NICK CAVE, PREGHIERE DI FUOCO E BALLATE ASSASSINE
Nick Cave. Preghiere di fuoco e ballate assassine, scritto da Marco Petrelli, assume fino in fondo il carattere composito di Cave, la sua grammatica biblica, il suo archivio di immagini, la sua fame di letteratura. Cave appartiene a quella specie di autori che si lasciano capire davvero solo quando si osserva il modo in cui una voce assorbe testi lontani e li costringe a convivere nello stesso corpo.
Si parte dal padre come figura che tiene insieme disciplina del linguaggio, prestigio della letteratura, trauma, imitazione e sfida. Colin Cave resta una presenza che istruisce e ferisce, impone il peso dello stile e insieme apre il varco del mito. Da lì il libro trova la sua temperatura migliore: mostra la pressione che il padre, la Bibbia, il lutto, la violenza e la costruzione del mito esercitano sulla scrittura. La Bibbia di Re Giacomo, Lolita, Delitto e castigo, Shakespeare, il gotico americano arrivano come materiali che hanno lasciato una traccia nella sintassi emotiva di un autore.
Il centro vero del saggio sta proprio qui, nella perdita che cerca una lingua e nella lingua che per reggere deve caricarsi di immagini assolute.
Cave sembra scrivere sempre
dal bordo di una fenditura,
dentro una forma severa
attraversata dal caos,
dal delitto, dalla caricatura,
dal grottesco
Petrelli conosce bene il territorio che attraversa: una mappa ampia, che include il Southern Gothic, l’Australia del bush, la murder ballad, il cinema, il western, il gotico come categoria teorica, la topografia interiore di Wangaratta, i riferimenti al lutto, le genealogie del sacro e del barbarico. Cave è un autore che ama l’eccesso e il libro sceglie intelligentemente di non normalizzarlo, ma di lasciarne aperta la costellazione.
Nelle pagine finali dell’introduzione affiora un altro Cave: meno trattenuto dalle ascendenze, più esposto al lutto, più vicino a una parola che serve anzitutto a restare. Il libro arriva a Skeleton Tree e Ghosteen, e lì tocca un punto delicato: la scrittura come pratica di permanenza, come tentativo di abitare la ferita senza chiuderla.
La costruzione mitica, la teatralità,
l’iconografia del peccato
e della dannazione arretrano,
e la parola è costretta a misurarsi
con ferite senza scenografia
È a questo punto che l’antologia smette di fare da appendice e diventa il banco reale del volume. La scelta dei testi dice molto più di qualsiasi dichiarazione di metodo. Ci sono i libri dello stesso Cave, poi la Bibbia, poi Nabokov, Dostoevskij, Twain, Poe, Pinter, Faulkner, O’Connor, Sherwood Anderson, Milton, le murder ballads, Shakespeare, Ondaatje. Quei testi restano ancora addosso alla voce: nel ritmo, nelle immagini, nelle scene, nelle ossessioni. L’antologia li lascia vicini, senza trasformarli in semplice repertorio di fonti.
La selezione piega con decisione verso il Cave delle origini profonde e delle forme che ne hanno temprato la voce. Il Cave degli ultimi anni entra in questa costellazione con un peso diverso: una parola più spoglia, più esposta, più prossima a una forma di interlocuzione pubblica. È una scelta coerente con l’impianto del libro, che tiene al centro il lungo lavorio da cui quella voce è uscita.
Una biblioteca prende fuoco.
E da quel fuoco, qualche volta,
esce una lingua
Il volume resta fedele alla propria linea: leggere un autore attraverso la sua biblioteca vivente, seguendo il punto in cui stile, trauma, sacro, violenza e desiderio di forma entrano nella stessa voce.
Alla fine resta proprio questo: un lavoro serio, colto, partecipe, che entra in Nick Cave dal lato giusto, quello della voce e dei testi che l’hanno nutrita, e che trova nell’antologia la sua verifica più convincente. Più che riassumere Cave, il libro ne restituisce la materia viva.
— Laura Forte
Scheda libro
Titolo: Nick Cave. Preghiere di fuoco e ballate assassine
Autore: Marco Petrelli
Editore: Castel Negrino
Collana: PreTesti
Anno: 2021
Pagine: 162
Prezzo: € 14,90
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