IL POTERE DEL NULLA. Iran: quando l'aldilà diventa plotone di esecuzione

IL POTERE DEL NULLA. Iran: quando l'aldilà diventa plotone di esecuzione

La teocrazia ha un trucco semplice, quasi elegante: mette un timbro al cielo per incassare sulla terra. Trasforma l’ultraterreno in moneta politica. Promette senso, minaccia dannazione, distribuisce certificati di purezza. Il risultato è una macchina di comando che lavora con materiale leggerissimo: il “dopo”. Più il dopo è vago, più la presa è forte.

L’Iran lo mostra in modo brutale. Dal 2022, dalla morte di Jina Mahsa Amini, morta in custodia dopo l’arresto, la rivolta “Donna, vita, libertà” ha fatto una cosa che i regimi temono più dei cortei: ha spostato l’asse sul corpo quotidiano. Capelli scoperti, veli tolti. Nei corridoi delle scuole e nelle aule universitarie la regola diventa amministrazione: richiami, sospensioni, espulsioni, presidi che fanno rapporto. In strada diventa fisica: fermi, controlli, camionette. Gesti minuscoli e ripetuti, abbastanza piccoli da sembrare privati, abbastanza pubblici da diventare contagiosi. Una teocrazia vive di disciplina visibile; quando la disciplina diventa ridicola, il potere perde prestigio e ricorre alla forza nuda.

Una teocrazia vive
di disciplina visibile quando la disciplina diventa ridicola, il potere perde prestigio

A quel punto resta la promessa del “dopo”, una zona che nessuno può verificare. La chiamo “nulla” per questo: funziona come clausola fuori prova, buona per pretendere obbedienza senza dover dimostrare. Attorno a quella zona fuori prova lavorano gli interpreti dell’invisibile: tribunali morali, polizie del costume, linguaggi sacri messi a verbale come codice penale. Il patto scorre così: perquisizioni, arresti, botte, licenziamenti, anni rubati; in cambio conformità, paura, delazioni, una città che tace.

Da lì nasce un monopolio: chi parla a nome dell’invisibile decide il confine tra normale e sacrilego, tra regola e reato. La norma scorre, cambia, si adatta al bisogno del giorno; resta intatta la pretesa di origine. L’aldilà funziona come alibi permanente: basta invocarlo per ridurre discussione, prova, difesa. Quando la fede diventa legge, la verifica diventa sospetta.

Quando questa asimmetria si incrina, il regime si irrigidisce. Le cronache delle ultime settimane parlano di nuove ondate di proteste e di una repressione pesante; organizzazioni per i diritti umani e agenzie internazionali riportano arresti di massa, uso di armi da fuoco, morti, intimidazioni sulle famiglie. È la grammatica classica della teocrazia in crisi: se il cielo non basta più, si passa alla carne. Tra retate, funerali sorvegliati e spari, diventa chiara una cosa: la fede individuale può essere una risorsa intima, la fede armata di Stato diventa una tecnologia di morte: il sacro trasformato in arma pesante.

L’aldilà funziona
come alibi permanente

Una politica che si proclama infallibile si mette fuori processo: l’errore viene sempre attribuito a qualcun altro, la responsabilità scivola verso il basso, insieme alla pena. La sanzione corregge quando ha misura, quando si appoggia a un fatto, quando apre uno spazio di riparazione e poi finisce. Diventa castigo quando serve a produrre obbedienza e paura, quando si traveste da dottrina, quando non ammette uscita. In una società viva si sbaglia, si paga, si ripara, si ricomincia: le conseguenze arrivano come fatture — tempo, soldi, corpi, relazioni. La teocrazia trasforma l’errore in peccato e lo consegna a una pattuglia, a una retata, a un interrogatorio, a una cella: il resto lo fanno i processi-lampo e i cadaveri per strada.

Contro questo serve una separazione praticabile, senza catechismi aggiunti. La dottrina resti nel suo perimetro: coscienze, riti, comunità. Nessuna liturgia metta mano alle leve: pattuglie, toghe, sbarre. La politica torna discutibile, quindi correggibile, quando rinuncia all’aura di infallibilità e accetta un lessico terreno: prove, garanzie, responsabilità personale, pene con un termine, appelli e controlli. Chi vuole pregare preghi quanto gli pari, senza diventare giudice secondino e carnefice di chi non vuole o non sa.

— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮