MERCOSUR: LA GUERRA DEI DAZI SI COMBATTE CON GLI ACCORDI - Una scelta europea su prezzi, filiere, tutele e ratifica

MERCOSUR: LA GUERRA DEI DAZI SI COMBATTE CON GLI ACCORDI - Una scelta europea su prezzi, filiere, tutele e ratifica

L’accordo UE–Mercosur arriva mentre le tensioni tariffarie tornano strumento geopolitico: Washington ha minacciato aumenti tariffari verso alcuni alleati europei dopo l’invio di contingenti in Groenlandia. In Europa esistono pressioni protezionistiche legate a filiere sensibili e timori sui redditi agricoli. La firma del Mercosur indica però una linea diversa: apertura commerciale dentro una cornice comune e tutele, con l’obiettivo di tenere bassi i costi di filiera e ampliare gli sbocchi per l’export europeo. L’intesa è stata firmata il 17 gennaio 2026 tra l’UE e Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Da qui la domanda diventa concreta: chi guadagna cosa, chi paga la transizione, e quali strumenti servono per evitare che un accordo commerciale si trasformi in un conflitto politico interno.

Sui dazi occorre dire una parola chiara: spesso si comportano come una tassa interna. Alzano i costi delle importazioni, riducono la concorrenza e finiscono per spingere verso l’alto i prezzi interni; in più scaricano incertezza su imprese che dipendono da componenti o materie prime estere. La promessa di “protezione” diventa facilmente rincaro e frizione lungo le filiere. Per questo la firma del Mercosur va letta anche come scelta di segno opposto: più scambi regolati per allargare alternative, ridurre i colli di bottiglia e difendere il potere d’acquisto senza trasformare le frontiere in un moltiplicatore di prezzi.

Sui dazi occorre dire
una parola chiara:
spesso si comportano
come una tassa interna.

Per l’UE il vantaggio vero sta in una parola: diversificazione. In un mondo dove filiere e geopolitica si incastrano, un’intesa ampia con il Sud America significa più spazio di manovra su materie prime, mercati di sbocco e stabilità delle relazioni economiche. La retorica del taglio delle barriere conta, ma il punto più robusto è la certezza delle regole: una cornice condivisa, canali più stabili per esportare beni industriali e servizi, e un tavolo bilaterale che rende meno costoso gestire i contenziosi. Il pacchetto pesa anche fuori dalle merci: serviziappalti pubblici e tutela delle indicazioni geografiche. Se l’Europa vuole restare un attore commerciale e normativo, accordi di questo tipo sono pezzi di una strategia, non semplici sconti in dogana.

Il rovescio europeo è soprattutto distributivo: i benefici tendono a concentrarsi su settori esportatori competitivi, mentre i costi percepiti si addensano su agricoltura e territori dove il reddito dipende da produzioni “sensibili”. Qui la politica diventa economia: una parte dell’UE chiede protezioni e clausole, un’altra spinge per aprire mercati.

Nel merito, l’accordo spinge in direzione apertura: rende più facile esportare, soprattutto per chi vende beni industriali e servizi. Inserisce anche strumenti di difesa per i comparti più esposti (tempi graduali, paracaduti, clausole di emergenza), pensati per rendere sostenibile la ratifica. Detto senza giri: l’intesa privilegia gli interessi europei più offensivi (export industriale e servizi) e prova a rendere gestibili quelli più difensivi (agricoltura). I benefici si concentrano su settori che esportano tecnologia e organizzazione: meccanica, componentistica, chimica-farmaceutica, servizi collegati. Le frizioni si addensano dove la concorrenza di prezzo è più diretta: alcune filiere della carne e dell’allevamento, parte dell’agroalimentare sensibile. L’idea degli interventi automatici serve a evitare uno shock localizzato, non a cambiare la direzione di fondo.

La promessa di “protezione”
diventa facilmente rincaro
e frizione lungo le filiere.

In mezzo c’è la variabile ambientale, e va trattata per quello che è: un criterio politico che può far saltare o salvare la tenuta politica. In Europa il tema è la credibilità su deforestazionetracciabilità e standard lungo le filiere; in Sud America il timore è che requisiti e controlli diventino, nei fatti, barriere e costi di adeguamento. La domanda decisiva è operativa: quali dati servono per provare l’origine delle merci, chi fa i controlli, con quali tempi, quali sanzioni scattano se gli impegni non reggono. Senza procedure replicabili e un percorso chiaro quando emergono violazioni, il tema ambientale resta una miccia politica permanente.

Per i Paesi Mercosur il vantaggio è l’accesso più ordinato a un mercato grande e relativamente stabile, con ricadute su export agroalimentare e alcune filiere di base. C’è un secondo effetto, spesso decisivo: l’accordo può attrarre investimenti perché riduce l’incertezza e rende più programmabili progetti industriali e logistici. Detto in modo semplice: quando il quadro di riferimento è più stabile e verificabile, banche e investitori chiedono meno “extra” per coprire il rischio. Questo abbassa il costo del capitale e facilita scelte di lungo periodo.

Per Mercosur i rischi principali sono due. Primo: l’accesso al mercato UE porta regole più stringenti su ambiente e sicurezza alimentare; adeguarsi richiede tempo e spese, e per le aziende piccole il salto è più duro. Secondo: l’accordo può spingere ancora di più verso esportazioni di materie prime e agroalimentare: quando i prezzi globali oscillano, il reddito oscilla con loro. In parallelo, l’ingresso di prodotti europei aumenta la concorrenza per l’industria locale. Il risultato dipende da scelte interne: infrastrutture che riducono i costi logistici, credito, burocrazia più semplice, controlli che ripuliscono le filiere.

La posizione italiana, dentro questa frizione, si può riassumere così: rendere più “automatiche” le salvaguardie e pretendere reciprocità sugli standard. In concreto Roma ha chiesto di abbassare la soglia di attivazione della clausola di salvaguardia (dal livello discusso dell’8% al 5%), per sospendere più rapidamente importazioni in caso di shock o caduta dei prezzi agricoli europei, e ha insistito sul principio che i prodotti importati rispettino standard UE comparabili. Il punto è politico oltre che tecnico: tenere a bordo i Paesi scettici richiede strumenti credibili di gestione delle crisi.

Le barriere costruite per “proteggere”
spesso trasferiscono
costi lungo la filiera,
innescano ritorsioni
e rendono gli investimenti
più prudenti.

Alla fine, l’accordo UE–Mercosur è un test di governance e una scommessa politica su un’idea semplice: più scambi possono sostenere crescita e, nel medio periodo, contenere i prezzi interni grazie a concorrenza e accesso più fluido a input e beni. Le barriere costruite per “proteggere” spesso trasferiscono costi lungo la filiera, innescano ritorsioni e rendono gli investimenti più prudenti.

Per arrivare a conclusione del percorso, però, c’è un passaggio che decide tutto: la ratifica. L’UE ha impostato una strada a due velocità con due strumenti distinti: un accordo complessivo (EMPA) e un accordo commerciale “interim” (iTA). In sostanza, la parte più strettamente commerciale può avanzare con i passaggi europei (Parlamento e Consiglio), mentre l’accordo complessivo tende a richiedere anche ratifiche nazionali. Questo spiega perché alcuni governi vogliono tempi rapidi sui capitoli economici e perché l’opposizione può spostarsi sui parlamenti anche quando il testo resta identico.

Da lì in poi conta l’esecuzione. L’Europa deve compensare i perdenti interni con sostegni mirati e temporanei alle filiere colpite, investimenti di riconversione e meccanismi di tutela rapidi quando i prezzi vanno sotto stress; deve anche rendere credibili i capitoli ambientali con controlli e sanzioni applicabili. Mercosur deve trasformare l’accesso al mercato in sviluppo e investimenti stabili: usare l’export come leva per portare più valore “a casa” (più trasformazione, logistica, certificazioni, infrastrutture) e allargare la base produttiva oltre materie prime e cicli di prezzo. I vantaggi esistono, i costi pure; la qualità dell’accordo si misurerà sui meccanismi che gestiscono attriti e violazioni, più che sugli slogan.

— 𝐒𝐚𝐥𝐝𝐨 𝐏𝐫𝐢𝐦𝐚𝐫𝐢𝐨