IL MIO ANTONIO PENNACCHI

IL MIO ANTONIO PENNACCHI

Adesso che gli è stato tributato l’onore di grande scrittore, inserendolo nella collana de I Meridiani della Mondadori, ho letto una lunga sequela di articoli e recensioni che sottolineano quello che Antonio Pennacchi è sempre stato: uno scrittore di rango e, come ho sempre detto io, un cantore epico degno della migliore tradizione omerica.

I ricordi personali si sono succeduti. Bello quello che Carlo Sburlati gli ha dedicato, in un articolo comparso su “Electomagazine”, in cui ricorda con affetto la frequentazione amichevole e il premio consegnatogli per la vittoria al Premio Acqui nella sezione romanzo storico.

Beato lui, mi sono detto, che lo ha conosciuto di persona. Io, da lettore della prima ora, provavo una vaga invidia, fino a quando non mi è venuto in mente che anch’io, in qualche modo, l’ho conosciuto.

Mi è sempre piaciuta
la sua grinta ma soprattutto
la sua grande curiosità

Negli anni Novanta, dopo una serie di recensioni che avevo scritto sui suoi testi, il direttore de "Il Fondo" (prima serie) mi girò un numero di cellulare con la richiesta di contattare, per un’intervista telefonica, proprio Antonio Pennacchi. Quella telefonata mi è rimasta conficcata nella memoria.

Dopo essermi presentato, alla mia richiesta di intervistaPennacchi replicò in questi termini: «A Grossi che cazzo me devi chiede’? Datte ‘na mossa, che sto annà a Sabaudia a beve ’n caffè co’ l’amici!».

Dopo questo esordio, siamo rimasti al telefono parlando per quasi un’ora di tutto e di più, tanto che poi fui costretto a ricostruire l’intervista sulle domande che mi ero preparato e che non mi erano servite a niente.

Questo è il ricordo che mi è rimasto: l’immenso cuore di Pennacchi. La sua scorza burbera e il suo profondo rispetto per il lettore che lo cercava. Mi è sempre piaciuta la sua grinta, sempre pronta allo scontro verbale e alla polemica più aspra, ma soprattutto la sua grande curiosità. Quando si incaponiva su qualcosa era il primo a studiarci sopra, a voler capire, a farsi un’idea della questione con quell’animo libero e senza pregiudizi che era una sua caratteristica fondamentale.

Non ricorreva ai cattedratici, alle scuole filosofiche, non si appoggiava alle conventicole con una risposta preconfezionata. Cercava la sua risposta e, quando pensava di averla trovata, non si preoccupava certo di sbertucciare, con la sua vis polemica, gli assonnati professori che, con cipiglio superbo, continuavano a ritenerlo un outsider ma non gli davano risposte convincenti.

È così che è nato Fascio e martello, frutto della sua collaborazione con "Limes". È lo stesso Pennacchi che nell’introduzione ce lo dice: «Io nasco narratore. Storico mi ci sono dovuto fare perché non c’era nessun altro. Ho dovuto studiare e documentarmi. E più mi documentavo, più m’accorgevo che gli altri – gli storici di professione – ci avevano messo tutti più inventio di me. Ma a te pare che uno storico di professione possa continuare a dire per quarant’anni che il Duce ha fatto 12 città, senza accorgersi invece che ne ha fatte almeno 147, tra grandi e piccole?».

Il Pennacchi storico, il dilettante d’ingegno che ha saputo scavare in un terreno che non era quello del suo giardino con tale sagacia da mettere a repentaglio la reputazione di tanti professionisti della Storia che, per ideologia, per superficialità, perché si fidavano del parere autorevole dei loro colleghi più titolati, non avevano voluto approfondire la questione e volutamente l’avevano insabbiata.

Un viaggio attraverso le città del Duce che, partendo dall’Agro Pontino, girando per mezza Italia, torna all’Agro Pontino.

Uno strano viaggio geografico, in giro per lo Stivale, da parte di un personaggio che, radicatissimo nei suoi luoghi, sceglie lo strumento più sradicato che c’è, il viaggio, per tornare esattamente da dove era partito. Viaggio nel tempo, alla ricerca del mito che si attualizza nelle terre redente, seppur sfigurate e deturpate. Viaggio iniziatico che attraversa tutti i cambiamenti per approdare, dopo il suo percorso circolare, al porto da cui era partito. Viaggio che ricorda Ulisse, navigatore omerico che parte da Itaca per ritornare a Itaca.

Un viaggio nelle città del Duce
Uno strano viaggio geografico
Un viaggio nel tempo
Un viaggio iniziatico

Con la stessa risolutezza, ha scritto Le iene del Circeo, questa volta scavando in una materia ancora più ostica e lontana da lui, come la paletnologia.

Tutto è cominciato quando il nostro partecipò casualmente, nel lontano 1989, a un convegno che faceva il punto sugli studi del cranio di un uomo di Neandertal che fu rinvenuto, in un semicerchio di pietre, nella Grotta Guattari sul promontorio del CirceoGuattari avvisò il suo amico Blanc, famoso paletnologo dell’epoca, che a seguito del ritrovamento formulò l’ipotesi che si trattasse di una sepoltura e che gli uomini di Neandertal praticassero l’antropofagia rituale.

Al convegno, tra gli altri, partecipò uno studioso americano, Tim White, che era arrivato alla sconvolgente conclusione che, allo stato delle cose, non c’era nessunissima prova che le modificazioni prodotte sul reperto fossero in qualche modo imputabili ad attività umana. Anzi, a Grotta Guattari, 51 mila anni prima, quel cranio ce lo aveva portato una volgarissima iena.

Sta di fatto che Pennacchi, dopo il convegno, si disinteressò a questa disputa scientifica fino al 2006, anno in cui fu organizzato a Sabaudia un nuovo convegno sullo stesso tema. Ciò che fece infuriare Pennacchi fu il comunicato stampa che annunciava l’evento. Vi si leggeva che «nel precedente convegno del 1989 era stata dimostrata, a cura di studiosi americani, la tesi sull’origine animale dell’allargamento del forame occipitale del cranio neandertaliano del Circeo. Venne così rivista la teoria della cerebrofagia rituale dell’illustre paletnologo A. Carlo Blanc, del quale proprio quest’anno ricorre il centenario della nascita». Comunque Pennacchi ci è riandato.

«Oh porca paletta… Che ti venga la peronospora della vite: tu mica puoi metter la iena e Blanc sullo stesso piano. Li festeggi tutti e due? Non si può fare, perché se quel cranio ce lo ha portato la iena, anche le pietre ce le ha messe: non si scappa, o Dio o Mammona, dice pure il Vangelo, non tutti e due assieme».

Da qui nasce tutta la rabbia e la curiosità, al contempo, che hanno spinto il nostro a dedicarsi a quest’argomento con una forza e con una cocciutaggine che, miscelate alla sua sapienza narrativa, gli hanno permesso di costruire un’invettivache apre scenari che sconfinano nel mito e nella narrazione mitica, tanto da trasfigurarsi in un piccolo poema epico che percorre quasi tutto il fluire dell’umanità.

A partire da un confine geografico circoscritto, l’Agro Pontino, che va dalle propaggini del vulcano laziale ai monti Lepini e Ausoni fino al Circeo, Pennacchi divaga e racconta come ci siano, poeticamente, miticamente, connessioni tra il Neandertal e il Cro-Magnon, il nostro avo diretto, e come i due si siano incontrati nel loro viaggio di avvicinamento dall’Africa all’Europa, in Palestina, sul Monte Carmelo, e come il Cro-Magnon, fin da quei giorni, abbia iniziato un vero e proprio genocidio nei confronti del Neandertal. Echi se ne ritrovano nella Bibbia, con l’omicidio di Abele ad opera di Caino. E poi ancora la prima federazione latina, che geograficamente nasce proprio in quei luoghi. Fino ad arrivare ai Templari, passando per Ulisse, il Graal e il Golgota (il luogo del cranio), dove Gesù fu crocifisso, fino al cranio del Neandertal del Circeo, che guarda caso ha la fisionomia di un teschio.

Parole in libertà? Farneticazioni di un visionario? Forse. Ma cariche di un fascino prepotente che trasforma questa affabulazione in un patchwork che fa da sfolgorante tessuto alla trama della polemica scientifica.

E le domande di Pennacchi, le sue controdeduzioni, le sue accuse al mondo accademico sono circostanziate proprio là dove sembrano più bislacche.

Certo, la scelta che è stata fatta dal curatore del Meridiano ha una sua profonda verità. Leggendo Palude si capisce un po’ di più Canale Mussolini, così come leggendo Mammut si comprende meglio Palude. Così come leggendo Il Fasciocomunista si può apprezzare Fascio e martello, inserendoli in uno scenario compatto e allo stesso tempo variegato. Viene tracciato un percorso logico e perfino condivisibile.

Ma lasciare fuori i furori belluini che hanno prodotto Fascio e martello e Le iene del Circeo è un vero peccato. I due testi non possono essere semplicemente espunti. Perché, espungendoli, si taglia una fetta importante della sua poetica.

Chi non ha letto Pennacchi si compri pure il Meridiano, ma non dimentichi di portarsi via anche quei due capolavori dal sapore epico che formano, insieme agli altri e forse più degli altri, il corpus fumantino del nostro Omero.

-Mario Grossi