LUIGI TENCO, IO SONO UNO E... NESSUNO - un libro di Federica Minarelli
Federica Minarelli non prova a imbalsamare Luigi Tenco dentro la solita leggenda del ragazzo triste, del suicida, del genio irrisolto. Prova a farlo leggere. Lo mette dentro una costellazione letteraria e filosofica, e chiede al lettore di misurare da sé quanto quella costellazione illumini davvero le canzoni. È una scelta che sposta il discorso dalla cronaca dell’epilogo alla tenuta dei testi.
Le fonti esplicite di Tenco, scrive Minarelli, sono poche; per il resto si procede per affinità, rimandi, contiguità di lessico, tono, paesaggio mentale. Questa onestà metodologica è una delle qualità del libro. Il lettore sa fin dall’inizio che non gli viene promessa una prova notarile: gli viene proposta una mappa. Una mappa del genere orienta proprio perché accetta un margine di apertura: invece di chiudere Tenco in una linea unica, ne segue le risonanze e ne allarga con intelligenza il campo culturale.
Tenco torna a essere
un autore di pensiero
prima ancora
che di confessione
Nello sguardo dell'autrice Pavese, Pirandello e Tenco entrano nello stesso campo visivo. Il rapporto con le Langhe, il sentimento della terra come origine e ferita, la solitudine come esito del mondo, il nodo dell’io che si guarda vivere. Minarelli tocca materiale concreto, vicino alla lingua delle canzoni, vicino anche a un dato di paesaggio e di biografia che evita il puro gioco analogico. Quando mette accanto La mia valle e Pavese, o quando usa Pirandello per leggere l’oscillazione tra uno, nessuno e lo sguardo degli altri, la lettura ha misura perché il confronto produce luce per contrasto e non semplice prestigio riflesso.
Anche il trittico scelto per l’introduzione — esistenza, protesta, amore — ha una sua chiarezza. Serve a tenere insieme un autore che troppo spesso viene ridotto a una sola postura emotiva. Tenco torna a essere un autore di pensiero prima ancora che di confessione. La sezione sulla protesta rimette al centro un Tenco civile, insofferente alla retorica patriottica, allergico alla censura, capace di portare nella canzone un disagio politico che precede molti automatismi del cantautorato successivo.
Il discorso prende un respiro più ampio nel tratto che chiama in causa Heidegger, Nietzsche, in parte anche Ovidio e certa linea francese più “alta”. Collocare Tenco dentro una biblioteca mobile, vasta, attraversata da risonanze che superano il perimetro della sola canzone italiana è un allargamento che dà spessore alla pagina e restituisce a Tenco una statura culturale spesso trascurata. Anche quando procede per addizione, la lettura mantiene un valore preciso: mostra quante linee di pensiero possano convergere attorno a un autore dal lessico asciutto, capace di tenere insieme densità e taglio corto. In questa luce le canzoni acquistano una gravità ulteriore, senza perdere la loro secchezza espressiva.
Minarelli non chiude Tenco
dentro un canone già noto:
gli apre attorno una compagnia
di voci nella quale Tenco sembra
muoversi a proprio agio
Per questo la sezione antologica è decisiva. È il luogo in cui il libro dispiega fino in fondo la propria costellazione di riferimenti e mostra con più evidenza il suo gesto critico: mettere Tenco in movimento tra pagine diverse, tra autori lontani per epoca e tono, ma capaci di comporre attorno a lui uno spazio di risonanze sorprendentemente compatto. I brani scelti — Pavese, Pascoli, Foscolo, Pirandello, Leopardi, poi Nietzsche, Heidegger, Sartre, Camus, Michelstaedter, Vian, Céline, Rimbaud, Ovidio, Brecht, Baudelaire — costruiscono una geografia larga, mobile, ricca. A volte questa linea sembra nascere più dall’intuizione critica dell’autrice che da una filiazione dichiarata dal cantautore; ma proprio qui sta l’interesse dell’operazione. Minarelli non chiude Tenco dentro un canone già noto: gli apre attorno una compagnia di voci nella quale, sorprendentemente, Tenco sembra muoversi a proprio agio. L’antologia, così, non è un semplice apparato di supporto: è il luogo in cui il libro fa vedere quanto questa convivenza tra testi possa risultare naturale, fertile, persino necessaria.
Le presenze più forti sono ancora una volta quelle che tengono un rapporto vivo con la voce di Tenco: Pavese sopra tutti, poi Pirandello, Vian, qualche tratto di Camus, il Rimbaud di Le dormeur du val. In questa zona l’antologia illumina davvero. Fa capire che Tenco non nasce nel vuoto e neppure soltanto nel circuito della canzone italiana: nasce dentro una certa idea di disincanto, di solitudine, di urto sentimentale e storico.
Alla fine resta un effetto di fuoco radente: Tenco esce da queste pagine come una presenza viva, riportata accanto a una tradizione che ne rende più nitide le parole, i temi, le ostinazioni. È il risultato migliore che un lavoro del genere possa ottenere. Quando si richiude il volume, viene voglia di tornare alle canzoni con un orecchio più lento e con qualche pagina in più alle spalle.
— Laura Forte
Scheda libro
Titolo: Luigi Tenco. Io sono uno... e nessuno
Autrice: Federica Minarelli
Collana: PRE TESTI 07
Editore: Gruppo Editoriale Castel Negrino
Pagine: 134
Prezzo: € 14,15
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