MARGHERITA. UN INCONTRO AL DI LÀ DEL TEMPO — un libro di Annalisa Terranova
Si entra in Margherita passando da un portone preciso: via dell’Albatro 1. Il nome non è casuale: è un rimando letterario, l’albatro della Ballata di un vecchio marinaio di Coleridge, che il romanzo farà riemergere più avanti. Qui, all’inizio, conta soprattutto l’effetto narrativo: una casa come riparo e una porta che si impara a richiudere.
Il primo volto che fa da anticamera al romanzo è Teresa, la vicina dell’appartamento accanto: anziana, piena di energia, capace di accoglienza concreta (una piantina di gerani, delle tendine promesse) e, soprattutto, di quella calma che tiene insieme gli altri. Attorno a lei il condominio prende forma come micro‑comunità: una grammatica del vivere insieme fatta di attenzioni, regole tacite, piccoli saperi. E prende forma anche come coro: Terranova distribuisce il palazzo in figure‑ruolo — il signore dei numeri, delle poesie, delle gemme, delle favole, delle carte — ciascuno con una piccola competenza che non fa “magia”, ma orienta. È un modo intelligente di costruire personaggi senza disperdersi: ognuno entra, parla, lascia un metodo (un modo di leggere, di contare, di raccontare), e la comunità diventa credibile proprio perché è fatta di differenze che collaborano. Margherita arriva scomposta e trova proprio questo: un modo di rimettere ordine nei passaggi, di capire quando un favore è ancora ospitalità e quando diventa invasione. E da lì in poi, senza proclami, comincia a scegliere.
Terranova distribuisce il palazzo in figure‑ruolo — il signore dei numeri, delle poesie, delle gemme, delle favole, delle carte —
ciascuno con una piccola competenza
che non fa “magia”, ma orienta
La struttura alterna due piani: la Margherita contemporanea e la Margherita medievale. Il sottotitolo Un incontro al di là del tempo va preso alla lettera, con un’idea precisa di “al di là”. Il tempo lavora a doppia battuta: il presente del palazzo sta nel minuto (porte, favori, attriti, parole dette e non dette), mentre il Medioevo entra come tempo lungo della prova, quasi liturgico. Funziona come una seconda lancetta. Ogni episodio antico dà misura a ciò che succede oggi; ogni gesto di oggi dà corpo al simbolo. Ne esce un tempo di ritorni e corrispondenze, dove le forme della vita riappaiono e chiedono una scelta esatta proprio quando si stringe l’accesso.
E infatti il Medioevo non è solo “secondo piano”: è scritto con un passo diverso e riconoscibile. I capitoli si aprono spesso con toponimo e data, con un’intonazione da leggenda o da cronaca agiografica (Cortona, anno Domini 1272), e con immagini nette: il cane che guida, il corpo dell’amante, il convento, la richiesta dell’abito, la cella. La lingua si fa più solenne e insieme più spoglia: preghiera notturna, nuda terra, corda al collo, penitenza praticata come forma di vita. È qui che il controcanto fa attrito col presente. La disciplina del palazzo è civile, fatta di porte e rapporti; la disciplina medievale è totale, rivolta al corpo e alla colpa. Una illumina l’altra: quello che nel condominio sembra “solo” un conflitto di convivenza, nel piano antico prende la gravità della prova; e ciò che nel piano antico rischierebbe l’edificazione pura, nel presente torna a essere scelta concreta, misura quotidiana.
La trama si accende quando entra l’intrusa, ospitata per gratitudine e per la vecchia abitudine di Margherita a rimandare il no. Da quel varco nasce il conflitto: l’intrusa occupa, deride, fa male senza eleganza. Terranova la costruisce a tratti netti perché le interessa l’effetto, non la psicologia infinita. Il male, qui, è una contaminazione domestica: guasti e attriti che, messi insieme, cambiano il clima di una casa.
Teresa — perno e memoria del palazzo — mette in parole la postura etica del libro con una frase semplice: «Il malanimo non si cura con i soldi ma con l’amore». La riparazione, qui, è lavoro: tempo, presenza, disciplina.
Il Medioevo non è solo “secondo piano”: è scritto con un passo diverso e riconoscibile.
I capitoli si aprono spesso con toponimo e data, con un’intonazione da leggenda
o da cronaca agiografica
(Cortona, anno Domini 1272)
Quando la tensione sale, la risposta non è epica ma collettiva e quotidiana: una comunità che, senza alzare la voce, ristabilisce il limite. È uno dei punti più riusciti del romanzo: non promette salvezze, mostra come si interrompe una presa — quel modo di occupare l’aria di una casa, di imporre una gerarchia senza dichiararla, di costringere gli altri ad adattarsi pur di non litigare.
Terranova ha una prosa di passo chiaro. Lavora per precisione e per ritmo: sceglie dettagli domestici che hanno funzione (un oggetto, una porta, un gesto), li mette in scena con frasi pulite e poi li lascia sedimentare. Il lettore capisce, sì, ma perché la scrittura guida senza spingere, accompagna senza infantilizzare.
Questa precisione passa anche attraverso una rete di cose‑segnale, che tornano e si spostano di mano in mano: i gerani e le tendine del benvenuto, la chiave e la porta “accostata”, uno scontrino che chiude una conversazione, un quadrato magico, un mazzo di carte, una pietra o una gemma scelta come promemoria. Non sono feticci: sono segnali. Servono a tradurre l’idea di cura in una grammatica materiale, dove ogni gesto ha un peso e ogni oggetto, nel suo piccolo, fa ordine.
Quando entrano i riferimenti, non sono ornamenti messi in vetrina. Coleridge lavora come chiave d’ingresso: l’albatro della Ballata torna a dare un nome alla gratuità di certe offese, a quella crudeltà che non ha “ragioni” eleganti e proprio per questo lascia traccia. Rimbaud affiora quando l’aria del palazzo si guasta: il signore delle poesie tira fuori i versi di Una stagione all’inferno e la festa interiore si spegne di colpo. Borges, invece, diventa gesto e materia: un verso ricamato su un grembiule, la rosa “irraggiungibile”, come promemoria che la cura non coincide mai con una quiete definitiva. Così la cultura non apre labirinti: cuce scene e senso, e regge il passaggio più delicato del libro, il cambio di registro fra cronaca domestica e controcanto agiografico.
E proprio questa nettezza produce un effetto raro: la violenza non viene spettacolarizzata, viene ricondotta al minimo necessario per essere vista e fermata. Il controcanto medievale allunga la scala e sposta la vicenda dall’incidente alla prova, dal caso al ritorno: ciò che accade oggi non è “nuovo”, è una forma che si ripresenta e chiede ogni volta una risposta all’altezza.
Il tono, infatti, è quello di una fiaba civile:
realismo domestico, comunità,
piccoli riti di convivenza;
e, sotto, una spiritualità pratica
che non predica, ma misura.
Il tono, infatti, è quello di una fiaba civile: realismo domestico, comunità, piccoli riti di convivenza; e, sotto, una spiritualità pratica che non predica, ma misura. Il Medioevo porta la gravità della prova, il presente porta la verifica del quotidiano. Il libro sta esattamente in questa intersezione: fra leggenda e condominio, fra preghiera e pianerottolo.
L’eredità della lettura non è una morale appesa al muro, ma una domanda pratica: quanta apertura regge una casa prima di diventare passaggio? Terranova risponde senza teoria, con una scena di convivenza che si aggiusta e con un tempo “doppio” che serve da lente. La Margherita medievale dà gravità alla prova, la Margherita di oggi ne verifica il peso nel quotidiano: cambia il lessico, non cambia la richiesta. Tenere insieme cura e limite, accoglienza e decisione.
— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮
𝗦𝗰𝗵𝗲𝗱𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗼
𝗧𝗶𝘁𝗼𝗹𝗼: Margherita. Un incontro al di là del tempo
𝗔𝘂𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲: Annalisa Terranova
𝗘𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲: Ianieri Edizioni
𝗔𝗻𝗻𝗼: 2025
𝗣𝗮𝗴.: 188
𝗜𝗦𝗕𝗡: 979-12-5488-159-0
𝗣𝗿𝗲𝘇𝘇𝗼: € 18,00
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