L’ESERCITO DI MISHIMA - un libro di Daniele Dell’Orco

L’ESERCITO DI MISHIMA - un libro di Daniele Dell’Orco

Tutti coloro che ci si sono accostati a Yukio Mishima hanno sempre diviso in due porzioni nette e separate i suoi scritti. Una sorta di interpretazione manichea tra le due fazioni che si sono contese,un po' volgarmente per la verità, le spoglie artistiche dello scrittore.

Da un lato una lettura progressista che tende, dopo aver separato, come il grano dal loglio, romanzi e saggi, ad esaltare i suoi romanzi, capolavori laceranti, non privi di un fascino oscuro che ci restituiscono una personalità complessa, sempre rimbalzante tra la sua modernità recitata e il suo profondo attaccamento al Giappone più antico. E tende a demonizzare i saggi in cui si enfatizza il loro carattere tradizionale, conservatore se non reazionario, insomma la parte nera, oscura della sua mente. Dall’altro un giudizio diametralmente opposto da parte di una lettura conservatrice che tende a trascurare i romanzi e a dare grande enfasi ai saggi di natura politica o di commento al Bushido.

A rimescolare le carte in tavola e a rimettere in fila le cose, in modo ordinato e razionale, ci pensa un nuovo saggio, pubblicato da Idrovolante Edizioni nella sua collana Sedici raggi dedicata al Giappone. Scritto da Daniele Dell’Orco, porta un titolo che potrebbe trarre in inganno, L’esercito di Mishima. Storia segreta della Tate no Kai.

Potrebbe trarre in inganno perché gli studiosi di Mishima associano la Tate no Kai, la Società dello Scudo, una sorta di esercito personale che Mishima ideò, organizzò, addestrò, ad una conventicola paramilitare. Un esercito di estrema destra, fascista, ultrareazionario che finì in modo tragico e violento proprio perché tragiche e violente ne erano le premesse. Potrebbe trarre in inganno ancora, perché la storia della Tate no Kai si esaurisce nel giro di meno due anni, gli ultimi della vita di Mishima, facendo credere che è roba circoscritta e ultima. Seguendo il saggio, ci accorgiamo invece che era presente fin dall’inizio nella sua mente.

Per raccontarci questo, Dell’Orco ricorre a quegli strumenti che sono gli unici per chi voglia scrivere qualcosa di originale su un tema che ha già inondato di fiumi di parole le pagine degli esegeti e dei biografi. Il primo è possedere una solida base bibliografica. Bisogna conoscere ciò che chi ti ha preceduto ha scritto o detto sul tema. Poi bisogna avere la voglia e l’interesse di inseguire tutte le tracce possibili, specie quelle più impervie e quelle che sembrano precluse solo agli animi stanchi e rassegnati.

L’autore conosce la bibliografia fondamentale su Mishima, ne ha letto le opere intensamente, lo si evince da quello che scrive. Ma questo non basta. Vola in Giappone, dopo un periodo intenso di abboccamenti e reciproci scambi di informazioni, e fonda un gruppo di ricerca Mishima 100, composto da due poli che fanno capo al Giappone e all’Italia.

Fanno parte del sodalizio Masahiro Miyazachi che ha conosciuto Mishima e che è stato un caro amico di Masakatsu Morita che era il suo braccio destro. Masayoshi Asano, segretario operativo del Centro Studi dedicato a Mishima e grande conoscitore dello scrittore. Romano Vulpitta ex diplomatico, traduttore, insegnante per mezzo secolo nelle università giapponesi e lì residente. E naturalmente lo stesso Daniele Dell’Orco. Questo gli ha permesso di prendere diretta visione di scritti ad altri non accessibili, ha potuto intervistare persone che hanno fatto parte della Tate no Kai ma che per più di cinquant’anni hanno tenuto la bocca cucita.

Ne nasce così un affresco che contempla lo scrittore, il dandy affascinato e anche inorridito dalla vita moderna e occidentale, il cultore del suo corpo, amante del body building ed indefesso kendoka, il politico che si getta nell’agone con una messe imponente di articoli per i giornali e di saggi, più o meno brevi, che servono per dare indirizzo a quei pochi che non aderiscono ai movimenti comunisti che fioriscono in Giappone, specie nelle università a partire dal dopoguerra.

Viene tratteggiato anche il Mishima più intimo, quello che si dedica ai giovani della sua Tate no Kai come un fratello maggiore premuroso che non ama essere incensato ma che si siede ai piedi delle brande, durante i periodi di addestramento militare, per sentire il loro pensiero e per confrontarsi da pari a pari.

Una vivida rappresentazione in cui, sullo sfondo di un Giappone che ha smantellato il suo esercito, che ha rinunciato alla figura del suo imperatore, costretto a dichiararsi umano, che ha dimenticato l’immensa tradizione di Yamato, che vede le mode americaneggianti prendere piede con il loro portato dissacrante, che assiste al crescere della protesta giovanile che si rivolge al comunismo, pochi singoli individui scelgono di unirsi, in nome della millenaria tradizione giapponese, in un gruppo che Mishima finalmente decide di costituire.

La cosa che è di maggiore interesse nel saggio è scoprire che la Tate no Kai non è il frutto di una infatuazione dell’ultima ora ma è una struttura, i cui principi e fondamenti sono già presenti nel pensiero e negli scritti di Mishima fin dalle sue prime opere giovanili. È questa la vera originalità del saggio che, con estrema puntigliosità, smonta una fantasia manichea non provata dai fatti ma sostenuta dalla pura ideologia che vuole vedere solo ciò che gli fa comodo.È una lettura che riassembla le due parti di Mishima, strumentalmente separate, in un unico corpo pulsante. A rendere più piacevole la lettura è lo stile piano, colloquiale, emozionato che trasferisce in modo proficuo per il lettore, il suo entusiasmo per l’autore e la materia, senza mai cadere però nell’agiografia o nell’innamoramento acefalo per il soggetto del suo racconto.

Ricorrendo alle parole di Masahiro Miyazaki: «Per comprendere Mishima non basta leggerne i libri: bisogna vedere ciò che ha visto lui, respirare gli stessi spazi. L’ho scritto chiaramente in uno dei miei volumi. […] Quel giorno di novembre non fu un gesto teatrale, ma il compimento di un itinerario interiore che aveva già una lunga storia. […] Ridurre Mishima a un estremista di destra è un grave errore: la sua era innanzi tutto una protesta spirituale contro il nichilismo moderno. […] Cercava un’unità, tra bellezza e azione, tra pensiero e sacrificio: questo lo portò inevitabilmente verso il mito dell’eroe tragico», Dell’Orco conclude «Tutto, nella sua vita, sembrava condurre a Ichigaya».

Ichigaya è il luogo dove Mishima, dopo aver arringato inutilmente la folla di soldati che si era assiepata sotto il balcone, si suicidò ritualmente secondo le regole del seppuku, come monito di fronte alla decadenza in cui era piombato il suo paese. «Così, nell’istante in cui la lama tracciò la sua linea di fuoco sul ventre, Mishima chiuse il cerchio che aveva inseguito fin dalla giovinezza: l’unità del dire e del fare».

L’autore ha visitato quella stanza a Ichigaya ancora densa di quegli umori impressi nel legno dell’intercapedine scalfito da tre colpi di katana e ci restituisce anche le sue emozioni: «Tre segni verticali, tre cicatrici sottili interrompono la trama. Sono colpi di spada. Mi avvicino, chino il capo, passo un dito sul legno. I solchi non sono profondi, ma netti. Il legno graffiato, scavato. Nessun restauro li ha cancellati. Sono lì, sopravvissuti a più di cinquant’anni di manutenzione, traslochi, riduzioni. Sono la prova che qualcosa è accaduto». Leggendo, un brivido mi corre lungo la schiena. Una emozionante prova d’autore più che un saggio biografico.

 - Mario Grossi

SCHEDA LIBRO

Titolo: L’esercito di Mishima. Storia segreta della Tate no Kai  
Autore: Daniele Dell’Orco  
Editore: Idrovolante Edizioni  
Anno edizione: 2025
Pagine: 400  
Formato: Rilegato  
Prezzo: € 20,00  
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