta, pressoché spontanea, fu: niente. E, per qualche mese, sono stato perfino contento di essermi tolto da dosso la rogna di scrivere.
Invece, la penna ha preteso di tornare in mano. Anche questo, in fondo, dice qualcosa sulla nostra presunta libertà di decidere o, meglio: sulla capacità di restare fermi sulle nostre decisioni. Come dice giustamente Schopenhauer: «L’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole».

Come ti senti ora?

Pare a me che ogni testo sia stimolo per chi legge, ma anche terapia mentale per chi lo scrive: tu, come ti senti ora?

Non ho mai vissuto la scrittura (né quella mia né quella altrui) come terapia: né in senso esistenziale, né psicologico. E nemmeno in senso morale o consolatorio. Scrivere (e talora anche leggere: penso ai 5 libri da portarmi dietro su un’isola deserta) è sempre stato un corpo a corpo con la parola, per farle dire quello che sa. E da un corpo a corpo del genere è difficile uscire fuori sani. 

a cura di: Rosanna Romanisio Amerio

𝐒𝐜𝐡𝐞𝐝𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨
𝐓𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨: Erro ergo sum
𝐀𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞: Miro Renzaglia
𝐂𝐨𝐥𝐥𝐚𝐧𝐚: “Gli Oleandri”
𝐄𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞: Solfanelli
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𝐈𝐒𝐁𝐍: 978-88-3305-695-2
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