LA CROCIATA ELIOCENTRICA CONTRO IL SENSO COMUNE - un libro di Giancarlo Infante

LA CROCIATA ELIOCENTRICA CONTRO IL SENSO COMUNE - un libro di Giancarlo Infante

«In questa pubblicazione intendiamo ribadire l’inconsistenza fisica dell’eliocentrismo, confermando invece la validità della screditata tesi dell’immobilità della Terra». Tutto si può dire, tranne che Giancarlo Infante non metta subito le cose in chiaro. Già nelle prime righe della Premessa il lettore capisce dove il libro vuole andare a parare. L’eliocentrismo, per Infante, non sarebbe il risultato di una verifica fisica riuscita, ma una costruzione ideologica diventata senso comune colto. La scienza moderna, da Copernico a Einstein, andrebbe allora riletta come una lunga traslazione del vero dall’esperienza alla formula, dal mondo percepito a un mondo sempre più matematico, simbolico, specialistico. In questa linea Galilei, Keplero, Newton ed Einstein diventano figure di una stessa traiettoria: la progressiva sostituzione del reale vissuto con il reale calcolato.

La mossa ha energia. L'autore sa che il racconto scolastico della modernità scientifica è spesso una catechesi laica: pochi nomi giganteschi, una marcia lineare del progresso, la ragione che avanza e le resistenze che arretrano. Quel racconto aveva bisogno di attrito. E questo libro di attrito ce ne mette molto. Lo mette quando toglie ai protagonisti la posa marmorea. Lo mette quando ricorda che nessun paradigma si afferma in un vuoto sterile, e che dietro ogni teoria lavorano anche metafisiche, immagini del mondo, lessici religiosi, ambizioni culturali, lotte di prestigio.

Il libro sporca l’immagine canonica
della scienza moderna,
e questo era necessario

Il libro va letto perché obbliga a riaprire fascicoli troppo presto archiviati. Va letto perché ricorda che la scienza moderna non è una sequenza di santi civili. Galilei rientra nel suo secolo e perde la faccia da martire innocente. Keplero torna a portarsi dietro armonie, visioni, proporzioni. Newton recupera le sue ombre teologiche e alchemiche. Einstein viene sottratto al culto del genio puro e rimesso dentro una crisi del rapporto tra verità, misura e realtà. Qui il libro colpisce davvero: sporca una narrazione troppo pulita e troppo sicura di sé.

Il problema comincia nel metodo. La debolezza del libro non sta in un capitolo meno riuscito degli altri. Sta nel dispositivo complessivo con cui Infante organizza la sua controstoria. Denuncia la storiografia ufficiale come racconto ideologico, poi però costruisce una sequenza molto compatta: dal pitagorismo all’esoterismo rinascimentale, da Galilei a Newton, fino a Einstein, tutto tende a disporsi come una marcia coerente della deviazione moderna. È una macchina narrativa forte, spesso suggestiva, a tratti persino brillante. Resta però una macchina che riordina a posteriori materiali assai più contraddittori e li fa convergere troppo ordinatamente verso un unico esito.

Qui si vede il primo limite serio. Il libro usa spesso una ambiguità biografica come se fosse già un sospetto teorico. Se Galilei ha un rapporto con l’astrologia, se Newton attraversa l’alchimia, se attorno ai grandi nomi della modernità scientifica si addensano eterodossie, ossessioni e lati opachi, il testo ricava dubbi sulla tenuta del loro impianto. L’immagine si incrina, certo. Però la crepa dell’immagine non coincide con la crepa della teoria. Un autore può essere contraddittorio, vanitoso, superstizioso, perfino intellettualmente disordinato, e produrre ugualmente uno spostamento reale nel sapere.

Il secondo limite riguarda la genealogia. Infante insiste con intelligenza sul sottosuolo simbolico, ermetico, rosacrociano, anti-scolastico in cui matura parte della rivoluzione scientifica. È un punto interessante e utile: le idee non nascono quasi mai in provetta, ma dentro reti, lessici, conflitti, trasferimenti. Però il libro avvicina troppo origine e validità. Che una teoria abbia attraversato ambienti culturalmente opachi o metafisicamente densi non basta a renderla falsa. Al massimo rende meno ingenuo il suo racconto d’origine. La controstoria funziona finché ricostruisce una genealogia; comincia a forzare quando pretende che quella genealogia valga da sola come confutazione.

Il suo limite sta nel metodo:
il sospetto allarga il campo,
la prova non sempre
regge il colpo

C’è poi il nodo delle difficoltà epistemologiche. Ogni grande paradigma scientifico porta con sé tensioni, punti oscuri, passaggi controintuitivi. Infante tende a usare questi punti come indizi di mistificazione. È una tentazione comprensibile in un libro scritto contro la vulgata progressista, ma resta insufficiente. Una difficoltà concettuale non coincide con una smentita. Un’anomalia non equivale alla demolizione dell’impianto. Qui il libro preferisce spesso l’effetto di smascheramento alla fatica del confronto pieno con la tenuta descrittiva e sistematica dei modelli che attacca.

Il passaggio più scoperto è il rapporto con il senso comune. La Terra non sembra muoversi; il cielo sembra girare; l’esperienza ordinaria resiste a molte formulazioni della fisica moderna. Infante appoggia molta parte del suo ragionamento su questo dato, e lo fa con continuità. È una posizione filosofica legittima, certo. Però va detta per quello che è: non un’evidenza neutra, ma una scelta forte sul rapporto tra percezione e verità. Il libro la tratta troppo spesso come un terreno autoevidente, mentre è già una decisione metafisica molto esigente.

Questo limite si vede bene quando il libro chiama in causa Michelson–Morley per sostenere che il moto terrestre «sembrava essere smentito» e prolunga l’argomento con i risultati nulli sul presunto vento d’etere. Qui il bersaglio empirico è sbagliato. Michelson–Morley non ha dimostrato una Terra immobile: ha messo in crisi un certo modello dell’etere e ha spinto la fisica verso una diversa formulazione del problema, nella quale test di quel tipo servono a verificare l’isotropia della velocità della luce, non a resuscitare il geocentrismo. Soprattutto, il moto terrestre non dipende da un solo esperimento né da una sola famiglia di prove.

Se invochi Michelson–Morley
e lasci fuori Foucault...

La rotazione della Terra ha una dimostrazione fisica classica nel pendolo di Foucault; la rivoluzione attorno al Sole è confermata, fra l’altro, dalla parallasse stellare. Perciò qui il libro non si limita a forzare un passaggio storico: prende il risultato nullo di un test specifico e lo gonfia fino a farne la negazione di un insieme molto più ampio e convergente di evidenze. E nel farlo cade nello stesso vizio selettivo che rimprovera alla vulgata scientista. Se invochi Michelson–Morley per insinuare che il moto terrestre non sia provato e lasci fuori Foucault, non stai passando al vaglio tutte le prove: stai trattenendo solo quelle che servono alla tesi. A quel punto la controstoria smette di correggere un racconto e comincia a piegare le evidenze.

Una controstoria deve smontare la vulgata e mostrare che, tolta la vulgata, resta in piedi un quadro migliore. Infante riesce spesso nella prima operazione. Riduce la leggenda dei fondatori, riapre il fascicolo delle loro ombre, reinserisce la scienza moderna nel magma delle sue condizioni storiche. Quando però deve mostrare perché la propria lettura restituisca una comprensione più robusta dei paradigmi che intende rovesciare, il libro si assottiglia. Demolisce con vigore. Sostituisce con molta meno autorità.

Per questo il libro dà l’impressione di una compattezza eccessiva. Tutto torna, tutto confluisce nella stessa traiettoria, tutto si lascia leggere come una sola marcia della deviazione moderna. È una costruzione che ha presa, perché offre al lettore la soddisfazione di un disegno nitido. Il prezzo, però, è alto: la storia delle idee e della scienza è più fratturata, più incoerente, meno disponibile a farsi comprimere in una sequenza unitaria. Ed è qui che la controstoria rischia di diventare vulgata rovesciata: cambia il segno morale, resta la tentazione di leggere tutto come destino.

Il libro merita di essere letto, ma anche sorvegliato. Non perché stia nello stesso sacco del falso allunaggio o del terrapiattismo; sarebbe una sciocchezza. Piuttosto perché insegna, anche nei suoi limiti, una regola semplice: una controstoria resta seria finché il sospetto allarga il campo dell’indagine; deperisce quando prende il posto della prova.

Il giudizio finale, allora, può essere questo. Infante sporca l’immagine canonica della scienza moderna, e questo lavoro era necessario. Però, quando deve colpire il bersaglio più difficile — la tenuta reale dei paradigmi che vuole rovesciare — perde precisione. Il libro resta così un pamphlet colto, nervoso, spesso intelligente; molto meno una revisione decisiva della storia della scienza.

— Miro Renzaglia

Scheda libro
Titolo:
La crociata eliocentrica contro il senso comune
Autore: Giancarlo Infante
Editore: Edizioni Solfanelli
Collana: Faretra, 133
Edizione: Quinta edizione, febbraio 2026
Pag: 152
Prezzo: € 10,00
Acquista QUI