L'OPERAIO TRA GLI DÈI E I TITANI - un libro di Alain De Benoist
Una prefazione militante (Andrea Anselmo) e un saggio serrato (Alain de Benoist) restituiscono Ernst Jünger nel punto in cui la modernità industriale smette di vendersi come progresso. Il cuore è Der Arbeiter: l’Operaio come Figura antropologica, destinata a travolgere l’individuo borghese. Da lì in avanti il libro lavora su una catena precisa: la guerra cambia il lavoro, il lavoro cambia la politica, la politica cambia l’idea stessa di libertà.
De Benoist scrive nel 2000 e rilegge uno Jünger del 1932, formato dalla trincea e dal dopoguerra. Questa distanza produce la prima correzione di tiro: Der Arbeiter regge come diagnosi del secolo; come programma politico genera fraintendimenti. La figura dell’Operaio descrive una struttura che attraversa regimi e ideologie, con una logica propria. E quando Jünger prova a immaginare un “oltre” del nichilismo, de Benoist porta dentro la pagina la contestazione di Heidegger: il lessico di volontà, valore, potenza rischia di riprodurre il problema mentre lo mette a tema.
Der Arbeiter regge come
diagnosi del secolo;
come programma politico
genera fraintendimenti
La Grande Guerra rompe l’idea ottocentesca di combattimento “tra uomini” e inaugura la guerra di materiali, di apparati, di serie. In quel passaggio l’uomo singolo perde centralità e nasce una società che vive in processi: standard, turni, logistica, comando. De Benoist mette in chiaro: la tecnica conta, ma conta di più la disposizione collettiva a farsi mettere in movimento. La mobilitazione totale è questo: un principio psichico e politico che trascina in servizio lavoro, corpi, tempo, linguaggio. E anche ciò che ieri restava “privato” diventa funzione pubblica.
La formula di Jünger è nota: fronte di guerra e fronte di lavoro coincidono. Soldato e Operaio assumono la stessa postura: disciplina, esposizione, anonimato, integrazione nell’apparato. Qui la libertà liberale perde presa; la libertà diventa partecipazione a una forma. È il punto più spigoloso del libro, e anche il più fecondo: se lo accetti, capisci perché questa figura non coincide con una classe economica e perché Jünger non sta facendo sociologia.
De Benoist definisce l’asse con una parola chiave: Gestalt. L’Operaio è una forma “totale”, con una propria morale, una propria idea di valore, una propria politica. Per questo la polemica con il borghese va oltre l’economia: il borghese pensa in termini di utilità e sicurezza, l’Operaio pensa in termini di forma, rischio, rango, stile di vita. La tecnica, in questa lettura, è il suo linguaggio: un ambiente di strumenti, procedure e ritmi che chiede impersonalità attiva. Chi resta individuo viene inghiottito; chi accetta la metamorfosi diventa funzionario e, potenzialmente, sovrano dell’apparato.
L’Operaio pensa in termini
di forma, rischio, stile di vita.
La tecnica è il suo linguaggio
Nel lessico jüngeriano tornano due parole: Herrschaft (dominio) e Arbeit (lavoro). L’Operaio può abitare regimi diversi, perché è una struttura prima che un programma. Può vestirsi di pianificazione socialista, di capitalismo organizzato, di nazionalismo industriale; ciò che conta è la capacità di mobilitare uomini e risorse, di trasformare la vita in funzione. In questa chiave la dicotomia destra/sinistra perde presa e affiora un denominatore comune: la gestione tecnico‑amministrativa dell’uomo, con il suo culto dell’efficienza e la sua richiesta di obbedienza impersonale. È anche il passaggio in cui la parola libertà cambia significato: coincide con la scelta di stare dentro una forma e di sostenerla, invece di pretendere un “fuori” innocente. De Benoist lo espone senza attenuanti: qui si vede, in concreto, che cosa significa quella libertà dura.
Da questo nucleo derivano le conseguenze politiche che il saggio ricostruisce: la neutralità liberale si dissolve; lo Stato tende a farsi “totale”; le distinzioni tra economia e politica si consumano. Il lavoro diventa ordinamento. La guerra funziona da grammatica della società. Nel testo, c’è una frase‑chiave che vale come diagnosi dell’epoca: la guerra diventa forma generale della società quando accetti che tutto è mobilitabile. La modernità industriale viene descritta così: un’accelerazione che promette protezione e consegna dipendenza.
La parte più interessante, però, è il movimento interno che de Benoist segue nel percorso jüngeriano. Jünger non resta fermo nel mito dell’Operaio trionfante. Dopo la catastrofe europea, la fiducia in quella forma si incrina. La tecnica non appare più come via di sovranità; appare come potere che usa gli uomini, li rende intercambiabili, li consuma. De Benoist isola bene la svolta: la tecnica come uniforme del Lavoratore, e l’uniforme si può cambiare. È qui che entrano i testi dell’“oltre”: il Ribelle (Der Waldgang), l’attraversamento del nichilismo (Über die Linie), l’idea di un meridiano in cui l’epoca titanica può essere superata soltanto modificando il rapporto con il mondo, non con una riforma di superficie.
Dopo la catastrofe europea,
la fiducia in quella forma si incrina.
La tecnica non appare più
come via di sovranità
Il confronto con Heidegger fa da controcanto e da ferita. Heidegger contesta che Jünger resti dentro la metafisica della volontà di potenza e quindi descriva il dominio della tecnica senza oltrepassarlo davvero. De Benoist non nasconde l’obiezione, anzi la usa per far emergere l’ultima mossa jüngeriana: la cornice mitica degli dèi e dei titani. Siamo in un interregno: gli dèi si eclissano (misura, limite, senso), i titani occupano lo spazio con forza e calcolo (potenza, quantità, accelerazione), e l’uomo vive nel mezzo. L’uscita, per Jünger, passa anche per la poesia e per il segnale: un cambio di clima, una disponibilità a percepire di nuovo il mondo, senza pretendere che la politica risolva tutto.
La prefazione di Anselmo, letta accanto al saggio, funziona come accelerante: prende la diagnosi e la spinge verso un’esortazione, fino a trattare l’uniformità come condizione desiderabile e l’Operaio come risposta storica. È un taglio coerente, ma rischia di appiattire la traiettoria che de Benoist ricostruisce fino alla svolta del dopoguerra. Il merito del volume sta nel tenere insieme entusiasmo della forma e scoperta del suo costo: l’Operaio come destino e come problema, la tecnica come ordine e come prigione, la modernità come potenza e come nichilismo.
Il limite, per chi legge oggi, sta altrove: questa costruzione guarda l’epoca dall’alto, per categorie e simboli. Il prezzo è che la vita minuta — sfruttamento, conflitto sociale, debito, paura quotidiana — resta sullo sfondo. È una scelta, non un difetto “morale”. Il libro vuole capire la corrente profonda, e la corrente profonda qui ha un nome netto: l’Operaio è una Figura: una morale, uno stile, un destino. Da questa frase deriva la domanda finale, che il volume lascia aperta: se la mobilitazione è la struttura del nostro tempo, quale uniforme stiamo già indossando senza accorgercene? E quanto siamo disposti a pagare, in termini di vita interiore e libertà concreta, per la promessa di efficienza e protezione? È un libro che chiede al lettore posizione e continuità.
— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮
Scheda libro
Titolo: L’operaio tra gli dèi e i titani
Sottotitolo: Ernst Jünger “sismografo” dell’era della tecnica
Autore: Alain de Benoist
Prefazione: Andrea Anselmo
Postfazione: A. Autiero
Collana: Polemos
Editore: Passaggio al Bosco
Anno: 2025
Pagine: 149
ISBN: 979-12-5462-249-0
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