INTELLIGENZA ARTIFICIALE, RETI NEURALI, NEURONI, ANIMA E DIO - un libro di Giovanni Tortelli
In Giovanni Tortelli il problema del rapporto dell'uomo con l’intelligenza artificiale sta esattamente nel punto in cui la macchina smette di essere un dispositivo e comincia a essere misura della coscienza. Dalle reti neurali al machine learning, fino ai modelli generativi, il libro torna sempre sulla stessa domanda: che cosa accade quando una civiltà scambia la simulazione per esperienza, il calcolo per coscienza, la prestazione per verità? L’aggiornamento tecnico resta sullo sfondo. In primo piano passa il nodo antropologico.
La macchina può estendere alcune facoltà dell’uomo, imitarne certe procedure, accelerare il trattamento dei dati; resta però separata da ciò che decide l’umano: interiorità, autocoscienza, esperienza vissuta, accesso al senso. È in questo scarto che il discorso si raccoglie. L’IA produce, combina, predice, suggerisce. Non abita il mondo. Non attraversa il tempo, non conosce l’attesa, non porta il peso del timore, della memoria, del rimorso, della speranza. Da qui prende forma anche il rischio di attribuire dignità ontologica a ciò che nasce come strumento.
Una macchina dispone di funzioni;
una coscienza arriva sempre
con un corpo, una nascita,
una paura, una fine
Per dare nome a questo scarto, l'autore parte proprio da ciò che il titolo espone: reti neurali e neuroni, come punto in cui la macchina cerca la propria legittimazione imitando l’architettura del cervello. L’IA prende forza da questa prossimità al vivente, e insieme vi incontra il suo limite, perché può replicare connessioni, calcolo, apprendimento, non l’interiorità che in quel tessuto prende forma. Da lì il libro allarga il campo: il golem porta con sé la fantasia di un artefatto animato; l’averroismo affaccia l’idea di un intelletto separato e comune; il dualismo cartesiano fissa la cesura tra coscienza e dispositivo (res cogitano, res estensa); la filosofia della mente del Novecento e il funzionalismo tentano di spostare tutto sul terreno della funzione. Con Searle, una macchina può trattare correttamente i segni senza sapere che cosa significhino. Con Nagel, è esclusa dal dispositivo il nucleo dell’esperienza: il sentire dall’interno, ciò che per un soggetto vuol dire essere quel soggetto. Sullo sfondo, la fenomenologia riporta tutto al corpo e al mondo vissuto. Resta così la frattura che il libro non smette di premere: una macchina può apprendere, combinare, rispondere; una coscienza arriva sempre con un corpo, una nascita, una paura, una fine.
È da questa frattura che il lessico della tecnica scivola dentro una domanda sull’essere. Non si tratta più di stabilire se l’IA diventerà “sempre più intelligente”, ma di chiarire di che statuto sia quell’intelligenza. Tornano allora le coppie che tengono fermo tutto il libro: simulazione ed esperienza, funzione e coscienza, inferenza e senso (è qui che a Tortelli torna utile il dualismo cartesiano). La macchina può restituire risultati simili a quelli umani; da quel risultato, però, il libro rifiuta di dedurre un’equivalenza. L’IA resta nell’ordine del derivato, del costruito, del programmato. L’uomo resta nell’ordine del vivente, del finito, del responsabile.
Una macchina che influenza decisioni senza essere soggetto morale riporta tutta la responsabilità su chi progetta, addestra, usa, delega. Le pagine sulle allucinazioni, sui falsi precedenti giurisprudenziali, sulla seduzione di una competenza apparente, spostano il problema: il pericolo non coincide con il solo errore tecnico, ma con l’atrofia del giudizio umano. Quando il professionista smette di vigilare, quando l’utente smette di verificare, quando il sistema si copre dietro la neutralità algoritmica, il cedimento è già cominciato.
La macchina diventa l’alibi
della nostra disponibilità
a cedere giudizio
in cambio di comodità
La tecnica allora va a toccare l’immagine stessa dell’uomo. Quando il calcolo diventa criterio dominante, anche il vero, il bene, la decisione, la relazione, la cura slittano nel registro dell’efficienza. Il rischio si concentra nell’uomo che assume la macchina come propria misura e finisce per riscriversi nel suo lessico. In tal senso, Heidegger fornisce il lessico con cui la tecnica smette di apparire come un semplice insieme di mezzi e comincia a essere pensata come un modo di disporre il reale, di ridurlo a fondo disponibile; l’IA diventa allora, dentro il libro, la figura più avanzata di questa riduzione. Con Arendt affiora invece la persona sospinta nel circuito dell’utilità, della fabbricazione, della prestazione, fino a perdere spessore politico e giudizio. Con Severino questa potenza tecnica cessa di apparire come utensile e si profila come destino, come volontà di estendere senza tregua il dominio del fare su ciò che è. L’IA pesa come il punto in cui una civiltà calcolante finisce per trattare l’essere come disponibilità e l’uomo come funzione.
L’ultimo tratto del volume spinge apertamente verso una teologia del limite. Il dualismo cartesiano ha ormai esaurito il proprio compito: ha classificato la distanza tra interiorità e dispositivo tecnico, tra soggettività e artefatto. Tortelli lo lascia allora indietro e si sposta verso un’antropologia più piena. Il riferimento diventa Tommaso d’Aquino. E con lui il libro entra apertamente in un’antropologia cristiana: l’uomo vi riappare come unità di corpo, mente, anima, come vivente in cui conoscenza, volontà e responsabilità appartengono alla tenuta concreta della persona. Da questa quota la tecnica conserva un posto legittimo finché rimane ordinata a un bene che non può darsi da sé. Il problema diventa così il prezzo antropologico di un calcolo che aspira a farsi lingua totale.
Il rischio, in Tortelli, comincia quando l’uomo carica la macchina di attese salvifiche. A quel punto l’IA non viene più usata: viene investita di una promessa, come se potesse restituire senso, sottrarre al limite, correggere la fragilità.
La tecnica sfiora l’idolo
quando al mezzo
si chiede salvezza
Resta però una piega più esposta del libro. In questa paura dell’idolo tecnico si avverte il timore di uno scontro tra fedi: da una parte la fede metafisica, dall’altra la fede scientifica. Il punto critico sta forse più a fondo. Nel momento stesso in cui si fronteggiano, entrambe lasciano intravedere una matrice comune: il bisogno di un principio ordinatore, di una promessa di salvezza, di una lingua capace di assorbire il reale dentro una figura totale di senso. La macchina, allora, diventa il nome contemporaneo di una contesa più antica.
Intelligenza Artificiale, reti neurali, neuroni, anima e Dio insiste meno sul versante tecnico-scientifico di quanto si potrebbe credere a una prima lettura, e porta progressivamente il discorso sul terreno antropologico, metafisico e teologico che il titolo già contiene. Parla dell’uomo quando si avvicina troppo alla propria replica, quando comincia a venerare il proprio artefatto, quando confonde la potenza con il fondamento. L’IA smette allora di essere un tema e diventa una prova: mostra fino a che punto la "volontà di potenza" possa spingersi travestendosi da emancipazione. E quanto rapidamente l'umanità, in perenne ricerca di un senso altro da quello che gli è stato consegnato gratis fin dalla nascita – morire, il che gli consentirebbe di vivere per quello che è e non per quello che "deve" a Dio o agli altri – finisca per elevare il linguaggio del calcolo a nuova fonte di salvezza. L'ennesima. Inutile.
— Miro Renzaglia
Scheda libro
Titolo: Intelligenza Artificiale, reti neurali, neuroni, anima e Dio
Autore: Giovanni Tortelli
Editore: Solfanelli
Anno: 2026
Pagine: 58
Prezzo: € 8,00
ISBN: 978-88-3305-696-8
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