NIETZSCHE, FINALISMO E STORIA - un libro di Pierre Chassard
Forse Heidegger aveva visto giusto: Nietzsche resta dentro la metafisica proprio mentre la contesta. Il fine cade dal Cielo, poi rispunta come scopo terrestre, come criterio umano. Chassard sta tutto in questa cucitura.
Chassard lavora su una parola che sembra semplice e invece è bifronte: finalismo. Da una parte il fine come garanzia universale, provvidenza travestita, senso già scritto. Dall’altra i fini come orientamenti locali, tagli prospettici, gerarchie che emergono dentro il divenire. Il libro è forte quando prende di mira il primo volto. Diventa ambiguo, e per questo interessante, quando deve fare i conti con il secondo.
Quella che il prefatore Lorenzo Di Chiara chiama pars destruens funziona perché è un detergente: segue il finalismo nella sua migrazione, lo insegue dalla teologia alla filosofia della storia, lo riconosce nei lessici moderni del progresso, nelle “leggi” che si spacciano per necessità. Una storia con un fine garantito produce sempre un retrobottega morale. La storia diventa tribunale, i fatti diventano prove, il presente diventa anticamera del “poi”.
Una storia con un fine
garantito produce sempre
un retrobottega morale
È qui che Chassard colpisce meglio: quando lega l’innocenza del divenire all’esclusione delle finalità. Il divenire resta divenire, senza intenzioni finali, senza obiettivi cosmici, senza “senso” che scende dall’alto. La frase-lama sul divieto di introdurre una fine in una filosofia dell’innocenza prende la mira sul cuore della metafisica: il fine come valore supremo che riorganizza tutto e riporta la vecchia divisione tra essere e divenire. «Non si può quindi introdurre alcuna fine in una filosofia dell’innocenza». La prima metà del libro vale per questa pulizia: taglia la nostalgia del compimento.
Poi succede la cosa tipica dei testi che vogliono essere più di un commento: la critica, da sola, non basta. Chassard non si accontenta di togliere la teleologia universale. Tenta un dispositivo esplicativo: capire perché la storia, pur senza fine, assomiglia continuamente a una macchina finalizzata. E, mentre spiega, mette già in moto il meccanismo che rischia di ricrearla. Qui entra la nozione decisiva delle finalità apparenti. «…un ordine di gerarchia… finisce per suscitare l’apparenza di un ordine di mezzo e fine». Il divenire manca di volontà e tuttavia produce configurazioni che sembrano progetto. L’intenzione cosmica scompare; resta organizzazione locale. La Provvidenza esce di scena; entrano centri di forza che ordinano, selezionano, stabilizzano. Il dogma viene espulso; resta un’illusione realistica. La teleologia viene espulsa, l’effetto resta.
Questa torsione spiega anche perché il libro si premura di complicare l’equazione “eterno ritorno = determinismo”. In una nota, proprio per evitare la caricatura meccanicista, compare un richiamo all’indeterminazione quantistica (Schrödinger, Many Worlds): il singolo evento non è “già scritto”, anche quando emergono regolarità statistiche. Entrano contingenza, colpi di fortuna, finestre decisive, una logica del momento opportuno. La storia non è un nastro identico che si riavvolge in modo meccanico: è un campo che ripropone possibilità e attriti, e la ripetizione riguarda le strutture del divenire più che la copia carbone degli eventi. Qui Chassard è più sottile di quanto la sua fama suggerisca: difende un ritorno che lascia spazio alla scelta e insieme la inchioda a ciò che si è.
Lo Ziel (scopo) del superuomo
cambia la temperatura del libro:
la porta sul Cielo resta chiusa,
quella sul fine terrestre si apre
Nella seconda metà — quella che, sempre Di Chiara, leggerebbe come pars construens — il punto critico arriva quando il testo decide di chiamare per nome lo scopo. La formula tedesca sullo Ziel (scopo) del superuomo, e il comando zarathustriano sul “senso della terra”, cambiano la temperatura del libro: «Der Übermensch ist der Sinn der Erde» (Il superuomo è il senso della terra). La porta sul Cielo resta chiusa, la porta sul fine terrestre si apre. «Nicht ‘Menschenheit’, sondern Übermensch ist das Ziel» (Lo scopo è il superuomo, non “l’umanità”). Qui il discorso cambia natura: dal divieto di una finalità universale passa a uno scopo immanente, un orientamento antropologico per chi agisce. Portata umana, il cosmo resta fuori.
La costruzione, così, smette di essere solo “storia senza finalità universale” e diventa storia con una selezione. Lì la parola che pesa davvero è Zucht (allevamento/selezione): scelta del tipo, disciplina. «Tutta la sua dottrina sovrumanista si concentra su un solo termine: Zucht». Emergono, allora, due linee che si intrecciano e si graffiano. Da un lato l’innocenza del divenire, che vieta fini supremi. Dall’altro un orientamento che stabilisce un fine pratico e lo difende come necessità interna alla vita: il superamento come senso, il ponte come figura, il sacrificio creatore come linguaggio. In mezzo, la frattura politica: chi “fa” la storia e chi la subisce, pochi soggetti-ponte, molti come materiale. È il punto in cui l’antifinalismo si trasforma in gerarchia senza teologia. «ci sono due tipi…: quelli che fanno la storia e quelli che la subiscono»; e, per i pochi, «formano una sorta di ponte sull’oscuro fiume del divenire».
Qui si vede l’attrito. Il libro dice che una filosofia dell’innocenza non ammette fini, e poi costruisce uno Ziel. La difesa possibile è già scritta tra le righe: l’innocenza riguarda il divenire in quanto tale, lo scopo riguarda l’uomo che deve fissarsi un orientamento. L’obiezione resta in piedi: quando lo scopo prende la forma di un tipo umano superiore, il fine smette di essere solo “locale”. Diventa misura, criterio, selettore. Cambia nome, conserva funzione.
Se cerchi un
antifinalismo radicale,
lo trovi in Leopardi
Per questo Chassard è utile e anche pericoloso. Utile: perché costringe a vedere il finalismo dove si crede di averlo superato, e a riconoscere che il progresso è spesso una Provvidenza laica. Pericoloso: perché, una volta tolto il finalismo universale, rimette in pista un finalismo antropologico che chiede disciplina, selezione, gerarchia, e lo presenta come fedeltà alla Terra. La teologia viene smontata, il bisogno di direzione trova un’altra lingua.
Il libro resta così: una lama che taglia e una cucitura che tira. La prima metà libera il divenire dal tribunale. La seconda metà prova a dare al divenire un criterio umano, e nel farlo riporta sulla scena la parola che aveva espulso: fine. La questione non è se Chassard “tradisca” Nietzsche. La questione è se questa mossa sia la più nietzscheana di tutte.
Se l’asticella la vuoi alzare davvero, se cerchi un antifinalismo radicale, lo trovi in Leopardi: natura indifferente, storiasenza riscatto, dolore senza contropartita, una lucidità che non cerca appigli né compensazioni. Il finalismo qui non trova presa: manca il fine universale, manca anche il surrogato terrestre che lo renda abitabile. E proprio per questo, quando nel divenire ricompare uno scopo, l’innocenza va a farsi di nuovo giudicare dentro qualche tribunale. Che sia storico o celeste cambia poco.
— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮
Scheda libro
Titolo: Nietzsche, finalismo e storia
Autore: Pierre Chassard
Prefazione: Lorenzo Di Chiara
Traduzione:Stefano Vaj
Editore: Moira, 2026
Titolo originale: Nietzsche. Finalisme et histoire (Mengal, Bruxelles, 1998) Pagine:252
ISBN: 9798245125237
Prezzo: € 20,00
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