PASSEGGIATE ANARCHICHE - un libro di Valentina D'Addazio
Milano, 6–9 maggio 1898: moti del pane, aumento dei prezzi, barricate, stato d’assedio. L’esercito spara sulla folla; cannonate e mitraglia in città. Il bilancio ufficiale parla di 80 morti, 450 feriti, circa 2.000 arresti; il re arriva perfino a decorare Bava Beccaris. Da lì la scia corre al 29 luglio 1900: Gaetano Bresci uccide Umberto I a Monza, anche come risposta a quella repressione.
Con queste coordinate si apre il libro: Abruzzo interno — Sulmona, Popoli, Raiano — e, a seguire, la rotta dell’emigrazione verso gli Stati Uniti, fino a New York. L’Italia tra fine Ottocento e primo Novecento fa da cornice, fino agli anni Trenta, fra repressione statale, nascita del movimento operaio organizzato, emigrazione di massa e fascismo. Carlo Tresca, Virgilia D’Andrea e Umberto Postiglione entrano in scena dentro questo arco come traiettorie segnate da povertà strutturale, lavoro politico minuto, carcere ed esilio. Il testo dichiara un dato esplicito: «Pur non essendosi mai incontrati», i tre segnano, in modi diversi, un pezzo di storia del movimento libertario. Il movimento procede per reti e iniziative, senza un centro unico. Qui la libertà si misura in conseguenze. L’enunciazione teorica resta sullo sfondo. L’anarchia che emerge evita il registro della dottrina e del mito; è una pratica che consuma tempo, espone al rischio, produce conflitto.
Carlo Tresca, Virgilia D’Andrea e Umberto Postiglione entrano in scena dentro questo arco come traiettorie segnate da povertà strutturale, lavoro politico minuto, carcere ed esilio.
La prefazione di Alice Rifelli imposta subito il tono e indica una chiave di lettura. Parte da Gabriela Mistral, maestra rurale e voce civile, e usa quell’immagine per entrare in D’Andrea: educazione, parola pubblica, responsabilità verso i più esposti. Da lì mette a fuoco tre fili che tornano in tutto il volume: lotta alle diseguaglianze, scrittura come spazio di denuncia, migrazione. Il conflitto diaspora/restanza viene trattato come esperienza concreta, con una domanda semplice: cosa significa tornare, quando tornare è possibile.
Il primo elemento che tiene il libro è la concretezza. La libertà costa: processi, carcere, censure, espulsioni, fughe. I giornali sono traccia e arma. «Il Germe», «La Locomotiva», «Veglia», «L’Avanti!» diventano luoghi di esposizione pubblica: la parola produce conseguenze materiali. Tresca usa la stampa per colpire notabili, polizia, monarchia. D’Andrea porta la scrittura sul palco dei comizi, parla di emancipazione alle braccianti e alle lavoratrici della terra, spinge verso istruzione e organizzazione. Postiglione traduce la militanza in strumenti educativi, scuola elementare, teatro sociale, Casa del Popolo come centro di alfabetizzazione. Dentro questa triangolazione le figure vengono trattate con misura: Tresca conserva un’aggressività polemica che l’esilio non addomestica; D’Andrea compie un salto verso la parola pubblica e l’organizzazione, soprattutto femminile; Postiglione insiste sul tempo lungo della formazione e dell’auto‑educazione. Nessuno diventa modello; l’incompletezza resta in campo.
Qui prende forma come disciplina quotidiana: lavoro paziente sui dispositivi minimi, comizi, scuole, teatri, tipografie, case del popolo. Il libro insiste su questa scala senza indulgere nel folklore. La politica passa per le soglie. Il Teatro Comunale di Popoli, la Santissima Annunziata, la Casa del Popolo di Raiano diventano punti di condensazione del conflitto, spazi in cui la parola si fa corpo e il corpo diventa collettivo. La storia procede in prospettiva ravvicinata, per passi e per luoghi.
Secondo asse: il movimento. Partire, restare, tornare. Tresca e D’Andrea finiscono in esilio e restano oltreoceano; Postiglione emigra negli Stati Uniti e poi torna in Abruzzo. L’Abruzzo funziona da nodo irrisolto che espelle e trattiene.
Secondo asse: il movimento. Partire, restare, tornare. Tresca e D’Andrea finiscono in esilio e restano oltreoceano; Postiglione emigra negli Stati Uniti e poi torna in Abruzzo. L’Abruzzo funziona da nodo irrisolto che espelle e trattiene. L’esperienza americana riformula l’origine. Tornare significa portare indietro pratiche, linguaggi, ferite. Migrazione e restanza sono entrambe condizioni strutturali della militanza. L’utopia assume così una forma situata, locale, riconoscibile, priva di qualsiasi aura astratta.
La struttura del libro riflette questa impostazione. Contesto storico, biografie, itinerari, documenti e luoghi vengono montati in sequenza ravvicinata e si richiamano a distanza. Ogni passaggio aggiunge un tassello preciso: un episodio, un indirizzo, una pagina di giornale, un frammento d’archivio. Il libro si legge anche camminando: per ciascuna figura propone tappe e indirizzi da raggiungere, un itinerario civile che accompagna la ricostruzione storica. L’apparato iconografico segue la stessa logica: mappe dei percorsi, fotografie d’epoca, scatti sul territorio e dei segni materiali (busti, lapidi, murales) che fissano la memoria nel paesaggio. Il montaggio costruisce una rete di toponimi e carte, in cui i materiali si parlano. Il risultato è una mappa operativa che rende visibile come il movimento libertario abbia funzionato nella realtà quotidiana, con regole pratiche, abitudini, rischi, prima della cristallizzazione ideologica. La scelta di lavorare sugli archivi e sui luoghi mantiene il racconto ancorato alla materia e impedisce ogni deriva agiografica.
In chiusura, il testo rende evidente che l’anarchia, in questo tratto di Novecento, ha significato costruire spazi, sostenere il prezzo della parola, vivere nell’attrito continuo fra desiderio di libertà e vincoli storici. Un’aspirazione semplice e difficile, che non trova soluzione e continua a operare proprio nella sua irrisolutezza.
Il testo rende evidente che l’anarchia, in questo tratto di Novecento, ha significato costruire spazi, sostenere il prezzo della parola, vivere nell’attrito continuo fra desiderio di libertà e vincoli storici
Resta un ultimo elemento: il rapporto tra tempo politico e tempo umano. Qui l’anarchia lavora su una durata instabile, fatta di accumuli lenti, di tentativi, di fallimenti che non si chiudono in bilancio. Il cambiamento di cui parlano queste pagine è l’emancipazione concreta: alfabetizzazione, organizzazione, autonomia. Si misura in avanzamenti minimi, spesso reversibili, affidati alla continuità dei gesti.
Il presente entra senza analogie forzate. Le figure restano nella loro distanza storica, e proprio questa distanza illumina un problema pratico: una libertà individualista che costruisce spazi comuni; una militanza ai margini delle istituzioni che deve comunque durare.
In questa capacità di tenere aperta la domanda sta il valore del volume. Il testo evita modelli da replicare e lezioni pronte. Restituisce un’esperienza storica concreta, fatta di corpi esposti e di parole che hanno pagato un prezzo.
— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮
𝐒𝐜𝐡𝐞𝐝𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨
𝐓𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨: Passeggiate anarchiche. In Abruzzo sulle orme di Virgilia D’Andrea, Carlo Tresca e Umberto Postiglione
𝐀𝐮𝐭𝐫𝐢𝐜𝐞: Valentina D’Addazio
𝐏𝐫𝐞𝐟𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: Alice Rifelli
𝐄𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞: Ianieri Edizioni
𝐂𝐨𝐥𝐥𝐚𝐧𝐚: Comete. Scie d’Abruzzo – Abruzzo letterario
𝐄𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 2025
𝐏𝐚𝐠𝐢𝐧𝐞: 124
𝐈𝐒𝐁𝐍: 979-12-5488-087-6
𝐏𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨: € 18,00
𝐀𝐜𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐨: QUI