ROBERT JOHNSON, MITOLOGIA E ANARCHIA DEL PIÙ INFLUENTE TROVATORE DI SEMPRE - un libro di Francesco Benozzo
La nuova monografia di Francesco Benozzo su Robert Johnson non è una biografia, né un’agiografia blues. È un atto di ricomposizione mitica: Benozzo usa Johnson come figura-soglia dell’artista moderno — povero, errante, fatto di voci che lo attraversano e di leggende che lo precedono, costretto a diventare personaggio prima ancora che autore. Johnson diventa una lente: mostra come l’arte, in Occidente, nasca insieme a mito, mercato e perdita di controllo sulla propria voce. L’introduzione del volume chiarisce subito il metodo. Johnson non è un “padre” del blues, ma la sua matrice genetica, il genoma che continua a vibrare dentro ogni forma musicale successiva. Benozzo scrive in frammenti numerati — ventisette sezioni come i ventisette anni del musicista — per stratificazioni successive, tra mito, etnografia e poesia. La sua prosa cerca il ritmo del blues stesso: un procedere per ritorni, variazioni, silenzi tra le frasi.
Il libro si apre con la ricostruzione di un’origine povera e errante: il ragazzo del Mississippi che suona nei cimiteri, impara dal suonatore Ike Zimmerman e, in due anni, passa dall’essere deriso per la sua goffaggine a diventare l“uomo del diavolo”. Il crocevia — più che una leggenda — è per Benozzo la cifra simbolica della trasformazione artistica, la soglia in cui il corpo del musicista si fa medium di forze che lo oltrepassano. L’immagine ritorna ossessiva: non un patto, ma una discesa agli inferi, una catabasi che accomuna Johnson ai trovatori medievali, agli sciamani africani e a tutti coloro che hanno “inventato” il linguaggio dei vivi parlando con i morti.
Il richiamo ad Agamben (Creazione e anarchia) serve a mostrare Johnson come artista “senz’opera”, un argos che agisce nei vuoti dell’atto creativo.
La sezione intitolata Fondali e perduranze rilegge Johnson come figura di “anarchia demiurgica”: creatore che non fonda nulla perché l’opera, in lui, resta sempre potenza non compiuta. Il richiamo ad Agamben (Creazione e anarchia) serve a mostrare Johnson come artista “senz’opera”, un argos che agisce nei vuoti dell’atto creativo. È una lettura filosofica ma concretissima: la voce di Johnson, dice Benozzo, è la potenza che non si consuma, l’eco del non-detto.
A questo livello, l’autore inserisce un dispositivo comparativo vastissimo: Paganini come archetipo europeo del musicista demoniaco; Papa Legba come figura africana del guardiano dei crocevia; Rumi come antecedente mistico del dialogo “con Satana” in Me and the Devil Blues. Le analogie non servono a erudire ma a far emergere un filo di continuità tra tradizioni apparentemente lontane: la stessa struttura del patto col diavolo, risalente ai racconti di Teofilo e ai patti raccolti da Arturo Graf, fino al Faust di Goethe.
Qui inizia la vera antologia, che occupa la seconda metà del volume e funziona come uno specchio mitologico. I testi scelti da Benozzo non sono semplici fonti, ma risonanze.
– Jalāl al-Dīn Rūmī, con l’episodio del califfo svegliato da Iblis, mostra il Diavolo come riflesso del divino, non come sua negazione: una prefigurazione del dialogo tra Johnson e il Male.
– Arturo Graf, con il suo saggio I patti col diavolo, fornisce la genealogia letteraria della contrattazione tra uomo e demonio: dal senatore Proterio al Fausto tedesco, fino al “contratto di sangue” che diventa atto poetico.
– Goethe, nell’estratto dal Faust I, offre la lingua dell’accordo, la teatralità del patto, la sua ambiguità legale.
– Il mito di Papa Legba, tratto da Hazzard-Donald, rimette Johnson dentro la matrice afro-caraibica, dove il crocevia è porta tra vivi e morti.
– Eudora Welty descrive il Delta come paesaggio sonoro: pianure di luce e polvere, il respiro caldo da cui nasce il blues.
– Jim Tully, con il suo hoboing sui treni merci, aggiunge la vita nomade e la violenza di strada, la parte più autobiografica di Johnson.
– Carducci, sorprendentemente, compare con Alla stazione (in una mattina d’autunno): la separazione dal volto amato come anticipazione di Love in Vain, la canzone più malinconica di Johnson.
– Carl Sandburg restituisce Chicago come città-macchina, la metropoli dei corpi e del lavoro, dove il blues diventa lingua collettiva.
– Langston Hughes, infine, chiude con La nostra terra, una contro-preghiera che trasforma il dolore dei neri in poesia civile.
La selezione rivela una visione coerente: Johnson come nodo di un continuum mitopoietico che attraversa continenti, religioni e generi. L“anarchia” del titolo non è ribellione romantica, ma mancanza di fondamento: un’arte che non parte da sé e non finisce in sé, un canto che non sa perché esiste e proprio per questo dura.
Johnson come luogo dove
il linguaggio incontra
il proprio limite e lo canta
Benozzo scrive con un tono visionario ma controllato. Ogni pagina alterna ricerca filologica e intuizione lirica, lasciando al lettore la libertà di oscillare tra mito e realtà. L’effetto è una biografia impossibile, o meglio una teologia laica della voce. Nel blues di Johnson, suggerisce l’autore, sopravvive la nostalgia di tutti i linguaggi perduti: dal Mathnawi di Rumi ai campi di cotone di Eudora Welty, fino ai treni merci di Jim Tully e ai cieli industriali di Sandburg.
È raro che una monografia musicale riesca a fondere così organicamente mito, etnografia, poesia e filosofia. Benozzo ci riesce perché considera Johnson non come un “genio del male”, ma come un punto di passaggio: il luogo dove il linguaggio incontra il proprio limite e lo canta.
— 𝐋𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐅𝐨𝐫𝐭𝐞
𝐓𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨: Robert Johnson, mitologia e anarchia del
più grande trovatore di sempre
𝐀𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞: Francesco Benozzo
Copertina: Federico Renzaglia
𝐄𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞: Castel Negrino
𝐂𝐨𝐥𝐥𝐚𝐧𝐚: PreTesti
𝐀𝐧𝐧𝐨: 2022
𝐏𝐚𝐠𝐢𝐧𝐞: 96
𝐏𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨: € 14,15
𝐀𝐜𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐨: QUI