LA VISIONE ECONOMICA DI EZRA POUND - 5 (fine) / Douglas, Gesell, Jefferson, Mussolini

LA VISIONE ECONOMICA DI EZRA POUND - 5 (fine) /  Douglas, Gesell, Jefferson, Mussolini

Quest’ultimo capitolo non aggiunge un nuovo tema: raccoglie i fili dei precedenti. In Pound i nomi di Douglas, Gesell, Jefferson e Mussolini non stanno insieme come in una scuola compatta. Stanno insieme perché, ai suoi occhi, convergono su un problema comune: come sottrarre monetacredito e Stato al dominio della rendita finanziaria e riportarli dentro un ordine fondato su produzionedistribuzione e decisione politica.

Il primo nome è Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti dal 1801 al 1809. In lui Pound cerca la matrice americana del proprio impianto: diffidenza verso il debito pubblico permanente, ostilità ai privilegi finanziari, idea che la terra e il lavoro reale vengano prima dell’astrazione creditizia. Jefferson gli serve come figura di una repubblica che non riconosce al credito finanziario un primato sul corpo produttivo della nazione. È qui che nasce il motivo anti-debito che, nei testi poundiani, tornerà più volte come criterio di sovranità.

Douglas è lo schema della
distribuzione; Jefferson è l’origine
repubblicana anti-debito 

Douglas fornisce invece l’ossatura teorica. Dal Social Credit Pound prende il nucleo che abbiamo già incontrato: il divario tra prezzi e redditi, il national dividend, l’increment of association, il cultural heritage come fonte di valore che eccede il solo lavoro presente. Douglas gli offre soprattutto una formula decisiva: lo Stato ha credito e non dovrebbe riceverlo in prestito da un sistema bancario che lo affitta a interesse. Jefferson dà il principio politico; Douglas fornisce il meccanismo economico.

Gesell entra come correttivo monetario. Se Douglas spiega perché la distribuzione si inceppa, Gesell suggerisce come impedire alla moneta di trasformarsi in potere d’attesa. Da lui Pound prende l’idea della moneta prescrittibile, del costo di detenzione, della lotta alla tesaurizzazione. Il punto, qui, non è ridurre il denaro a un semplice strumento tecnico, ma impedirgli di restare fermo senza costo mentre tutto il resto si consuma, si deteriora o deve essere venduto. In questa costruzione, Douglas e Gesell non coincidono, ma Pound prova a farli convergere: il primo corregge la distribuzione, il secondo corregge la moneta.

Il quarto nome è Mussolini. Non gli serve come teorico dell’economia, ma come figura della decisione. In Jefferson and/or Mussolini Pound non cerca una parentela di dottrina pura: cerca una trasposizione. Il confronto con Jefferson va preso sul serio, perché è qui che il capitolo smette di essere un semplice elenco di influenze e diventa una costruzione politica.

Gesell corregge la moneta; 
Mussolini rappresenta
la decisione che dovrebbe
attuarne i principi

Jefferson, per Pound, è il nome di una repubblica che diffida del debito, dei privilegi finanziari e delle mediazioni che sottraggono il governo al corpo produttivo della nazione. Ma è anche il nome di una politica ancora legata a un mondo di proprietari, terra, autonomia locale, misura agraria del potere. Mussolini, invece, entra nel discorso come la forma novecentesca della stessa esigenza: uno Stato che non si lascia paralizzare dalle procedure, che decide, che riporta il comando politico sopra i meccanismi dell’economia.

Il confronto non passa dunque per la somiglianza istituzionale. Passa per ciò che Pound considera il loro denominatore comune: priorità del fine politico sul meccanismo, radicamento nella terra e nella produzione, ostilità alla mediazione finanziaria come principio ordinatore. Jefferson rappresenta, ai suoi occhi, la fase in cui questa energia si presenta in forma repubblicana americana; Mussolini ne rappresenta la traduzione in una penisola mediterranea, in una società di massa, dentro un problema storico del tutto diverso. Per questo Pound non chiede che i due coincidano. Chiede che si veda la continuità dell’impulso politico sotto la differenza delle forme.

È qui che il confronto si precisa. Jefferson nomina la legittimità di uno Stato che non riconosce al credito un primato sulla comunità vivente; Mussolini nomina la capacità di uno Stato di agire in modo esecutivo contro quel primato. Il primo è il principio, il secondo la decisione. Il primo offre il nucleo anti-debito e anti-privilegio; il secondo, nel lessico poundiano, mostra che quel nucleo può essere tradotto in volontà organizzatrice.

In Pound, questi nomi
non formano una scuola:
sono la genealogia minima
di una economia al servizio
dell'uomo.

Naturalmente questa saldatura è una costruzione di Pound, non una continuità lineare della storia politica. Ed è proprio questo che la rende significativa. Più che dimostrare una parentela filologicamente impeccabile, Pound usa Jefferson e Mussolini per pensare lo stesso problema in due tempi diversi: come tenere Statocredito e produzione dentro un unico ordine politico. In mezzo, Douglas fornisce lo schema della distribuzione e Gesell il correttivo monetario. Ma il confronto Jefferson/Mussolini resta il perno, perché è lì che l’impianto economico cerca una forma di potere capace di attuarlo.

Questa sintesi non è lineare. Pound sa bene che tra Social Credit, moneta geselliana e Stato corporativo ci sono differenze reali. Eppure insiste nel tenerli insieme, perché cerca meno una teoria pura che una convergenza pratica. Il suo problema non è la coerenza sistematica di una dottrina; è la costruzione di un ordine in cui il credito non domini lo Stato, la monetanon premi l’attesa e la produzione non sia subordinata alla rendita.

Il punto interessante, qui, non è la perfetta coerenza dell’insieme, ma la forzatura con cui Pound tiene insieme elementi diversi. La loro convergenza non è dottrinale: è costruita da Pound attorno a un problema unico, quello di uno Stato che riprenda il controllo del credito, della moneta e del debito.

È su questo terreno che il capitolo si chiude. Più che offrire una teoria compatta, Pound costruisce una sintesi di strumenti e figure utili a un medesimo obiettivo: sottrarre la vita economica alla priorità della rendita finanziaria e ricondurla dentro un ordine politico della produzione e della distribuzione.

— Saldo Primario

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