La recensione di Rosanna Romanisio Amerio
Con il dichiarato intento di «testare la possibilità che, fra i poli dei composti binari, separazione e ostilità siano, in larga misura, finzioni» – quelle finzioni tanto comode e funzionali a un minimo orientamento di noi comuni mortali – il libro di Renzaglia si avvia a scandagliare e disarticolare ogni cardine essenziale della vita umana in prospettiva rovesciata.
«Tutte le pagine di letteratura pongono interrogativi – così si apre l’introduzione dell’Autore – il mestiere dello scrittore, in fondo, è questo: fare domande. E, sempre in fondo, il lettore legge per essere interrogato, per dare la propria risposta al quesito che il linguaggio scritto propone».
Domande e risposte – lo si comprende avanzando nella lettura – che talvolta van lette come riflesse in quel fantasmagorico specchio che separa la realtà di sotto da quella di sopra: a voi scegliere quale sia una e quale l’altra! D’altra parte lo stesso Autore scrive di un «errare in entrambi i sensi: di errore e di viaggio».
Alla lettura, nella presentazione, del fatto che l’intento dichiarato del libro sia: «testare la possibilità che, fra i poli dei composti binari, separazione e ostilità siano, in larga misura, finzioni. E che, oltrepassata la linea che li vuole irriducibili, emergano ibridazioni capaci di mettere in crisi la realtà schematizzata e sclerotizzata…», può generare nel lettore lieve sconforto. Ma per chi avrà costanza di proseguire, i frutti da cogliere saranno molti: come il poter apprendere che uno dei punti di riferimento al concetto che dà titolo al libro è che «Dalla scoperta dell’America a E = mc², quasi nulla è stato conseguito senza preliminari – e verosimilmente necessari – errori di calcolo». Pensiero questo facilmente comprensibile e tanto evidente quanto, in effetti, non sempre considerato.
«Dalla scoperta dell’America a E = mc², quasi nulla è stato conseguito senza preliminari – e verosimilmente necessari – errori di calcolo»
Se l’Autore non se ne avrà a male, il suggerimento per i lettori è questo: la presentazione leggetela “dopo”. Prima gustatevi quella novantina di interessantissime pagine in cui ogni riflessione accende vivaci e scoppiettanti fuochi di pensiero: vi apparirà meno inaccessibile.
Partiamo dunque dall’avvio, anzi proprio dal titolo, che verte segnatamente sul senso eticamente sostanziale dell’Errore e, facendo dichiaratamente il verso al cartesiano «cogito ergo sum», ne rovescia la prospettiva: «non celebrazione del pensiero come fonte di certezza dell’essere – annuncia l’autore – ma messa in discussione dell’essere».
Se da «cogito ergo sum» a «erro ergo sum» la differenza sta fra «cogito» ed «erro», dovremmo chiederci dove, precisamente, stia la differenza. O meglio: dovremmo domandarci se fra i due termini ci sia davvero differenza. Poiché, se il pensare («cogito») è azione (ché anche quelle mentali sono azioni, pure più dinamiche e ricche di effetti, spesso, di quelle pratiche)… e poiché, se il pensare — dicevamo — è azione fortemente polivalente nel corso della quale la ricerca della verità rimbalza continuamente, cercandone il giusto senso, allora l’errore («erro») è energia, spinta, margine di rimbalzo, specchio e quindi riflesso: praticamente, dunque, ne è (del pensiero) l’immagine e insieme la duplice forza vitale proveniente dall’interazione tra opposte polarità del «giusto» e dell’«errato».
Si tratta in sostanza di una serie di 14 collane di pensieri, inanellate ognuna intorno ad altrettanti “cippi sacri” dei massimi sistemi che regolano la mortal vita umana. Renzaglia li esamina fuori dal consueto recinto mentale entro cui, di norma, li si guarda ogni giorno.
E, infatti: «Prima dell’io venne l’errore […] L’uomo è in errore da quando Adamo commise il primo: voler sapere […] Il trasgressore è lui, senza dubbio. Ma l’istigatore è Dio – scrive Renzaglia che, con piglio irriverente, ribalta ogni abituale percorso di riflessione generando distillati di pensiero, succhi essenziali di energia per l’intelletto – e come può l’istigatore a delinquere essere al tempo stesso il giudice che sentenzia la pena? Signori della corte, la condanna deve essere annullata per chiara incompetenza del giudice. E l’imputato va riammesso nell’Eden. Sempreché ci voglia tornare, visto come è stato trattato l’ultima volta dal Capo Giardiniere».
A parte poi la felicità di alcune intuizioni – «Si dubita della risposta e mai della domanda. Eppure, è alla domanda che si applica il punto interrogativo» – c’è nel suo testo come una traccia sotterranea che pare aver radici nel teatro dell’assurdo e svetta in un misto di filosofia, filologia, teologia; vale a dire: verso l’intero orizzonte culturale dell’uomo.
Si tratta in sostanza di una serie di 14 collane di pensieri, inanellate ognuna intorno ad altrettanti “cippi sacri” dei massimi sistemi che regolano la mortal vita umana. Renzaglia li esamina fuori dal consueto recinto mentale entro cui, di norma, li si guarda ogni giorno.
Sono composte, le 14 collane, ognuna di preziose perle di… saggezza? Dubbi? Suggestioni della coscienza? Di idee intelligenti, sicuramente: allacciate le une alle altre da un filo di originalità di pensiero e confezionate con brillante sagacia, in argomentazioni insieme coraggiose, pungenti, misurate.
Quasi un Ecclesiaste laico: a metà strada fra un filosofico vademecum per la vita e un manuale d’uso mentale per la permanenza terrena; oppure un gioco ingegnoso per destreggiarsi fra i dubbi eterni di noi mortali.
In estrema sintesi, vi si legge del respiro vitale dell’Errore. Un respiro che dà fiato al fugace Tempo terreno, intriso di Materia e governato da un Dio la cui esistenza è giustificata dall’Arte che da secoli lo rappresenta. E che dona a noi mortali quel senso di illusione del Piacere di cui cantano nei sogni i poeti, chiamandolo Amore… E vi si legge del fatto che, nelle ragioni antiche del Debito, stagnino segreti di una Storia sempre uguale a sé stessa. Una Storia basata a volte sulle leggi del Lavoro e spesso tradita dallo Stato. Benché, talvolta, sul piano spirituale e morale ma anche pratico, si possa individuare proprio nel Tradimento quel remotissimo motore del Senso della vita che identifica in sé la vera ragione dell’esistenza dell’Io.
Qualora qualcuno non avesse dubbi su ogni acquisita certezza, dubbi sorgono istantanei alla lettura di ogni “versetto”… Già, perché han quest’aspetto i pensieri di Renzaglia: sono versetti (quasi tutti) brevi, circostanziati, circoscritti in sé stessi e insieme muniti, ognuno di essi, di una valenza libera, aperta ad ogni sorta di ulteriori connessioni.
L’Autore – che ama contrasti netti – leva via, a livello intellettuale, pratico e pure dialetticamente semantico, ogni indicazione abitualmente utilizzata per provare a trovare almeno una via nell’arduo attraversamento del percorso vitale terrestre
L’Autore – che ama contrasti netti – leva via, a livello intellettuale, pratico e pure dialetticamente semantico, ogni indicazione abitualmente utilizzata per provare a trovare almeno una via nell’arduo attraversamento del percorso vitale terrestre, e lascia il lettore spaesato, privo dei consueti riferimenti, ma pronto a pensare: “dunque si può”. Poiché – lo scrive lo stesso autore nell’introduzione – «più si scende nelle profondità del pensiero, più il linguaggio si fa arduo, la lettura difficile e la risposta improbabile».
Si può dare al testo scritto una differente fisionomia pur senza venir meno a quella rigorosa estetica logico-sintattica da cui uno scritto – a mio avviso – non può derogare. Vale a dire: se vuoi far la rivoluzione, falla rispettando le regole, anche «nuove» regole autogenerate, ma rispettale. Se ne sei in grado. Altrimenti desisti. O ogni congettura crollerà in un amen. Pare che Renzaglia ne sia capace; anzi, a mio avviso – dal mio microscopico punto di vista – ne è Maestro.
Direi che quasi mostri una via: a chi? ai tanti che spesso, qui e là, si chiedono se la scrittura abbia «ancora» un senso; o a cosa possa servire scrivere; o quale traccia possa ancora lasciare la parola… Certo che può! La Parola è tutto: è vita, è immaginazione, riflessione, rabbia, dubbio, gioia. La parola è creazione. Ovvio che occorre saperne far uso, saperla plasmare, reinventare, gestire, intrecciare, spezzettare e far rinascere. E ancor più che “saperlo” farlo fare, occorre pure averne il coraggio.
A voler esser colti, si potrebbero citare tesi di filosofi cui poter affiancare o con cui confrontare idee, speculazioni e pensieri di Renzaglia: da Cartesio a Nietzsche, a Pound, da Leibniz a Heidegger, fino a Democrito, Epicuro, Lucrezio… ma in realtà – e non a consolazione del fatto che non sarebbe semplice farlo – ciò finirebbe per diminuire l’originalità del pensiero, dotto, sapiente, erudito ed autonomamente originale dell’Autore che sa snocciolare in scioltezza icastici giudizi sul mondo senza dar loro il peso che in realtà contengono.
Come vede Renzaglia la vita? “Nuda e cruda”, si potrebbe dire. La guarda con occhio freddo, intelligente, disincantato, quasi cinico. Eppure nelle sue parole c’è, quasi celato, un velo di garbata ironia. Arrotonda alcuni spigoli taglienti delle sue filosofali indagini. Fa da luce chiarificante: dà corpo, contorno, forma e ragione a intuizioni di possibilità di espressione “altra”, “superiore” direi. Non perché spocchiosamente intrise di grigio sapore intellettuale. Perché svettanti di energia – anche semantica – originale, seppur composta.
Due preziosità finali, che paiono semi in terreno fertile, lì posti con speranza del loro germogliare per dar vita a un nuovo futuro ragionamento, sono quelle dedicate al Senso della Vita (testo che porrà voi lettori a una scelta: chiudere e cestinare il libro, o lasciarvi accendere di dedizione mentale per l’Autore): «E ora, sia tolta la maschera al “noi”. / Signori, sono io sia questo che quello. / Sono capace di tutto. Di tutto / ho calcolato la cifra apparente, / il circolare uni-verso a procedere. / Ma non mi sogno di dare allo specchio / copioni già scritti, recite sfatte: / io mi martello le tempie a soggetto, / mi do il colore dei nervi spezzati, / notti sputate di bianco nel piatto / dove si servono soli a venire. / Perché la vita ha un senso soltanto / nel farla. E poco m’importa sapere / se, teölogica summa, avrò testa / o croce in sorte alla mia frenesïa. / Perciò mi gioco deciso una volta / per tutte. Male che vada, del resto, / è privilegio dell’uomo fallire».
E al Senso dell’Io: «un fraintendimento nel reciproco inter-ferirsi e ciò che poteva essere non è mai stato. Non per mancanza, ma per cancellazione», perché… «Identici al punto “a”, / primo comun denominatore, / ci scisse in due secondi il tempo “t”, / massimo divisore / scivolandoci sui lati di un isoscele alla base / ridotti agli estremi “b” e “c” / tendenti a zero / moltiplicammo estasi per altezza / elevando in “f” / e benché divisi in due / trovammo l’area d’una vita all’infinito / siimi simile, / com-baciami al millesimo / risolviamo questo insieme alla radice».
Se non è un folle, Renzaglia è un genio.
—Rosanna Romanisio Amerio
𝗦𝗰𝗵𝗲𝗱𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗼
𝗧𝗶𝘁𝗼𝗹𝗼: Cane sciolto. Il nero muove e perde
𝗔𝘂𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲: Miro Renzaglia
𝗘𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲:Passaggio al bosco
𝗔𝗻𝗻𝗼: 2021
𝗣𝗮𝗴.: 162
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