I GENDARMI DEL MONDO E I TEOCRATI DEL NULLA - Il “né… né…” come rifiuto di una scelta truccata
Il “né… né…” serve proprio quando il potere ti obbliga a scegliere dentro una gabbia già costruita da altri. Heidegger lo usa come gesto di pensiero contro le alternative false, contro le opposizioni che si presentano come inevitabili e invece sono soltanto il recinto della discussione. Qui il recinto è evidente: da una parte Washington e Tel Aviv, che si arrogano il diritto di colpire, punire, ridisegnare dall’alto la vita degli altri popoli; dall’altra Teheran, che da anni stringe il proprio paese dentro una teocrazia repressiva, armata contro i suoi stessi cittadini. Il punto non è cercare il meno peggio. Il punto è rifiutare la trappola.
Io non riesco a guardare questa guerra senza sentire il peso materiale delle cose. Le mappe, le basi, le rotte, gli stretti, il greggio: alla fine tornano sempre lì. Gli Stati Uniti prima si muovono contro il Venezuela, poi partecipano all’aggressione contro l’Iran. Non sono due casi identici, però hanno un tratto comune troppo grosso per fingere di non vederlo: entrambi i paesi aggrediti stanno dentro la grande geografia mondiale del petrolio. Il Venezuela è una potenza di riserve. L’Iran resta un produttore centrale in una zona decisiva per gli equilibri energetici globali. Quando la morale si accende all’improvviso sopra i cieli di paesi simili, conviene sempre controllare cosa c’è sotto il terreno.
Questo non assolve di un millimetro il regime iraniano. Sarebbe una vigliaccata intellettuale usare le bombe americane per ripulire i teocrati di Teheran. Quelli restano quello che sono: un potere che spara sulla folla, soffoca il dissenso, usa il sacro come randello e la paura come procedura ordinaria di governo. Il sangue dei manifestanti iraniani non evapora perché arrivano i missili stranieri. Resta lì. E pesa. Pesa contro il regime, contro i suoi apparati, contro la sua polizia religiosa, contro tutta la menzogna di uno Stato che pretende obbedienza assoluta e restituisce carcere, censura, morte.
Però proprio qui si vede la miseria dell’Occidente armato. Perché chi bombarda un popolo già schiacciato da una repressione interna non libera nessuno: aggrava, spacca, umilia. Colpisce un paese e poi racconta di aver aperto una via. Distrugge e poi si presenta come garante dell’ordine. Usa la forza come argomento finale e chiama questa forza responsabilità internazionale. È la vecchia lingua dell’impero, solo un po’ aggiornata nel lessico. Cambiano i presidenti, cambiano le formule, resta la stessa pretesa: decidere da lontano chi ha diritto alla sovranità e chi invece può essere corretto a colpi di aviazione.
A me interessa il punto in cui questa menzogna si spezza. E si spezza quando si guarda il popolo iraniano per quello che è: una moltitudine presa in mezzo, stretta fra la macchina militare esterna e la macchina poliziesca interna. Da una parte le bombe che cadono in nome della sicurezza globale. Dall’altra il potere clericale che reprime in nome di Dio. In mezzo, i corpi reali. Le famiglie, la paura, le città, i ragazzi, le donne, i dissidenti, la gente comune che non coincide né con il Pentagono né con i pasdaran. È da lì che bisogna partire, non dai comunicati degli stati maggiori.
Per questo la formula giusta resta una sola, ma detta una volta soltanto, con tutta la nettezza necessaria: né con i gendarmi del mondo, né con i teocrati del nulla. Il resto è tifo geopolitico, propaganda da caserma, servitù volontaria mascherata da analisi. Io non applaudo chi bombarda Teheran. Io non mi accodo a chi trasforma la religione in apparato di dominio. Io vedo un doppio assedio e ci tengo dentro lo sguardo, senza cercare conforto in una bandiera.
Vorrei che questa chiarezza fosse elementare. Invece ogni volta arriva qualcuno a chiederti da che parte stai, come se il pensiero dovesse per forza inginocchiarsi davanti a uno dei due altari. No. A volte la dignità comincia proprio lì: nel rifiuto di una scelta imposta, nel rigetto di due poteri che si alimentano a vicenda, nella decisione di non farsi arruolare. Gli uni hanno la superbia militare dell’impero. Gli altri hanno il vuoto feroce della teocrazia. In comune hanno una cosa decisiva: chiedono ai popoli di morire per la loro sopravvivenza.
— Aristea