HORMUZ, CIPRO, GROENLANDIA. PROVE TECNICHE DI AUTONOMIA EUROPEA
L’Unione Europea una linea ce l’ha, o comincia ad averla, e sul dossier della guerra Usa-israeliana all’Iran si vede molto bene. Il 1° marzo 2026 i Ventisette hanno fissato un perimetro comune: massima moderazione, tutela dei civili, rispetto del diritto internazionale, difesa della libertà di navigazione, prevenzione di un allargamento regionale della guerra. Il 16 marzo, nel confronto tra i ministri degli Esteri, quel perimetro è diventato scelta operativa: niente estensione di Aspides verso Hormuz, niente ingresso militare europeo nel conflitto, priorità alla de-escalation e alla protezione degli interessi europei. Il giorno dopo Kaja Kallas ha ribadito il punto politico: gli europei vogliono tenere aperto lo stretto, però cercano una strada diplomatica, perché nessuno intende esporre i propri uomini a un teatro che può precipitare in una guerra più larga.
Questo è il primo dato da mettere a fuoco: l’idea di una UE afona, dispersa, incapace di decidere, qui si sbriciola. C’è stata una convergenza politica, c’è stato un lessico comune, c’è stato un limite condiviso. Bruxelles tiene insieme sicurezza marittima, contenimento della crisi e difesa dell’interesse europeo senza trasformare una missione difensiva nata nel Mar Rosso in una copertura europea della guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. La compattezza, stavolta, non è un artificio diplomatico: è un fatto politico.
Il riflesso atlantico
si è indebolito
Il secondo nodo riguarda il rapporto con gli Stati Uniti. Qui la distanza cresce, e cresce in modo visibile. Kaja Kallas ha detto il 17 marzo che l’Unione si è ormai abituata all’imprevedibilità americana; vari governi hanno chiesto chiarimenti su obiettivi, tempi e sbocco politico dell’operazione voluta da Trump; Berlino ha detto apertamente che questa guerra non l’ha iniziata l’Europa e che non può esserne il rincalzo automatico. Il riflesso atlantico si indebolisce. Al suo posto entra un calcolo più freddo: quali interessi sono in gioco, quali costi si accettano, quale mandato politico esiste davvero. È qui che la linea europea smette di sembrare una semplice esitazione e prende la forma di una scelta autonoma.
Il terzo nodo è la NATO. Trump ha provato a usare l’Alleanza come moltiplicatore della sua guerra: il 15 marzo ha minacciato un futuro molto negativo per la NATO in caso di rifiuto degli alleati; il 17 marzo ha bollato quel rifiuto come un grave errore. Il risultato politico, però, resta lo stesso: la richiesta americana di coinvolgere gli alleati nel forzare Hormuz non ha prodotto un allineamento europeo. Questo passaggio conta più delle formule di giornata, perché mostra una cosa precisa: l’egemonia americana dentro l’Alleanza resta enorme sul piano materiale, mentre l’automatismo politico si è incrinato.
L’episodio di Cipro rende il quadro ancora più interessante. Dopo l’attacco del 2 marzo contro la base britannica di Akrotiri, colpita da un drone di fabbricazione iraniana, si è mosso un pezzo consistente del fronte europeo e mediterraneo: Francia ha inviato difese anti-drone e anti-missile e ha rafforzato la propria presenza navale; Grecia ha mandato F-16 e fregate; Spagna ha inviato la fregata Cristóbal Colón; Italia ha partecipato al dispositivo navale verso l’area cipriota; Turchia ha dispiegato sei F-16 e sistemi di difesa aerea a Cipro del Nord. Non siamo davanti a una difesa europea unificata, e sarebbe una forzatura chiamarla così. Si intravede però un fatto nuovo: quando il fianco orientale del continente entra sotto pressione, il pilastro europeo dell’Alleanza comincia a muoversi secondo una propria scala di priorità, con una logica che non coincide meccanicamente con il comando politico di Washington.
Il pilastro europeo della Nato
comincia a muoversi secondo
priorità autonome
Il richiamo alla Groenlandia aiuta a leggere la sequenza. A metà gennaio 2026 diversi Paesi europei hanno inviato personale militare sull’isola per affiancare la sovranità danese mentre Trump insisteva sulle proprie pretese; il 3 febbraio la NATO ha avviato la pianificazione della missione Arctic Sentry e l’11 febbraio ne ha annunciato il lancio per coordinare una presenza alleata più solida nell’Artico. Prima gli europei si stringono attorno a un alleato europeo esposto alla pressione americana; poi, sull’Iran, respingono la richiesta di entrare in una guerra definita a Washington. Presi insieme, Groenlandia e Cipro indicano lo stesso movimento: l’Europa continua a stare dentro l’alleanza atlantica, però comincia a esercitare una propria selezione politica delle priorità.
Il punto, allora, è questo. L’Europa continua ad avere un problema di forza, di strumenti e di coesione strategica di lungo periodo. Su Hormuz, però, ha mostrato qualcosa che conta: una linea comune, una distanza dagli impulsi di Trump, un primo uso politico di quel margine di autonomia che per anni è rimasto soltanto dichiarato. La disputa sullo stretto è importante. Il segnale più profondo sta altrove: il pilastro europeo della NATO comincia a smettere di funzionare per puro riflesso. E quando questo accade, la politica estera europea entra in una fase diversa, più esposta, più difficile, anche più vera.
— Severin Azimut