ORBÁN. L’ARIETE DI TRUMP E PUTIN CONTRO L’EUROPA - domani le elezioni ungheresi

ORBÁN. L’ARIETE DI TRUMP E PUTIN CONTRO L’EUROPA - domani le elezioni ungheresi

Ho davanti la mappa d’Europa e ci tengo sopra il palmo come si fa quando una carta sul tavolo rischia di alzarsi col vento. È questo, ormai, il punto. Domani l’Ungheria vota, e il voto ungherese pesa molto oltre Budapest: misura la forza di Orbán, ma anche la capacità dell’Europa di respingere chi la usa come piattaforma e la colpisce come bersaglio. Tenere ferma l’Europa mentre da fuori la colpiscono e da dentro le piantano un ariete nel fianco. Quell’ariete si chiama Viktor Orbán. E attorno a lui, con una chiarezza persino oscena, si sono mossi nelle ultime settimane la Russia e l’Amministrazione Trump. Mosca gli costruisce il rumore di fondo, gli soffia addosso la solita nube di disinformazione, di paura, di rancore antisanzioni e antiucraino. Washington lo benedice, lo incoraggia, lo presenta come il campione della “sovranità” contro Bruxelles. Quando due potenze che dicono di combattersi si ritrovano a investire sullo stesso uomo, io smetto di parlare di coincidenza folkloristica e comincio a parlare di interesse strategico.

Orbán prende i soldi dell’Unione,
ne sabota la linea politica
e offre a Washington e al Cremlino
il miglior varco per colpire
Bruxelles dall’interno

Trump e il suo blocco politico hanno capito che Orbán è il laboratorio europeo di una destra che vuole un continente spezzato, litigioso, incapace di diventare potenza politica. Non serve occupare l’Europa: basta svuotarla. Basta moltiplicare i governi che usano l’Unione come cassa, come mercato, come ombrello regolativo, e insieme la trattano come un nemico da sabotare dall’interno. Orbán è questo modello portato a sistema. Incassa i benefici materiali dell’appartenenza, sfrutta il peso del mercato unico, usa i fondi europei quando arrivano o li brandisce quando vengono congelati, poi si mette di traverso su Ucraina, aiuti, sanzioni, politica estera, stato di diritto. È il capofila degli euroscettici che non vogliono uscire dall’Unione: vogliono restarci abbastanza da prenderne i vantaggi e bloccarne ogni salto politico.

Qui entra Mosca, e ci entra con il suo metodo preferito: sporcare l’aria. Narrazioni filorusse rilanciate nei canali social, campagne che dipingono Bruxelles come una minaccia alla sovranità ungherese, insinuazioni sul voto, martellamento continuo sul rischio di essere trascinati nella guerra, uso sistematico della paura come collante politico. È il vecchio arsenale del Cremlino aggiornato al lessico della piattaforma. E qui entra anche Trump, con una volgarità imperiale persino più scoperta: endorsement pubblico, emissari a Budapest, segnali politici ed economici pensati per far capire che l’uomo di Washington in Europa orientale è Orbán. Nessun pudore istituzionale, nessuna distanza diplomatica: la Casa Bianca trumpiana si comporta come se avesse il diritto di scegliere il proprio prefetto ideologico nel cuore dell’Unione. La partita ungherese supera l’Ungheria: qui si misura se dentro l’UE può consolidarsi una cintura di governi pronti a frenare l’integrazione europea.

Chi difende Orbán in nome
dell’“Europa delle nazioni”
sta già preparando un continente
di nazioni sole, deboli, comprate.

E allora basta con la favola pigra dell’“euroscetticismo” come opinione legittima fra le altre. Qui siamo oltre. Qui c’è una linea politica che usa la democrazia per svuotare le garanzie liberali, usa la nazione per coprire reti di potere, usa la retorica della libertà per limitare stampa, opposizione, università, società civile. E soprattutto usa l’Europa come un bancomat da insultare. Questa è la parte che mi fa stringere i denti. Perché l’Unione, con tutta la sua lentezza, con tutta la sua burocrazia, con tutta la sua esasperante prudenza, resta l’unico spazio politico europeo capace di porre condizioni, congelare fondi, pretendere regole, legare il denaro pubblico a una minima idea di legalità comune. Senza questa cornice, Orbán sarebbe ancora più forte. Ecco perché Trump e Mosca hanno interesse a delegittimarla: perché l’UE, quando smette di chiedere scusa per esistere, è l’unico argine reale alla conversione dell’Europa in un arcipelago di regimi cinici, ricattabili, verticali.

Io non ho nessuna pazienza per chi continua a trattare Bruxelles come il problema principale mentre il problema sta passando dalla porta con la cravatta patriottica e la mano tesa verso il Cremlino. L’Europa ha difetti enormi. Ha esitazioni, divisioni, codardie, compromessi che fanno venire la febbre. Li vedo benissimo. Però so contare i nemici. Capisco allora che l’Unione Europea resta il bersaglio giusto perché resta l’ostacolo vero. Per questo oggi la linea dev’essere brutale nella sua limpidezza: stare con l’Europa, pretendere più unità politica, più fermezza, più integrazione, più capacità di colpire chi prende dall’Unione e lavora per mutilarla. Il mio gesto, alla fine, resta lo stesso: il palmopiantato sulla carta d’Europa, per tenerla ferma mentre i suoi demolitori la scavano da fuori e la rosicchiano da dentro. Chi difende Orbán in nome dell’“Europa delle nazioni” sta già preparando un continente di nazioni sole, deboli, comprate. E io, a quel continente, la porta la chiudo in faccia.

— Aristea