MARCO PANTANI. LE STORIE DIETRO LE VITTORIE - un libro di Umberto Preite Martinez
Per sapere quanto il mito nutra il mondo dello sport ed in particolare il ciclismo basta ascoltare le tante canzoni che gli sono state dedicate. A partire da Paolo Conte che col suo «e i francesi che si incazzano che le palle ancora gli girano» ha immortalato, da par suo, le gesta di Gino Bartali al Tour, passando per Coppi, suo acerrimo nemico cantato da Gino Paoli, oppure riascoltando di Enrico Ruggeri Gimondi e il cannibale, quell’Eddy Merckx così soprannominato perché famelico di vittorie e mai sazio, per non parlare de Il campione e il bandito di Francesco De Gregori con quell’intreccio tra il grande Girardengo e il suo amico Sante Pollastri, si può capire come la bicicletta sia assurta a strumento mitico, ancestrale, nella sua meccanica semplice ed essenziale, dal profilo scarno, umile, irrilevante se non come destriero dell’eroe.
Alla gran messe di libri che sono stati pubblicati sulle tante storie di ciclisti, si aggiunge ora un testo su Marco Pantani, forse l’ultimo degli eroi mitizzati di questo sport, Marco Pantani. Le storie dietro le vittorie, edito da Giunti, a firma di Umberto Preite Martinez.
È un saggio puntiglioso, quasi rabbioso nei confronti di chi, non conoscendo o conoscendolo poco ha enfatizzato soprattutto i risvolti meno positivi e più vicini al gossip della sua carriera.
Scopo pertanto di questo libro è far conoscere, anche nei dettagli, la vita sportiva ed agonistica di Marco Pantani.
Sembra quasi un tentativo rigoroso di diradare le nebbie che avvolgono la sua figura, piantando ben saldamente a terra i piedi, senza indulgere a nessun tremito del cuore, allontanando il desiderio di esaltarlo come un semidio piombato sulla terra.
Usando una parola sola, mettendo sul piatto della bilancia i fatti, nudi e crudi, per demitizzare l’uomo e riportarlo ad una dimensione più carnale.
Per fare questo ripercorre passo dopo passo, come una Via Crucis, le tappe della sua carriera.
A partire dal Giro delle Valli Aretine del 1992, una delle sue ultime gare da dilettante, che Pantani non vinse ma che serve all’autore per introdurlo. «Marco Pantani quella gara l’ha corsa davvero, ha davvero trasformato il Valico della Libbia in un trampolino per il paradiso prima di sprofondare all’inferno».
Passando per il Giro d’Italia del 1994 con la salita del Mortirolo, dove molti si sono inchiodati e Pantani invece affronta con la sfrontatezza di chi conosce la potenza dei propri muscoli esplosivi.
Per arrivare ai fasti del 1998 con la doppia vittoria del Giro e del Tour che costituirà l’apice della sua carriera e al tempo stesso il punto più alto da cui si può solo cadere, come in realtà, successe.
Per finire al Tour de France del 2000 e alla vittoria di Courchevel, ultima di una grande carriera. «Pantani era tornato e invece non sapevamo che stava già svanendo, travolto dagli eventi e dalla sua fragilità».
Demitizzare, dicevamo, sembrerebbe in apparenza l’intento dell’autore, che però compie un’operazione che invece assume la forma dell’inversione di senso.
Descrive con ossessiva precisione i fatti, non per riportare Pantani sulla terra strappandolo al suo mito, ma bensì per alimentare con nuova linfa la leggenda che, nolente o volente, è nata su di lui.
Se infatti il mito è una narrazione sacra e fantastica, che spiega le gesta di eroi, allo stesso tempo risponde a domande esistenziali. È una proiezione che permette il rito ed attraverso il rito risacralizza il mondo.
Il mito si alimenta di fatti trasfigurandoli e ponendoli in una zona atemporale che li trasforma in oggetti privi di contorni netti come quei fantasmi che ci visitano senza avere quella corporeità che i fatti invece hanno.
È lo stesso autore a farci capire questo.
Che senso avrebbero altrimenti un passo come questo: «[…] Ma la strada è stretta, piena di piccole curve che non contribuiscono in alcun modo a rendere le pendenze più docili, ad alleviare il calvario di quegli uomini in bicicletta che piegati dallo sforzo cavano il sangue dalle proprie budella per cercare di scalare quella maledetta strada con ogni piccolo residuo di energia che hanno in corpo».
Non una declamazione retorica sulla redenzione attraverso lo sforzo strenuo, disumano ma il riconoscimento che il mito scava dalle fondamenta la fatica, trasfigurandola in una prova di santità.
Una prova iniziatica che non ha luogo e non ha tempo ma che diventa semplicemente un archetipo che tutti possono vedere, anche se non sono in grado di praticare, ma necessario alla catarsi di tutti gli officianti come esempio.
Pantani non ha certo le physique du rôle dell’eroe mitico. È esile, non molto alto, due grandi orecchie a sventola, una calvizie incipiente che presto diventerà una testa rasata a sottolineare ancor di più il profilo scheletrico che lo supporta e poi una bandana che lo dovrebbe far apparire come un pirata ma che, associata all’orecchino che porta, lo fa somigliare più a un giovane coatto della riviera romagnola che a un Sandokan alla riconquista del suo impero.
C’è però un’altra cosa che gioca a favore di Pantani: lui è un demonio quando scala con agilità le montagne.
E ci ricorda Preite Martinez che «Ciò che colpisce delle grandi montagne è la loro capacità di ispirare storie, che siano direttamente costruite su di esse oppure generate dalle comunità di esseri umani come un grande racconto mitologico collettivo. Un rito tribale, verrebbe da dire. Dal Monte Olimpo ad Annibale e i suoi elefanti, passando per Sisifo, Prometeo, Mosè sul Sinai e via discorrendo, il rapporto fra l’Uomo e la Montagna è stato sviscerato in ogni sua forma e declinazione: un ostacolo insormontabile, una barriera protettiva, un miraggio da scalare per arrivare alla gloria […]». Il punto della terra più vicino agli dei, aggiungo io.
«Se c’è un uomo che ha saputo nel corso della sua vita legarsi indissolubilmente all’idea di montagna, quell’uomo è Marco Pantani. Le sue imprese riecheggiano a ogni arrivo in salita del Tour de France o del Giro d’Italia […]».
Per questo quella figura così anomala assurgerà a mito, forse la sua ultima incarnazione prima dell’avvento della tecnica, quella vera che già lambiva, con biciclette e materiali spaziali e medicina postumana, uno sport che aveva costruito il suo mito sulla sofferenza, sulla sete, sulla fame, sulla povertà e sulla capacità di corpi sgretolati dalla fatica, di resistere al caldo, al freddo, alla pioggia, al vento e al fango.
E alla fine, come dice l’autore dopo la sua ultima vittoria al Tour: «Pantani era tornato per davvero, stavolta per sempre. E non sarebbe mai più andato via».
Ecco il mito: «Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre».
-Mario Grossi
SCHEDA LIBRO
Titolo: Marco Pantani. Le storie dietro le vittorie
Autore: Umberto Preite Martinez
Editore: Giunti
Anno: 2025
Pag: 305
Prezzo: 16,06
Acquista QUI