Intorno a “Errando nella verità”. Interrogarsi sul libro di Claudio Amicantonio
«Mostrare la verità è l’unico lavoro che conosco». Chi, poco oltre l’incipit del libro, all’aforisma numero (23), anticipa così le proprie intenzioni è Claudio Amicantonio, nel suo Errando nella verità. Può sembrare una postura persino un po’ antipatica ma tu, lettore, sei uno che dorme, uno che confonde parole e cose. Uno da scuotere per essere indotto a vedere. E allora: «Essere gentile e affabile mentre espongo qualcosa di importante m’impedirebbe di sapere se l’interlocutore concorda con me per i miei modi o per il contenuto. È necessario essere duri e — se necessario — durissimi. Chi non baderà ai modi e coglierà quanto esposto, sarà degno — poi — di essere trattato “a modo”…» (37). È un metodo. Il suo. E la cosa funziona come stile, dà ritmo, dà urgenza, dà una voce riconoscibile. Però, al pari di quella dell’autore richiede, altrettanto pronta, una postura precisa del lettore: quanto sei disposto a lasciarti svegliare da un urto frontale?
Giuliano Biagi, nella sua Presentazione, fa da soglia e prepara alla lettura: errando vale come caduta nell’errore e come vagare verso una verità che si dà da sempre. Sullo sfondo c’è l’idea che il lavoro sull’eternità degli enti sia già stato svolto: da Emanuele Severino, in primis, al quale il libro è dedicato. E, là dove è richiesto uno scatto ulteriore di coscienza, entrano in campo, un po’ a sorpresa, un Eraclito che seleziona i desti dai dormienti e un Nietzsche che invita a leggere con l’arte di ruminare, offrendo pure, qua e là ma ricorrenti, lampi di oltre umanesimo. Perché a sorpresa? Perché combinare l’essere di Parmenide (e Severino) con il divenire degli altri due realizza un composto ad alta infiammabilità. Con il forte sospetto (positivo) che sia esattamente quello che l’autore vuole.
Il nemico concettuale di Amicantonio è la fede nel nulla come malattia madre che infetta la modernità dell’uomo: «Ogni paura, terrore che abita l’uomo è radicato nell’angoscia per il divenir-nulla» (553). Il colpo è pulito: se pensi che tutto precipiti nel niente, ti muovi come un tossico di garanzie, ingoi rimedi e poi li vedi marcire perché li hai già pensati mortali. È una diagnosi che prende la psicologia quotidiana e le dà fondamento. Il problema è che la diagnosi tende a diventare sentenza totale: chi non vede è dentro l’errore, chi vede è già fuori. E l’errore è credere nel «…corso nichilistico di ogni cosa: dal nulla al nulla…» (645). Ovvero: che le cose provengano dal nulla e nel nulla siano destinate a sprofondare, come lettura del divenire nel segno dell’annientamento.
Nietzsche chiama nichilismo la malattia in cui manca il “perché”. Quando il mondo non regge più un senso, la domanda vera diventa pratica e brutale: perché tutto questo anziché il nulla? Domanda alla quale nessuno, a oggi, ha saputo dare risposta adeguata. Amicantonio traduce quel vuoto senza poesia e lo inchioda in forma di test: «Perché non dovrei suicidarmi?» (2). La domanda, per come la usa, non è un invito al gesto: è un setaccio. Se non sai rispondere, oppure rispondi con un tappo emotivo, allora ogni discorso su vita, educazione, senso, resta fumo. È qui che entra la sua categoria di “assurdo”: non come qualità del mondo, ma come qualità delle parole con cui provi a tappare quel buco. «L’assurdo non c’è, ma ci sono le assurde parole umane» (2), e quindi il compito è «rispondere a quella domanda con parole non-assurde, non-false» (2). Insomma, la sua risposta non è un divieto morale né un “tieni duro”: è una diagnosi dello sguardo. Il suicidio diventa anch’esso, suo malgrado, plausibile quando «si cessa di vedere» (1), quando si scambia la vita per un incidente senza radice e il linguaggio per la cosa; per questo la cura, nel suo lessico, è visiva prima che argomentativa: «mancano solo gli occhi» (4). In altre parole: il perché non si scioglie con un nuovo anestetico (Dio, affetti, droghe, idee), ma con una conversione del vedere che smascheri le parole false e riporti la vita — così com’è — sotto il segno del vero. E “vero”, per lui, ha una traduzione immediata: nessun ente passa dal nulla al nulla, ogni ente è eterno. Se prendi sul serio questa tesi, devi scendere dalle cose alte e astratte, fino alle cose più banali, proprio per togliere ogni via di fuga.
Banale come un posacenere? Sì. E se vedi solo un posacenere che ora è e poi non è più, allora sei «orbo» (19). Perché il divenire viene trattato come illusione, persino come falsità. A quel punto l’obiezione più comune (il posacenere che cade e va in frantumi, la distruzione della funzione) viene riassorbita con una mossa tipica: ciò che cambia è solo l’apparire, non la sostanza dell’essente. E chi difende l’impianto sostiene che l’essere non si misura nell’apparire. Va bene: allora il nodo problematico riemerge sul piano del “credere”. In diverse parti del libro, l’autore attacca la fede metafisica di chi ripone speranza di salvezza in un aldilà che non dà prova di sé. Tuttavia, nel frammento “credere nella verità” (380), distingue il credere come finzione (perché abitato dal dubbio) e un credere “autentico” che consiste nell’invitare a fidarsi della verità: fidarsi di ciò che si sa essere «assolutamente vero», anche quando non lo hai «davanti agli occhi», con l’effetto promesso di vivere «senza paura, senza dolore e senza morte» (380). La differenza, sul piano della postura mentale, tra l’atto di fede dei primi e il suo “fidarsi ciecamente” resta sottile. Talmente sottile che lui stesso, in chiusura di aforisma, ammette amaramente che: «La Verità è la Grande Assente» (380).
Proprio questa assenza dichiarata regge l’effetto più ambizioso del libro: la verità come esperienza che, una volta “vista”, dovrebbe ricomporre il reale in necessità e disinnescare l’angoscia del finire. Il nulla, così, diventa un abbaglio, la paura un effetto ottico, la vita una questione di sguardo corretto. A questa visione si oppone una critica terrestre: l’esperienza consegna consumo, perdita, mutamento, dolore, e la sua grammatica — nascita, deterioramento, fine — resta didascalica ma ineludibile. Una necessità logica, per quanto compatta, non basta a riscrivere ciò che accade ai corpi e alle cose. Se la logica dell’essere pretende di sciogliere la morte trasformandola in errore, produce lo stesso effetto delle religioni. Una consolazione da cambio prospettiva: di là la resurrezione della carne, di qua l’indistruttibilità della carne. I termini fede e fiducia possono essere tranquillamente intercambiabili.
Se la morte non è annientamento, serve un criterio che distingua davvero tra ciò che non si vede più e ciò che non è. E se fidarsi della verità promette una vita senza paura e senza dolore, serve mostrare il passaggio psicologico: come una tesi ontologica diventa pratica quotidiana, e non solo auto-legittimazione. Senza quel criterio, la durezza del tono seleziona ancora una volta fedeli, non vedenti; e la verità, invece di aumentare lucidità, diventa un dispositivo che finisce per anestetizzare la tragedia del vivere. In questa prospettiva, la dignità sta nella lucidità che regge il tragico, non nel “così è perché è così”.
— Miro Renzaglia
SCHEDA LIBRO
Titolo: Errando nella verità
Autore: Claudio Amicantonio
Presentazione: Giuliano Biagi
Editore: Edizioni Tabula Fati
Collana: Itinerari
Edizione: 1ª ed. marzo 2020; 2ª ed. novembre 2021
Pag: 144
Prezzo: € 12,00
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