LE RADICI EBRAICHE NEL PENSIERO DI FRANZ KAFKA - un libro di Giovanna Canzano

LE RADICI EBRAICHE NEL PENSIERO DI FRANZ KAFKA - un libro di Giovanna Canzano

Già dalla Presentazione Ariel Toaff mette Kafka dentro una traiettoria precisa — haskalahemancipazioneassimilazione — e ne ricava un punto fermo: diritti acquisiti, richiesta di trasparenza, tradizione ridotta a sfondo. Prende forma la domanda che attraversa i testi: una vita pienamente europea, una radice percepita come lontana; il tedesco come codice pubblico, lo yiddish come richiamo, la comunità come distanza che non si chiude.

Giovanna Canzano lega la scrittura a una condizione storica precisa: l’ebreo mitteleuropeo “integrato” e insieme privo di una comunità viva e condivisa. L’innesco è quasi cinematografico, raccontato con taglio secco: lo spettacolo yiddish al Café Savoy (5 ottobre 1911) e la scoperta che «il problema della memoria, delle origini, delle radici è eminentemente moderno». Da lì in poi il saggio cerca il punto in cui l’appartenenza continua come questione irrisolta e quotidiana, più pratica che dichiarata.

«Il problema della memoria,
delle origini, delle radici
è eminentemente moderno»

L’autrice rende esplicito il passaggio decisivo: il tema entra nella scrittura. Entra nelle scene tipiche dei testi. Soglie, uffici, anticamere, stanze in cui qualcuno valuta, rimanda, sospende. Personaggi che chiedono accesso, attendono risposta, si muovono in corridoi di permessi e di procedure. Una comunità assente si trasforma in domanda di appartenenza, sempre in verifica.

Questo scarto entra anche nella lingua: il tedesco resta codice pubblico e strumento di cittadinanza, lo yiddish rimane presenza desiderata e distante. L’autrice mette a fuoco la prossimità che non diventa identità: due lingue vicine, una frizione continua, un’appartenenza che non si compatta. Lo yiddish, come segno di una cultura ebraica ancora viva e comunitaria, agisce per mancanza; il tedesco, con la sua precisione, spinge verso una prosa da verbale, fatta di cautela e appigli. Ne esce una voce che tiene insieme controllo e inquietudine, con una comicità scura generata dalla sproporzione tra domanda e risposta.

Il processo come procedura che cresce
e si autonomizza, Il castello come autorizzazione che slitta, La metamorfosi come casa
che diventa spazio ostile

La forma complessiva dell’opera kafkiana, letta in questa chiave, segue la stessa linea: storie che mettono in scena la richiesta di riconoscimento e la risposta differita. Il processo come procedura che cresce e si autonomizza, Il castello come autorizzazione che slitta, La metamorfosi come casa che diventa spazio ostile. La lettura di Canzano usa questi testi come verifica: l’identità moderna non “spiega” i romanzi, indica la pressione che la frase è chiamata a reggere.

La cornice la offre Praga come Dreivölker-Stadt, la “città dei tre popoli” — cechitedeschiebrei — in equilibrio instabile, e una lingua (il tedesco) che coincide con scuola, carriera, prestigio. Il saggio sottolinea un punto utile: l’ebraicità, a quel livello sociale, tende a diventare una posizione “civile” che vive di equilibri politici e di convenzioni. L’attenzione si sposta dalla psicologia alla storia: nazionalismi, fratture dell’impero, identità che si irrigidiscono. Kafka appare più come sintomo di un mondo che si decompone che come eccezione.

Quando la lente si stringe sulla famiglia – padre, ascesa borghese, religione ridotta, tradizione lasciata ai bordi della vita quotidiana – emerge un dettaglio-spia: annota «In ebraico io mi chiamo Amshel». È una riga breve, quasi un appunto anagrafico, e proprio per questo pesa. Dentro ci sta un doppio registro: un nome pubblico, usabile nei codici cittadini, e un nome che rimanda a origineappartenenzamemoria. Il punto è che quel secondo nome compare come dato isolato, senza una rete di gesti che lo faccia vivere.

L’ebraismo rimane spesso una traccia più che una pratica: qualcosa che si porta addosso, che si sa di avere, che riemerge a scatti

In questa lettura l’ebraismo rimane spesso una traccia più che una pratica: qualcosa che si porta addosso, che si sa di avere, che riemerge a scatti. Canzano mostra questo scarto: una casa “sicura” sul piano sociale, una radice percepita come sottile, una disciplina che serve a stare in equilibrio. Da qui il libro ricava un tratto ricorrente: riservatezza, controllo, una vita tenuta su margini praticabili.

Quando entrano in scena i “guitti” e Jizchak Löwy, il saggio si accende. Il teatro yiddish entra come prova concreta: corpivoce, una sala che risponde. Kafka, formato nel tedesco “alto”, prende quel mondo come misura; più lo percepisce pieno, più sente il divario tra una comunità in atto e la sua appartenenza rarefatta, borghese, germanizzata. La nota sulla «unità quasi carnale tra la sala e la scena» vale come fotografia: desiderio di presenza, fame di comunità, scarto che rimane.

Arriva l’altra pressione: la richiesta di normalizzazione completa, sociale e affettiva. Canzano la formula con chiarezza: a un ebreo emancipato si chiede, spesso senza dirlo, di diventare invisibile come ebreo. L’appartenenza è un dato, poi viene trattata come dettaglio da limare: nel lavoro, nelle relazioni, nello sguardo altrui. L’integrazione chiede trasparenza, quindi chiede anche rinunce piccole e continue, fino al punto in cui la tradizione finisce come un’ombra.

Così la solitudine messa in scena nei testi di Kafka prende una luce più precisa: domanda di accesso a un ordine che valuta e rimanda. Il senso di iter e di giudizio, ricorrente nelle storie, diventa la forma narrativa di un’esperienza sociale in cui l’identità viene messa alla prova e rimessa a controllo. L’assimilazione diventa una disciplina sociale quotidiana: ridurre i segni, smussare i margini, diventare “leggibili”.

A un ebreo emancipato si chiede,
spesso senza dirlo, di diventare invisibile
come ebreo

Berlino arriva come mito e prova generale. La “porta dell’Occidente”, il luogo in cui l’emancipazione sembra finalmente una forma compiuta e insieme lascia scoperti i suoi costi. Qui Canzano convoca Joseph Roth, scrittore e giornalista ebreo della Galizia: la sua Berlino è promessa e conto da pagare. Il controcanto serve a dare una misura e a chiarire la prospettiva: uno sguardo occidentale che cerca nell’ebraismo orientale una densità comunitaria che, nella propria esperienza, si è assottigliata.

La città, però, non vale solo come scenario o citazione: è la città in cui la questione dell’appartenenza diventa programma, scelta, tentazione. Lì si vede meglio il costo dell’integrazione e, insieme, l’idea che una via diversa esista davvero. In questo passaggio l’autrice prepara il punto finale: il desiderio di comunità rimane acceso, e fatica a trasformarsi in vita.

Nelle Conclusioni l’autrice stringe la formula finale: la questione ebraica si conferma una chiave di lettura dell’opera, perché illumina lingua, postura, richiesta di riconoscimento e senso di regola. La nota più netta: la nostalgia per l’ebraismo orientale, per una comunità ancora densa e praticata, rimane accesa e fatica a trasformarsi in ritorno “salvifico”.

— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮

Scheda libro 
Titolo: Le radici ebraiche nel pensiero di Franz Kafka 
Autrice: Giovanna Canzano 
Presentazione: Ariel Toaff 
Editore: Edizioni Solfanelli
Collana: Micromegas, 43 
 Pagine: 128 
ISBN: 978-88-3305-543-5
Prezzo: € 9,50
Acquista: QUI