QUEL CHE NON DICO LO SCRIVO - un libro di Rosanna Romanisio Amerio
La poesia arriva così: come un urlo che sfonda, un canto che sale, un sospiro che resta lì a vibrare, un’attesa che ti tiene desto. Arriva nella preghiera detta quando il buio stringe, nel grazie che ti prende il petto nei giorni chiari, nell’incanto minuto di un fiore, nel vento ascoltato come si ascolta un segnale, nel ricordo che riapre il tempo, nel dolore che scava la mente, in quella verità che per un attimo si lascia vedere da dentro, nello strappo improvviso che apre il nero e lascia intravedere un pezzo del disegno. A quel punto bisogna scrivere. Subito. Prima che il lampo si richiuda e la vita torni a passare con il suo passo cieco. La poesia è questo: entrare nella propria fenditura e strappare da lì una parola viva. Chi scrive deve farsi trovare pronto.
All’inizio, la raccolta Quel che non dico lo scrivo di Rosanna Romanisio Amerio si guarda nascere. La parola, parafrasata in apertura (Cos’è una poesia?), torna sulla propria sorgente, misura il punto in cui si accende e il punto in cui rischia di perdersi. Ne esce una creatura che prende coscienza di sé: scrivere non appare come esercizio o ornamento, ma come gesto necessario dentro la dispersione. Grido, preghiera, ricordo, intuizione, urgenza: tutto converge lì, nel bisogno di afferrare ciò che sta per svanire. Per questo il testo d’apertura vale come miniatura dell’intero.
Ne esce una creatura che prende
coscienza di sé: scrivere non appare
come esercizio o ornamento,
ma come gesto necessario
dentro la dispersione
«Com’io fossi io» si impone come il punto in cui il libro si stringe di più. Non lo si può usare come formula conclusiva, ma lì il suo nodo prende forma con più nettezza e torna poi a riflettersi negli altri testi, in figure diverse. Lì la distanza prende corpo: fra immagine e presenza, fra voce sociale e io ritratto, fra il soggetto che appare e quello che spasima per tornare a sé. Lo stesso Pierfranco Bruni, nella Presentazione, avverte il nodo irrisolto fra sé e io che calca la pagina e lo certifica: «Entrare in quel rapporto che è l’enigma di noi stessi e l’abisso che abitiamo».
Orfana del mio essere – il titolo del testo che lo contiene – indirizza subito la lettura oltre una semplice crisi dell’io. Non manca soltanto un’identità; manca una dimora nell’essere che pure continua a venir detto come proprio. Il possessivo «mio» tenta ancora di trattenere ciò che nomina, ma così ne scopre meglio la perdita. In nuce, c’è già qui tutto il movimento di «com’io fossi io»: una prossimità a sé che non coincide più — o mai, o talvolta, o non sempre — con sé.
E, allora, rivediamolo da dentro quel «com’io fossi io».
Il «come» non avvicina: incrina. Tiene i due termini nello spazio minimo di una somiglianza forzata, di una presenza supposta, di una coincidenza che il verso nomina proprio mentre la perde. L’io entra già velato, già spostato di lato, già trattato come figura sufficiente da chi guarda senza vedere. Non identità: approssimazione. Non presenza: sagoma creduta abitabile.
«Fossi» porta l’essere fuori dalla sua durezza assertiva. Sul piano della forma grammaticale è un congiuntivo imperfetto. Sul piano del valore sintattico e semantico, però, il verso lavora come un “come se” ellittico: «com’io fossi io» vale come “come se io fossi io”. I due «io», quindi, non coincidono. Il primo è l’io esposto alla scena, nominato e raggiunto dalla relazione: «presto, indossalo, / fai finta un po’ / parla, ascolta, / prendi un’aria un poco assorta...» (Indossa un tuo sorriso). Il secondo è l’io presunto pieno, quello che dovrebbe garantire la corrispondenza fra figura e presenza: «uno a caso, guarda, questo! / è modesto e può sembrare intelligente» (Indossa un tuo sorriso). Ma proprio lì si apre il vuoto: «oggi così / con un vuoto dentro / stessa immagine di qualche giorno fa / in verso rovesciato» (Chi lo sa lo sa). È la realtà che gli altri credono davanti a sé e che il testo sottrae.
L’immagine dell’io
basta al mondo;
all’io non basta più
In questa torsione il mondo intero sbaglia bersaglio. Si rivolge a una figura disponibile — quella che incontra, parla, saluta, lavora, vive — e la scambia per il soggetto: «allora di nascosto sono io / sotto sotto e in fondo / e fuori beccatevi la maschera» (Di nascosto). L’errore non è psicologico. È ontologico. Il funzionamento prende il posto della presenza. L’immagine dell’io basta al mondo; all’io non basta più.
Qui cedono insieme una vecchia idea del soggetto e una vecchia idea del suo abitare. Nessun luogo assicura più una presenza piena: «annusando ovunque l’odore di casa / alla ricerca / del ritorno a quel che eravamo» (Anime vaghe siamo). Gli altri parlano come se il volto fosse casa, come se la voce bastasse a provare una dimora. Ma il soggetto è altrove, sottratto, dislocato, estraneo.
Resta una tautologia fallita. E proprio lì il verso diventa vero. L’identico non coincide con l’uguale, il soggetto non coincide con sé, la parola non coincide con ciò che nomina. «Com’io fossi io» non descrive una crisi: la vive nel movimento della penna che scrive.
— Miro Renzaglia
Scheda libro
Titolo: Quel che non dico lo scrivo
Autrice: Rosanna Romanisio Amerio
Presentazione di: Pierfranco Bruni
Editore: Edizioni Tabula fati
Anno: 2026
Pagine: 62
Prezzo: € 8,00
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