MONOCORDI- un libro di Ghiannis Ritsos

MONOCORDI- un libro di Ghiannis Ritsos

Quando si parla di poesia greca c’è un involontario pregiudizio che ci rimanda al mondo classico di OmeroTirteoSaffoAlceo e Anacreonte, vissuti ben prima di Cristo e tramandati nei secoli. Immortali poeti che ancora oggi ci fanno volgere lo sguardo al passato.

Ma se guariamo da questo torcicollo vizioso e ci rivolgiamo all’oggi, inteso come la poesia greca dal diciannovesimo secolo in poi, scopriamo una realtà diversa. C’è una continuità che dai giganti del passato arriva fino ai giganti dei nostri tempi. A cominciare dal più famoso dei contemporanei, Kavafis, che ha riesumato in forme neoclassiche la lingua e gli argomenti antichi, reinventando formule che si pensavano morte e non più rivitalizzabili. Per finire con SolomosSikelianosSeferisElitisNikos Pappas e Rita Boumi-Pappas, mia prozia: una costellazione di voci, registri, tonalità e persistenze che fuori dai confini nazionali restano troppo spesso in ombra. L’editore Crocetti si è preso meritoriamente la briga di tradurli, pubblicarli, rilanciarli e portarli in Italia. Di questi è uscito di recente un piccolo volume di Ghiannis Ritsos dal titolo oscuro, evocativo, essenziale: Monocordi.

Un poema epico continuazione
ideale e moderna della prima
e inimitabile Odissea

Si tratta di una raccolta di 336 poesie, ciascuna composta da un solo verso, e già questa scelta formale dice molto della sua natura. Quando l’ho avuto tra le mani, mi sono detto che questa raccolta costituisce l’Omega della poesia greca contemporanea, e la mente mi è andata a quell’opera di Kazantzakis che ha per titolo Odissea e che ne costituisce l’Alfa. Un poema epico che vuole essere la continuazione ideale e moderna della prima e inimitabile Odissea. Un’opera fluviale di 33.333 versi, nella quale ci si può annegare se non si ha prima l’accortezza di imparare a nuotare per procedere nella lettura e di stare a galla, facendo il morto, per riposarsi. Da un poema sterminato, l’Alfa; per sottrazioni successive, a poesie di un solo verso, l’Omega. Un punto d’arrivo, una chiusura ideale del cerchio, con precedenti illustri. L’haiku giapponese, estremamente sintetico, ha una forza rappacificante nella sua caducità che tende all’annientamento; e una parte della poesia ermetica fa della frammentazione un proprio punto di forza, per fissare un momento, l’attimo crocifisso alla ruota del tempo.

Monocordi si inseriscono in questo solco, ma rappresentano una forma di poesia sapienzialeoracolare, spogliata degli orpelli di cui talvolta la poesia ama ricoprirsi. Qui tutto si condensa in una folgorazione criptica che mette a dura prova il lettore, chiamato a trarre da poche parole un senso necessario alla comprensione dell’autore e di sé stesso. Talvolta si è tentati di dire che è tutto un gioco, un puro enigma, qualcosa di arbitrario e privo di senso. Bisogna però avere pazienza con il testo, perché è Ritsos stesso che, alla fine, ci mette sulla strada giusta e ci prepara a una rilettura più lenta e più profonda. Recita infatti il monocordo 336, proprio l’ultimo: «Sappi, questi monocordi sono le mie chiavi. Prendili». Il poeta si mette al servizio del lettore offrendosi, e quel «le mie chiavi» serve a comprendere il poeta, certo, ma ancora di più a indagare noi stessi, ad accedere a un mondo che può disvelarsi solo se usiamo queste poesie come vaticini. Risposte, dunque, ai nostri quesiti. Quesiti che, in mancanza di una nostra domanda, lascerebbero muto l’oracolo e sterile ogni lettura.

Il monocordo è un antico 
strumento musicale 
a una sola corda che,
per similitudine,
descrive le poesie della raccolta.

A partire dal titolo è tutta un’investigazione. Il monocordo è un antico strumento musicale a una sola corda che, per similitudine, descrive le poesie della raccolta. Richiama il mondo antico, eppure resta moderno perché è ancora in grado di vibrare. È quindi un ponte tra l’antichità e noi, e ci dice che, per poter palpitare, ha bisogno di essere sollecitato. Il lettore viene invitato a essere parte attiva della creazione poetica. Da qui l’uso di una forma criptica di linguaggio, che nasconde il senso — o i sensi — dietro poche parole, nella maniera più difficile del mascheramento: la dissimulazione. Come quando i nostri avi andavano a Delfi, bisogna incamminarsi, lasciare un’offerta, domandare all’oracolo, ascoltare la risposta e interpretarne il senso. Un percorso che va dall’acquisto del libro alla sua lettura, fino alla ricerca di un senso nella macerazione solitaria della riflessione, da cui nasce un’interpretazione, qualunque essa sia. Mi sono domandato a lungo da dove nascesse questa scelta del poeta.

La sua biografia offre una risposta coerente a questo quesito. Ritsos è nato a Monemvasia e ha scritto questi versi a Karlovasi, sull’isola di Samo. Chi è stato a Monemvasia sa che è una città costruita su un promontorio a picco sul mare. È una cittadina che dalla terraferma non si vede, mascherata dal promontorio stesso. La si può scorgere solo se si arriva dal mare. Solo se si va per mare la si vede. Solo chi ha il coraggio di prendere il largo e rischiare i pericoli delle acque fluttuanti può vederla; e, di conseguenza, solo chi si inoltra in queste poesie incerte e mutevoli può davvero capirle. Ma è il luogo in cui Ritsos ha scritto queste poesie a completarne il senso. Samo è nota ai più come l’isola di Pitagora. È lì che è nata e fiorita la sua scuola, ed è lì che Pitagora usava il monocordo, facendolo vibrare, per studiare le leggi dell’armonia. Ecco allora disvelarsi un altro tratto del percorso. Solo chi vuole sperimentare tali vibrazioni faccia suonare quell’unica corda, usando il proprio petto come cassa di risonanza. Questa vibrazione deve essere carnale, cioè incardinata nel nostro stesso sangue, come lascia presagire il monocordo 333: «Vocali e consonanti gridano, si accordano, tacciono in profonda imparzialità». Solo nel nostro pulsare possono trovare una coerenza, una misura, un ritmo, una necessità.

Il senso di una poesia è l’impatto
dei versi sui sensi: suono, ritmo, 
immagini, respiro. La parafrasi
evapora; il senso resta attivo nella carne

Questa poesia mi rimanda alle parole lette su Erro ergo sum di Miro Renzaglia, che a proposito di poesia scrive: «Conviene dimenticare il significato delle poesie per capirne il senso. Per significato si intende la parafrasi di ciò che l’autore voleva dire: vizio scolastico che uccide la poesia e riduce il poeta al pari di un enigmista. Il senso, invece, è l’impatto dei versi sui sensi: suonoritmoimmaginirespiro. […] La parafrasi evapora; il senso resta attivo nella carne». Suono, ritmo, il vibrare del monocordo. Immagini, respiro, l’attimo per inalare una poesia di un solo verso e rendere quel soffio vitale. Libro da comodino. Una lettura che dura un anno intero. Una poesia al giorno come sveglia salutare, necessaria per non credere di essere ciò che non siamo, perché ci ammonisce il poeta nel monocordo 138: «Hai visto il cielo sconfinato dal buco della serratura di una stella».

Mario Grossi

Scheda libro

Titolo: Monocordi. 336 poesie di un verso
Autore: Ghiannis Ritsos
Traduzione: Nicola Crocetti
Editore: Crocetti
Collana: Poesia
Anno di edizione: 2026
In commercio dal: 31 marzo 2026
Pagine: 80
Formato: Brossura
Prezzo di copertina: € 9,00
Ordini QUI