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Ilva, si spegne - Entro il 28 ottobre si ferma l'area a caldo di Taranto

Entro il 28 ottobre l'area a caldo di Taranto deve fermarsi. A giugno il governo ha riallocato le risorse destinate al preridotto: la fermata ha un termine di legge, la sostituzione no.

Ilva, si spegne - Entro il 28 ottobre si ferma l'area a caldo di Taranto

L'11 settembre la Corte d'Appello civile di Milano ha respinto l'istanza di sospensiva presentata da Acciaierie d'Italia e da Ilva in amministrazione straordinaria. Resta efficace il decreto di fine luglio, che concede novanta giorni per fermare l'area a caldo dello stabilimento di Taranto: il termine cade il 28 ottobre. Il provvedimento non dispone una chiusura definitiva, impone che gli impianti restino fermi finché non sarà rimosso integralmente l'amianto e finché le emissioni di polveri sottili non rientreranno nei limiti. Le due società hanno presentato ricorso in Cassazione. Altoforni e cokerie si spengono per gradi, quindi la sequenza tecnica deve cominciare prima della scadenza: secondo le agenzie poteva partire già dal 16 settembre.

Conviene misurare che cosa si ferma. Taranto occupa circa 8.000 addetti diretti ed è l'unico sito italiano che produce acciaio dal minerale di ferro attraverso gli altoforni; rifornisce automotive, componentistica, elettrodomestici, edilizia e infrastrutture, imballaggi, meccanica e industrie dell'energia. La capacità autorizzata è di 6 milioni di tonnellate l'anno, ma si tratta di un tetto autorizzativo e non di una misura della produzione: nel 2024 la società ha consegnato ai clienti circa 2 milioni di tonnellate e l'amministrazione straordinaria contava di risalire a 4 milioni entro l'aprile 2026. L'acciaio primario che esce davvero dal ciclo integrale vale intorno a un terzo del tetto. La distinzione pesa su tutto il resto, perché la spesa degli ultimi due anni è servita a tenere in esercizio una capacità in larga parte inutilizzata.

Il costo si è manifestato prima a valle. Il 4 settembre ventotto imprese associate all'Aigi hanno avviato procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori dell'appalto e dell'indotto; le procedure sono state sospese dopo un appello del governo e riattivate dopo la decisione dei giudici. L'associazione ha indicato come causa diretta la scadenza fissata per la chiusura dell'area a caldo: le imprese di appalto perdono il carico di lavoro nel momento in cui la fermata diventa certa, non quando avviene. Il 14 settembre Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato ventiquattro ore di sciopero, con blocchi stradali a Taranto; il tavolo di Palazzo Chigi è stato convocato quella sera stessa per il giorno successivo all'ultimo. Sul fronte dei diretti, a febbraio 2026 risultavano 4.450 lavoratori del gruppo in cassa integrazione, e i sindacati stimano in oltre 15.000 persone il perimetro complessivo fra diretti, Ilva in amministrazione straordinaria e indotto. Il governo può estendere gli ammortizzatori e chiedere un nuovo congelamento dei licenziamenti, con un costo fiscale immediato. La protezione che ne deriva alle famiglie però non è proporzionale: la cassa integrazione copre l'80 per cento della retribuzione persa, ma dal 1° gennaio 2026 non oltre un massimale di 1.423,69 euro lordi al mese, 1.340,56 netti. Sopra i 1.780 euro lordi mensili la percentuale smette di valere e resta il tetto. La disponibilità di acciaio, in ogni caso, resta quella che è.

La spesa degli ultimi
due anni è servita
a tenere in esercizio
una capacità in larga
parte inutilizzata.

Il denaro pubblico va distinto per natura. Il 9 febbraio 2026 Bruxelles ha autorizzato un prestito di salvataggio italiano fino a 390 milioni di euro per coprire i costi operativi di Acciaierie d'Italia, stipendi e fornitori, in attesa della cessione. La decisione della Commissione fissa due condizioni che cambiano il significato della cifra: il prestito è remunerato a tasso di mercato e dura sei mesi, al termine dei quali l'Italia deve presentare un piano di ristrutturazione, un piano di liquidazione oppure la prova del rimborso. Il termine dei sei mesi è scaduto il 9 agosto; al 6 agosto risultavano erogati 349 dei 390 milioni. Voce diversa sono i 997 milioni destinati dal febbraio 2024 a manutenzioni e investimenti industriali: è un dato dichiarato dall'amministrazione straordinaria e riguarda la spesa della società, non un capitolo del bilancio dello Stato. Il metro di paragone utile è il fatturato, 1.200 milioni nel 2024 con una previsione intorno ai 3.000 per il 2025. In meno di due anni manutenzioni e investimenti industriali hanno assorbito una cifra pari a oltre l'80 per cento del fatturato 2024.

L'impianto che doveva sostituire il ciclo a carbone ha una capacità di 2,5 milioni di tonnellate annue di ferro preridotto, da versare caldo nei forni elettrici. Il progetto nasce nel 2019 con DRI d'Italia, controllata di Invitalia; prevedeva due moduli, poi ridotti a uno; l'investimento stimato non è inferiore a 900 milioni. Lo stanziamento iniziale era di un miliardo, sceso a circa 726 milioni dopo successive rimodulazioni. Nel maggio 2025 il Consiglio di Stato ha annullato l'aggiudicazione della gara. Il 26 giugno 2026, con il decreto legge 107, il governo ha trasferito quelle risorse dal Ministero dell'Ambiente al Ministero delle Imprese, svincolandole dall'impianto di Taranto e destinandole al sostegno generico della decarbonizzazione siderurgica; la motivazione scritta nella norma è la sopravvenuta insufficienza delle risorse. Nel bilancio 2025 DRI d'Italia risultava ancora priva di ricavi e in fase pre-operativa.

Un modulo da 2,5 milioni di tonnellate coprirebbe più dell'acciaio effettivamente consegnato nel 2024 e meno della metà del tetto autorizzato. Il preridotto però serve soltanto se esistono i forni che lo consumano, e i forni elettrici di Taranto non sono stati costruiti: la decisione della Commissione impone all'acquirente selezionato di realizzarne fino a tre per coprire l'intera capacità autorizzata. Alla data della fermata l'impianto di riduzione non è stato appaltato, i forni restano a carico di un compratore ancora da individuare e le risorse destinate al preridotto sono state spostate su un'altra voce di bilancio.

I forni restano
a carico di un
compratore ancora
da individuare.

Resta la diversificazione. Il 5 agosto il Tavolo Taranto ha registrato 17 progetti per oltre 2 miliardi di investimenti in almeno otto settori, su circa 170 ettari nel perimetro ex Ilva, 450 dell'autorità portuale e oltre 350 di aree ex militari. Sono manifestazioni di interesse di imprese private, fra cui Pirelli, Webuild, Renexia e Statkraft, e non risorse pubbliche già impegnate. Il denaro pubblico effettivamente mobilitato sul territorio è più piccolo: sei contratti di sviluppo approvati da Invitalia negli ultimi quattro anni per 509 milioni e circa 2.657 occupati previsti, altri tre in valutazione per 140 milioni di agevolazioni e 815 occupati, 46 autorizzazioni ZES in provincia per 432,7 milioni e 1.737 occupati. Sommando le previsioni si arriva intorno ai 5.200 posti, su un bacino che ne conta oltre 15.000. La diversificazione ha senso industriale, e le sue previsioni occupazionali si realizzano in anni. La fermata ha un termine di settimane.

Il bilancio pubblico si trova così davanti a tre impegni con scadenze diverse: la liquidità di una società in amministrazione straordinaria che ha esaurito il prestito ponte in agosto, gli ammortizzatori di un bacino che supera i quindicimila lavoratori, la reindustrializzazione di aree che produrranno fra qualche anno. Manca il quarto, che è anche il solo a riguardare l'acciaio. Un modulo di riduzione diretta costa almeno 900 milioni; per i forni elettrici non risulta ancora una copertura dedicata, mentre le risorse assegnate al preridotto sono state riallocate a giugno perché giudicate insufficienti. Finché a quella voce non corrispondono una cifra e una scadenza, il 28 ottobre lascia in piedi soltanto la spesa corrente: ammortizzatori sociali e manutenzione di impianti che non producono.