I RACCONTI DEL MAGGIORE - un libro di Giorgio Ballario
Il maggiore Aldo Morosini diventa maggiorenne. Ce lo racconta, in una nota che apre questo libro, lo stesso Giorgio Ballario, che ormai da quasi un ventennio ci delizia con una serie di noir, ambientati nell’AOI, l’Africa Orientale Italiana. Alternandola con altri libri — da ricordare i gialli che raccontano le storie di Hector Perazzo, investigatore sui generis ma anch’egli intrigante, e alcuni saggi in cui il tema principale è il ritratto di personaggi borderline, come il leggendario rapinatore Albert Spaggiari — l’autore è arrivato a sette romanzi del ciclo e a questi racconti, che costituiscono pertanto l’ottavo capitolo di una saga che speriamo sia ancora lunga e impeccabile, come fin qui è stata.
Ballario abbandona il romanzo per raccontare ai lettori di sempre gli esordi dell’allora capitano Morosini in terra d’Africa e per introdurre i nuovi lettori a una saga che va letta tutta. Una sorta di prequel, fatto di racconti, che in me, lettore della prima ora, aveva suscitato un po’ di sconcerto quando fu anticipato sui social. Ballario ha spiegato questa scelta in modo assai convincente, indicando nel racconto la via maestra per delineare i primi passi di Morosini in Eritrea e per far conoscere ai suoi fan come abbia incontrato i suoi collaboratori.
L’ha ulteriormente motivata raccontandoci che è anche un modo per rendere omaggio a Mario Soldati, che scrisse una raccolta di racconti, I racconti del Maresciallo, che ebbe grande successo. Ci ha anche detto che il racconto è uno strumento sottovalutato in Italia, considerato all’estero alla pari del romanzo se non, in alcune precise situazioni, persino superiore a esso. Tutte ottime motivazioni, che però non avevano diradato in me le piccole perplessità che continuavano ad affiorare da questa scelta.
Non si tratta di racconti,
ma di racconti lunghi
Quando ho preso in mano il volume per leggerlo, mi sono reso conto di una cosa, prima di tutte le altre: non si tratta di racconti, ma di racconti lunghi. Questa distinzione potrebbe apparire quella di uno sciocco puntiglioso, una saccenteria che mi sarei potuto risparmiare. Niente di tutto questo. La precisazione nasce dal mio dubbio e dalle mie perplessità iniziali.
I romanzi di Morosini devono molto alla caratterizzazione dei personaggi. Innanzitutto di Morosini, ma anche dei suoi fedeli collaboratori, il maresciallo Barbagallo e lo zaptié Tesfaghi, amici con i quali ha costituito il sodalizio del Triumvirato. Mi sembrava che il racconto, specie se breve, avrebbe tagliato parte di questa caratterizzazione, con detrimento per il lettore, che non avrebbe potuto, specie se neofita del Maggiore, apprezzare in pieno la qualità dello stile dell’autore.
Con un racconto lungo questo non succede e il lettore può tranquillamente immergersi nello scritto senza il timore di perdersi qualcosa. Ecco allora i quattro racconti inediti, uno per stagione, intervallati da tre intermezzi e seguiti da due racconti già editi in collettanee precedenti e che qui ci stanno come il cacio sui maccheroni.
Quello che rende affascinante la lettura di questi racconti, e di tutti i romanzi di Morosini, è il clima che ci viene restituito. La rappresentazione della colonia degli anni Trenta è accurata, punteggiata da descrizioni realistiche da cui emergono le sigarette Macedonia, la birra Melotti, il carcadè gelato e asprigno, così come il Vermout per l’aperitivo.
Quello che veramente ammalia
è il clima di sospensione
che si vive nella colonia assonnata
Ma quello che veramente ammalia è il clima di sospensione che si vive nella colonia assonnata, in cui non sembra accadere niente, e in cui l’unica cosa reale pare essere il pettegolezzo da piccolo paese che avvolge l’intera comunità italiana, lì trasferitasi e apparentemente senza altro da fare, seduta ai tavolini del Caffè Savoia a sorseggiare un aperitivo, sempre ben ghiacciato, mentre il caldo asfissiante fa da padrone.
È da questo sonnacchioso sottofondo che affiorano situazioni che evolvono poi nell’indagine vera e propria che, se ogni volta è ben costruita, deve una parte del suo fascino proprio a questo improvviso emergere da un sostanziale silenzio di fondo: un’eruzione da un cratere in apparenza spento, ma che si riaccende ogni volta. Un clima di sospensione che induce a una sorta di incanto in cui il magico si mescola alla realtà senza soluzione di continuità. Appaiono così fantasmi che si condensano in uomini o bestie che acquistano lo statuto di animali totemici, capaci di salvare la vita o di permettere di risolvere il caso.
Questa sospensione sempre presente è magistralmente riprodotta nell’ultimo dei racconti, L’uomo con la valigia, in cui un viaggiatore viene seguito nel suo tragitto da Asmara a Massaua, dove vorrebbe imbarcarsi per Aden. Chi è costui, qual è il suo passato, cosa contiene la valigia? In fondo è solo un viaggiatore colto nelle tappe del suo percorso, ma schiacciato proprio dal senso di sospetto che aleggia su di lui.
Su tutto trionfa il sole
il caldo asfissiante
i demoni meridiani
Su tutto trionfa il sole che, come un maglio, opprime i poveri coloni. Il caldo asfissiante, lo schiaffo dei raggi allo zenit, la mancanza di brezza, il sudore, le zanzare. Si scatenano i demoni meridiani che non danno tregua neppure durante il pisolino pomeridiano, quando il lenzuolo del letto diventa un sudario inzuppato.
A nulla valgono i ventilatori a pale, che tentano invano di smuovere l’aria bollente e si riducono a un impotente simulacro di speranza. Proprio in queste ore i demoni si aggirano per le stradine polverose, tra bianche case scrostate e infissi sbarrati, dove solo i gatti randagi cercano un po’ d’ombra sotto qualche porticato. Stradine in cui, come al porto, dove appena sbarcato Morosini annusa gli afrori del pesce andato a male che si mischiano ai profumi dolciastri di queste zone, si compone una miscela pestilenziale eppure caratteristica, ben nota a chi abbia frequentato, anche saltuariamente, quell’Africa limitrofa alle terre arabe e parecchio influenzata da esse.
Tornano alle orecchie gli echi di molti che si sono fatti irretire dal continente nero: Céline, con le sue febbri e i suoi deliri; Conrad, con il suo Cuore di tenebra; Simenon, di cui proprio in questi giorni sto leggendo L’Africa che dicono misteriosa; e più di recente Stenio Solinas, che nel suo L’onda del tempo ha descritto Aden, rifugio e terra di scorribande di Arthur Rimbaud, che così scriveva, descrivendo il suo ritorno all’essenziale:
«Nuotare, cacciare, soprattutto fumare: bere liquidi forti come un metallo che brucia, come facevano i cari antenati intorno alla fiamma. Tornerò con membra di fuoco, la pelle scura, l’occhio furioso: per la mia maschera mi giudicheranno di una razza forte. Avrò dell’oro: sarò ozioso e brutale. Le donne curano questi infermi feroci al ritorno dai Paesi caldi».
Lo stesso Solinas ha scritto una biografia, Il corsaro nero, su Henry de Monfreid, definito come l’ultimo avventuriero, e non a caso presente a fianco del Triumvirato di amici di Morosini in questi racconti.
Una sorta di nume tutelare che serve a dire che quelle terre, inghiottite dalla guerra e dal tempo, deturpate e stravolte dalla modernità — o meglio dalle stanche onde di risacca del progresso — possono vivere solo grazie a chi ce le restituisce nei suoi romanzi. Ballario, sulla scia di questi grandi interpreti della nostalgia, ha raccolto il testimone e ci delizia. E ci delizierà ancora e ancora. Questa è la speranza di un lettore che non trova un vero motivo di critica a questa bella serie. Che gli sia lunga la via!
Mario Grossi
Scheda libro
Titolo: I racconti del maggiore. Le prime indagini di Aldo Morosini nell’Africa Orientale Italiana
Autore: Giorgio Ballario
Editore: Edizioni del Capricorno
Anno di edizione: 2026
Pagine: 224
Prezzo di copertina: € 15,00
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