LA LUNGA NOTTE GENOVESE DI PAUL VALERY. Una tempesta, una stanza, un silenzio lungo vent'anni

LA LUNGA NOTTE GENOVESE DI PAUL VALERY. Una tempesta, una stanza, un silenzio lungo vent'anni

Non è una notte come le altre. È una notte che prende tempo e te lo ruba. Si srotola, si allunga, cambia pelle, ti entra dentro e ti svuota. Genova non ti fa un regalo: ti mette in pendenza e ti lascia lì, con il fiato che protesta. Ti toglie il piano, ti toglie la comodità dell’orizzonte, ti costringe a pensare col peso addosso. Salite. Scalini. Mura scure. Caruggi: aria stretta, svolte che ti mangiano la linea. È la stessa geometria della crisi: niente va dritto, solo deviazioni. E sotto, il mare: una lama che luccica e taglia.

Paul Valéry arriva con una crisi infilata tra le costole: amore, fallimento, umiliazione? Difficile dire. Ma Genova ha un vizio: non collabora a carezze. Collabora con la materia. Con la pietra che ti graffia. Con l’ardesia. Lui, più tardi, la liquida in una frase che sembra dileggio e invece è un'elegia: «Genova è una cava d’ardesia». Ardesia: sapete? quella pietra buona per le lavagne e il gesso. Basta un colpo di spugna ed è pronta di nuovo per scriverci sopra un’altra poesia. Se ne sei capace. E Paul, a 21 anni, ne prometteva delle belle.

Il lampo ti esplode addosso a frammenti
e mette a fuoco ciò che di giorno
fingi di ignorare. Eccoti qui,
eccoti nudo, eccoti ridicolo.

Ma quella stanza, quella notte del 5 ottobre 1892… Qui bisogna stare: in Salita San Francesco di Castelletto, numero 7. Castelletto ti dà distanza, non riparo: ti illude di essere sopra le cose e invece ti sbatte in faccia una prospettiva capovolta. Palazzo Montanaro è una facciata lunga e sobria, color polvere: intonaco antico, finte storie dipinte a fascia, persiane verdi a mezza ampiezza. Al centro c’è un ingresso che fa il gesto del “nobile” senza alzare la voce: arco, cornici, un volto in pietra che ti guarda come un portinaio severo. Intorno, alberi e giardino che tengono il palazzo un passo indietro dal rumore. Nel fianco di Genova, con il porto e il mare là in fondo come un basso continuo. Immagina la finestra che non chiude bene, lo scatto dei serramenti, il lampo che ti rimette in faccia il buio a intermittenza. Il temporale non è uno sfondo: è un interrogatorio. La luce arriva a scatti, come un pensiero che non riesce più a tenere la continuità. Il lampo ti esplode addosso a frammenti e mette a fuoco ciò che di giorno fingi di ignorare. Eccoti qui, eccoti nudo, eccoti ridicolo.

La crisi non è solo l’amore che finisce. Quello è il pretesto. La crisi vera è la fiducia nel proprio modo di vivere. E di scrivere. In quella notte Valéry capisce che la poesia, così come la stava vivendo - come identità, come valvola emotiva, come alibi cognitivo - è una scusa. Una coperta calda per non guardarsi dentro. La frase che al mattino di quella lunga notte scriverà sui Cahiers - «io mi sento altro» - non dice: “sono guarito”. Dice: “ho cambiato giudice”. Da quel momento la sua testa non gli perdonerà più l’estetica come posa.

E allora succede: si taglia la via di fuga. Si toglie il canto dalle mani. Si impone il silenzio. Non il silenzio del lutto, il silenzio dell’officina: quello che serve per sentire il rumore degli ingranaggi. La notte genovese diventa un patto con sé stesso: niente più ebbrezza senza precisione, niente più frase bella se non regge alla luce fredda dell’esattezza. Non è gelo morale. È esigenza di perfezione. 

La poesia non sparisce
perché “non vale”: sparisce
perché vale troppo
e tu ti senti troppo poco
per darti a lei.

Da lì in poi la tempesta cambia forma e resta. Resta come disciplina quotidiana, come quaderno riempito per anni, come esercizio di attenzione che ti impedisce di mentire, di mentirti. La poesia non sparisce perché “non vale”: sparisce perché vale troppo e tu ti senti troppo poco per darti a lei. Genova, quella notte, gli bisbiglia una cosa che sul momento non suona bene: verrà tempo, ma non ora e non qui. 

Dalla “crisi di Genova” parte una sottomisura: redattore al Ministero della Guerra. A Parigi. Milioni di pagine in bella prosa e scarabocchi finiranno nei Cahiers. Ma nessun verso. Per tornare alla poesia ci vorranno 20 anni. E niente sarà come prima. La forma è diventata il calibro implacabile del simbolo: ritmo, taglio, misura, tutto sotto disciplina. E la mente diventa il vero paesaggio: un laboratorio dove ogni elemento è distillato a centesimo di grammo. Le parole lasciano senso e accendono la musica. 

Tornerà a Genova, anni dopo. E su, per il Belvedere Castelletto, come tra i cipressi del cimitero marino di Sète, gli suonerà di nuovo in mente il verso: «S’alza il vento!... Tentiamola la vita!».

– Miro Renzaglia