LUIGI TENCO, IO SONO UNO E... NESSUNO- un libro di Federica Minarelli
Le canzoni di Luigi Tenco oscillano, senza cronologia morale, fra «vita e nulla», fra slanci e cadute. L’introduzione lo dice e poi lo dimostra per accumulo di echi: Langhe, maschere, tempo, guerra, amore.
Il punto di forza è il montaggio: un Tenco letto come scrittura, con l’aneddoto tenuto sullo sfondo, con un lessico che prende sul serio il testo e le sue scelte (parole, immagini, ritmi, insistenze).
Nella prima sezione, Il duro mestiere di vivere, l’innesco è Pirandello: le maschere come condanna quotidiana, la solitudine come stanza senza traccia. Da lì il testo piega subito verso Pavese, con una scelta efficace: la geografia diventa stile, e la nostalgia lavora come struttura. In questo quadro La mia valle ha un peso reale: appartenenza e fuga procedono insieme, senza indulgenza. L’accostamento a Foscolo regge perché resta sull’asse dell’elegia e dell’esilio interiore.
L’infanzia che si richiude, la speranza che si svuota, l’abitudine che prende il posto
della promessa
Poi arriva il filo che attraversa tutto: il tempo. Il tempo passò e Un giorno dopo l’altro vengono letti come pezzi di una stessa erosione: l’infanzia che si richiude, la speranza che si svuota, l’abitudine che prende il posto della promessa. Qui l’innesto pascoliano del “fanciullo” è pertinente: lo stupore funziona come un organo: vive di esercizio, altrimenti si atrofizza. Anche il richiamo a Foscolo e Leopardi trova coerenza: la malinconia di Tenco parla una lingua italiana molto riconoscibile, con una dizione alta e scarna.
L’innesto francese (Baudelaire) è il più utile proprio perché sposta l’attenzione dalle idee alle sensazioni: tedio, cielo basso, pioggia come sbarre, “bandiera nera” piantata sul cranio. Sono immagini che insegnano a riascoltare Tenco in chiave d’atmosfera, più che di tesi.
La parte su guerra e protesta è la più “documentaria” e, paradossalmente, la più politica: un atto d’igiene dello sguardo, con l’ideologia fuori campo. Il Tenco che parla di proteste sprecate e di bersagli veri (clericalismo, affarismo, corruzione, mancanza di divorzio) diventa un autore civile e nervoso, meno consolatorio di come lo si racconta. Qui l’antologia lavora bene a posteriori: affiancare guerra e morte con Rimbaud e Céline è una scelta che costruisce una famiglia di sensibilità, più che una parentela di citazioni.
Il Tenco che parla di proteste sprecate e di bersagli veri (clericalismo, affarismo, corruzione, mancanza di divorzio)
diventa un autore civile
Sull’amore, l’introduzione fa la sua mossa migliore: mette in scena una traiettoria che va dai prototipi (Ovidio, la guerra amorosa; Baudelaire, la donna-vampiro) alla spoliazione. A quel punto Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare funziona come criterio di scrittura: asciugare, togliere, lasciare che il vuoto faccia rumore. L’innesto Sartre(“amare come progetto di farsi amare”) spiega senza psicologizzare. Il ritorno a Pavese (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi) chiude il cerchio nel modo più semplice: l’amore come soglia, la morte come compagnia.
L’antologia, presa da sola, è una mappa di vicinanze. Evita la prova delle influenze. Disegna corridoi. Pavese offre le Langhe e il nodo fra desiderio e stanchezza. Pirandello dà le maschere e l’ossessione dell’immagine di sé. Pascoli presta lo stupore e la sua perdita. Foscolo e Leopardi consegnano una misura severa della disillusione. Nietzsche taglia via gli alibi ultraterreni e chiede fedeltà alla terra. Heidegger mette la morte al centro come fatto proprio e non delegabile. Sartre e Camus portano l’assurdo dentro la quotidianità. Michelstaedter traduce l’irritazione contro una vita “vuota” e standardizzata. Vian mette in ridicolo, con tenerezza, la posa del poeta. Brecht mostra come un testo possa diventare canzone e cambiare temperatura. Rimbaud e Céline riportano la guerra al suo nocciolo: un corpo e un tremore.
Le connessioni più fertili, ascoltando Tenco con questa antologia accanto, stanno in pochi incastri precisi.
Ragazzo mio mette sul tavolo una disciplina povera, quasi fisica: restare a terra, restare nel corpo, senza ricatti metafisici. La frase Nietzsche, accostata qui, perde l’aura di slogan e diventa una postura di tenuta. E Pavese entra come una sostanza scura: la speranza resta in campo, però è già mescolata con il suo contrario, come un impasto che non lievita mai del tutto.
La mia valle e, in controluce, Lontano lontano parlano dei luoghi come di una promessa che graffia. Il paese chiama e respinge nello stesso movimento: ritorno e fuga coincidono. Pavese dà la tonalità (La luna e i falò), Foscolo offre il registro dell’esilio interiore, con una domanda che rimane aperta: si parte per salvare qualcosa o per smettere di farsi male.
Una vita inutile lavora sulla faccia che ciascuno deve portare in giro. Pirandello resta sullo sfondo come metodo: identità che si sbriciola, vergogna che si traveste da lucidità. Vian aggiunge il suo veleno gentile: la posa del poeta si vede, fa sorridere, poi smette di far ridere. Il punto sta nello scarto fra quello che il mondo pretende e quello che si riesce davvero a vivere.
Il punto sta nello scarto fra quello che il mondo pretende e quello che si riesce davvero a vivere.
Il tempo passò mette a fuoco la perdita dello stupore come logorio quotidiano, senza teatralità. Pascoli presta l’idea dell’infanzia come facoltà che si spegne se non la alimenti. Foscolo porta una misura severa (Alla sera), Leopardi una compostezza senza premio: lo stesso destino per tutti, e l’ostinazione di stare in piedi mentre passa.
Un giorno dopo l’altro stringe la vite sulla durata: la noia diventa calendario, l’attesa diventa automatismo. Michelstaedter si sente nella diffidenza verso la vita “a rate”, piena di scuse e di rinvii. Camus entra come persistenza della domanda: la risposta resta lontana; l’attrito continua; il colpo alla porta ritorna anche quando si finge di non sentire.
E se ci diranno e Io vorrei essere là spostano la lingua sul bordo del reale. La retorica si rompe, restano bersagli concreti, restano corpi. Rimbaud e Céline servono per questo: riportare la guerra al tremore, al fango, alla voce che si incrina. Il canto civile qui funziona come verifica; la bandiera resta fuori quadro.
Mi sono innamorato di te e Ho capito che ti amo mostrano l’amore come bisogno e come trappola, insieme. Sartre aiuta a leggere la richiesta di essere scelti, con la sua durezza psicologica. Ovidio fa emergere la guerra dei gesti, dei ruoli, delle piccole strategie. Pavese resta come ombra negli occhi: una tenerezza che porta con sé un limite, e il limite ha sempre un costo.
Pavese resta come ombra negli occhi: una tenerezza che porta con sé un limite,
e il limite ha sempre un costo.
Quasi sera è il punto in cui si vede una trasformazione materiale: la parola, entrando in musica, cambia temperatura. Brecht sta lì come prova: la poesia, cantata, si fa gesto, ritmo, presenza.
In sostanza, l’introduzione ha una qualità rara: prova a “leggere” Tenco, con la celebrazione tenuta in secondo piano. L’antologia sostiene questa scelta quando resta fedele al suo compito: mettere vicino testi che accendono l’ascolto. Il rischio è l’eccesso di apparato, la voglia di assicurare ogni intuizione con un nome importante.
Per Tenco basta spesso una cosa: una parola ben scelta e una pausa. Il resto, se arriva, deve arrivare come luce laterale.
— Laura Forte
Scheda libro
Titolo: Luigi Tenco, io sono uno e... nessuno
Autore: Maurizio Gregorini
Copertina: Federico Renzaglia
Collana: PreTesti
Editore: Gruppo Editoriale Castel Negrino
Pagine: 130
Prezzo: € 14,15
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