JIM MORRISON, WOTAN IN ROCK - un libro di Luca Leonello Rimbotti
Morrison si colloca subito fuori dall’album di famiglia dei “Sixties”, intesi come mito compatto degli anni Sessanta: pacifismo di massa, comunità, slogan, Woodstock come icona finale. È un frontman a cui restano estranei pacifismo e comunitarismo di maniera: Rimbotti lo rivendica senza ambiguità e usa anche il dettaglio del look — il cuoio nero — come controcanto visivo al repertorio flower power. Cerca rivolta e sacralità, si muove come uno sciamano elettrico. L'autore evita l’icona da poster e mette in campo una domanda: che cosa racconta davvero questa figura quando la si tratta come problema culturale?
L’introduzione lavora per montaggio, con un tono dichiarato e quasi teatrale. Tre stazioni, nette: Wotan/Odino (via Jung) come maschera del cantante‑profeta, con Dioniso in filigrana e un lessico di estasi e possessione; Blake e Nietzsche come grammatica del timbro visionario; la “caccia selvaggia” come immagine‑madre che permette il salto dal mito alla scena. Da qui la tesi del libro: il rock vale come forma culturale totale, gesto scenico e visione del mondo. Rimbotti insiste sul Wotan poetico‑musicale: archetipo che ritorna come estetica e come corpo in performance. In questa cornice, il livediventa dispositivo collettivo, comunità provvisoria che trascina i corpi e lascia postumi; il concerto dei Doors viene letto come evento scenico e come accumulo di cerimonia, tragedia e vertigine.
Quando entra in campo il Sessantotto, il libro sceglie l’affondo: la Summer of Love (estate 1967, San Francisco, apice della controcultura hippie) viene letta come equivoco e retorica, e la contestazione come partita interna al sistema, fino alla formula «scuola di formazione della classe dirigente». In questo taglio Morrison appare come contro‑tendenza dura, più vicina alla rivolta che allo slogan.
Quando Rimbotti sul terreno di mito e scena, il libro si fa persuasivo. Il blocco sulla “caccia selvaggia” lavora per immagini forti e per dettagli di scena (costume, coro, musica, esaltazione), e da lì prova a spiegare perché certi concerti abbiano funzionato come simulazione moderna di un’antica frenesia collettiva.
Nell’antologia la tesi riceve corpo. Euripide porta la crudeltà rituale del dio; Snorri porta destino e notte con le Norne; Shakespeare consegna una magia che coincide con tecnica della scena. Le schede d’autore sono partecipi e spesso colorate: Snorri viene introdotto con una mini-biografia; Dylan Thomas viene tratteggiato come scrittore sregolato e maestro di suono; Nietzsche arriva con un profilo dichiaratamente interpretativo, più vicino a una dichiarazione di poetica che a una scheda neutra. E poi Morrison chiude. La sua voce, in questa sezione, regge da sola: invocazione, teatro, vertigine.
Stilisticamente, il saggio procede per accumulo e per immagini, con una voce che preferisce l’intonazione saggistico‑poetica alla cautela accademica. Questo registro dà coerenza al progetto, perché la parte migliore del volume resta la costruzione di un immaginario e la consegna di testi da leggere subito, con una mediazione dichiarata: l’introduzione come lente, l’antologia come materiale in mano.
È un PreTesti coerente: saggio come postura, antologia come prova. Si legge come chiave interpretativa e si usa come piccola biblioteca portatile: apri, leggi, rientri nel discorso.
— 𝐋𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐅𝐨𝐫𝐭𝐞
𝐒𝐜𝐡𝐞𝐝𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨
𝐓𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨: Jim Morrison, Wotan in rock
𝐀𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞: Luca Leonello Rimbotti
Copertina: Federico Renzaglia
𝐄𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞: Castel Negrino
𝐂𝐨𝐥𝐥𝐚𝐧𝐚: PreTesti
𝐀𝐧𝐧𝐨: 2021
𝐏𝐚𝐠𝐢𝐧𝐞: 148
𝐏𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨: € 14,90
𝐀𝐜𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐨: QUI