L'IO DOPO IL SUO FUNERALE - Nietzsche la quantistica e quella cosa ostinata che non vuole sparire
Da almeno tre secoli l’io viene portato al cimitero con regolarità. Ogni generazione prepara la propria bara, pronuncia il discorso, chiude la fossa e torna a casa convinta di avere liquidato il problema. Poi qualcosa parla, ricorda, sbaglia, si corregge, desidera, si pente, promette, mente, riconosce di avere mentito. Il morto si ripresenta all’appuntamento. Peggio: firma il certificato della propria inesistenza.
L’io di Cartesio non regge più. Non perché sia stato confutato da un argomento definitivo, ma perché l’immagine che proponeva dell’uomo è diventata difficile da sostenere. Un soggetto trasparente a sé stesso, capace di fondare la conoscenza a partire dalla propria certezza, appare oggi come una costruzione teorica più che come una descrizione dell’esperienza. Nietzsche interviene proprio su questo punto. Non nega che esistano pensieri, decisioni, ricordi o intenzioni; mette in discussione l’idea che dietro tutto ciò vi sia un centro unitario che ne sia l’autore e il proprietario. Ciò che chiamiamo io gli appare piuttosto come il risultato provvisorio di una molteplicità di impulsi, abitudini, affetti e interpretazioni. L’unità non precede il processo: emerge da esso, e può sempre incrinarsi. La coscienza stessa smette di essere il fondamento e diventa uno degli effetti di questa organizzazione instabile. Ma qui si apre un equivoco ricorrente. Mostrare che l’io non è una sostanza autonoma non significa aver eliminato il problema di ciò che continua a parlare, ricordare, scegliere, soffrire e attribuire un senso alla propria esperienza.
Il morto si ripresenta
all’appuntamento. Peggio:
firma il certificato
della propria inesistenza
Abbattere l’io come fondamento non basta a cancellare ciò che continua a manifestarsi sotto il suo nome. Il bersaglio colpito era l’io-sostanza, l’io-anima, l’io sovrano. La sua caduta era necessaria. La fretta con cui da quella caduta si conclude che non resti nulla da pensare somiglia a un’altra forma di semplificazione: più moderna, più elegante, più soddisfatta della propria spietatezza.
La quantistica viene spesso convocata in questa zona come un santino rovesciato. Una parte del pubblico la usa per restituire all’uomo il trono appena perduto. L’osservatore diventa mago. La coscienza crea la realtà. La misura si trasforma in rito spirituale. La fisica più severa del Novecento viene addomesticata in una favola per anime ansiose di centralità. La ferita diventa carezza. Il limite diventa privilegio. L’io rientra dalla finestra con un mantello nuovo, proprio mentre la scienza sembrava averlo sfrattato dal centro della scena.
Eppure, se la si ascolta senza trasformarla in catechismo spirituale, la meccanica quantistica racconta quasi il contrario. Dice qualcosa di più duro e meno consolante. L’oggetto non si lascia pensare come cosa pienamente disponibile davanti a un osservatore innocente. Il fenomeno emerge dentro condizioni di misura. La domanda posta al mondo lascia traccia nel modo in cui il mondo risponde. Nessuna licenza mistica. Nessuna incoronazione della coscienza. Solo una difficoltà più aspra: anche là dove volevamo un oggetto puro e un osservatore puro troviamo relazione, vincolo, configurazione, attrito.
Troppo poco per farne
un fondamento. Troppo
per liquidarlo come illusione
A questo punto Nietzsche resta necessario. Non per spiegare la fisica. Non per anticipare Bohr o la meccanica dei quanti. Serve a impedire la fuga narcisistica. Ogni volta che l’uomo perde una garanzia prova a trasformare la perdita in un nuovo titolo di nobiltà. Scopre di non essere al centro del cosmo e inventa un destino morale superiore. Scopre di non essere padrone in casa propria e chiama profondità la propria frattura. Scopre che l’osservazione non è innocente e si proclama creatore del reale. La metafisica cambia maschera con una velocità ammirevole. Resta il bisogno di attribuirsi un ruolo speciale nell’ordine delle cose, anche quando tutte le vecchie garanzie sono cadute.
Se l’io fosse soltanto nebbia, dovrebbe dissolversi. Se fosse soltanto un errore grammaticale, basterebbe correggere la frase. Se fosse soltanto un residuo teologico, la secolarizzazione avrebbe già chiuso la pratica. Torna invece ferito, decentrato, smontato, privato di sovranità. Una pietra non sbaglia. Un’equazione non si pente. Un algoritmo può produrre un risultato falso, ma non attraversa l’esperienza umana dell’errore. L’errore umano apre una distanza interna: ciò che credevo, ciò che accade, ciò che riconosco, ciò che tento di correggere. E tuttavia questa distanza non si apre nel vuoto. L’io vede sé stesso soltanto specchiandosi nel mondo, e lo specchio restituisce sempre un’immagine invertita. Non troviamo un’anima immortale né il vecchio soggetto cartesiano. Troviamo una continuità instabile che prende forma nell’attrito fra ciò che osserva e ciò che viene osservato.
L’io forse arriva dopo. Dopo il colpo. Dopo lo scarto. Dopo la smentita. Dopo la memoria della smentita. Cercato come causa, non si trova. Pensato come sostanza, si disfa. Trattato come identità compatta, lascia fra le mani correzioni, ferite, decisioni, riprese. Troppo poco per farne un fondamento. Troppo per liquidarlo come illusione. Il suo luogo non è il trono. È la frattura che dura, ricorda e si corregge.
L’io non fonda nulla.
Accade:
fragile, intermittente, ostinato
Epicuro aveva già tolto al cosmo il dovere di consolarci. Gli dèi non amministrano il nostro destino, la natura non prepara salvezze, la morte non apre tribunali. Quel gesto resta un ascendente lontano perché spezza l’antica abitudine di leggere il mondo come se fosse costruito a nostra misura. Nietzsche spinge più a fondo la lama: anche l’io smette di apparire misura di ciò che incontra. Da una parte una realtà che non attende di essere giustificata; dall’altra un soggetto che non coincide mai del tutto con sé stesso. È nello spazio aperto fra questi due limiti che continuano a nascere l’errore, la conoscenza e la domanda su chi siamo.
Forse abbiamo sbagliato domanda. Abbiamo chiesto per troppo tempo se l’io esista come cosa. Poi, non trovando la cosa, abbiamo creduto di avere risolto tutto. Ma l’io non si presenta come una cosa. Non fonda il mondo, non crea la realtà, non governa il corpo come un sovrano nascosto. Cade, sbaglia, si riprende, si racconta, si smentisce, ricomincia. Chiamarlo illusione è comodo. Chiamarlo sostanza è peggio. L’io non fonda nulla. Accade: fragile, intermittente, ostinato.
— Miro Renzaglia