GROENLANDIA. SE LA NATO NON BASTA, L'EUROPA È ADESSO
La Groenlandia è tornata al centro perché Trump ha riportato in superficie un lessico di potenza: sicurezza nazionale, interesse vitale, pressione economica, controllo. La novità sta nel metodo: la coercizione trasformata in linguaggio pubblico. Quando il capo del campo occidentale tratta un pezzo di territorio legato a un alleato come un oggetto disponibile, l’alleanza scivola da patto a negoziazione permanente.
Per capire cosa c’è in gioco serve una mappa minima, asciutta. Nuuk governa molto, Copenaghen conserva la sovranità su esteri e difesa, la Danimarca è NATO e UE, la Groenlandia resta fuori dal territorio UE. Sul terreno esiste già una presenza militare americana, legata ad accordi con il Regno di Danimarca. Quindi il punto non è “se” gli Stati Uniti stiano in Groenlandia: il punto è chi decide, con quali regole, con quali limiti.
Da qui il nodo tecnico: cosa succede se uno Stato NATO attacca, o forza con mezzi militari, un altro Stato NATO. Il Trattato offre due cornici reali. Articolo 4: consultazioni quando un alleato percepisce una minaccia. Articolo 5: risposta collettiva a un “attacco armato”, con azioni che ciascuno “ritiene necessarie”. La carta è elastica. La politica è fragile. La vera infrastruttura dell’Alleanza resta la fiducia. E la fiducia non ha un tribunale.
La carta è elastica. La politica è fragile. La vera infrastruttura dell’Alleanza resta la fiducia. E la fiducia non ha un tribunale.
In uno scenario interno la solidarietà non “scatta” come un automatismo. Il Consiglio Nord Atlantico decide per consenso; basta una frattura per paralizzare la catena. Si aprono consultazioni interminabili, si spezzano comandi integrati, si riducono scambi di intelligence, si congelano cooperazioni operative. La parola alleato perde spessore, la parola protezione cambia proprietario. La NATO può restare in piedi come struttura, mentre la NATO come promessa perde credibilità.
Questo rischio esiste anche senza cannoni tra alleati. Il sostegno americano all’Ucraina viene percepito come variabile. Il numero di consegne può restare alto anche grazie a schemi NATO e a fondi condivisi; il cambiamento sta nella forma politica: meno automaticità, più condizionato a scadenze interne, più negoziato, più legato a un’agenda che chiede all’Europa di caricarsi una quota maggiore di costi e rischi della difesa comune. È questo il burden shifting: Washington sposta l’onere verso gli alleati. L’effetto è politico: la deterrenza appare meno compatta quando l’impegno USA entra nel registro del negoziato e perde la forma di struttura.
Qui entrano le motivazioni di sicurezza nazionale evocate da Trump contro un presunto pericolo russo in Groenlandia. La Russia resta un problema serio per l’Europa, soprattutto se l’Europa rimanda le contromisure. Per gli Stati Uniti, nel quadrante groenlandese, la minaccia operativa immediata è più debole: Mosca è assorbita da anni di guerra in Ucraina, con risorse militari ed economiche tese al limite e una priorità che resta sul fronte europeo. Oggi la fotografia conta: i comandi nordici descrivono assenza di unità russe o cinesi a ridosso dell’isola, insieme all’aspettativa di un aumento di attività artica russa nel tempo e alla richiesta di più presenza NATO. In questo quadro la narrazione d’emergenza corre più veloce dei fatti, e funziona soprattutto come leva politica.
La Cina, a migliaia di chilometri di distanza, può giocare influenza, tecnologia, accesso a filiere e proiezione economica. Tradurre quel gioco in minaccia militare diretta e ravvicinata in Groenlandia richiede tempi, posture e catene logistiche che oggi non stanno nemmeno dentro una formula da comizio. La categoria corretta è competizione di lungo periodo, non emergenza immediata nel punto più freddo della mappa.
Pretendere di “fare da soli” racconta due cose: la sicurezza non è la sola molla; Washington si muove già come se l’Alleanza fosse un’opzione, non un vincolo
E soprattutto: un risultato di sicurezza credibile si otterrebbe anche con un dispiegamento NATO coordinato e trasparente, che metta d’accordo Groenlandia, Danimarca, Europa e interessi americani. Pretendere di “fare da soli” racconta due cose: la sicurezza non è la sola molla; Washington si muove già come se l’Alleanza fosse un’opzione, non un vincolo. Qui nasce l’attrito vero: non tra Russia e Occidente, tra America e regole condivise.
Arriviamo al punto più spigoloso, quello che in Europa pochi dicono ad alta voce. Un passo falso americano in Groenlandia, una vera azione militare o coercitiva, produrrebbe uno shock che spezza l’attesa. Sarebbe un costo alto, anche per chi lo subisce. Sarebbe anche la fine degli alibi: l’Europa si troverebbe obbligata a decidere cosa è, cosa difende, chi comanda.
Da lì la conseguenza corre in linea retta: fine della NATO come ordine condiviso, anche se restasse una struttura amministrativa. Per l’Europa significherebbe accelerare davvero l’unificazione politica e militare: soldi comuni per la difesa, industria comune per produrla, comando comune per usarla. Una catena decisionale che non si ferma quando un veto blocca l’essenziale.
Non arrivo ad auspicare un passo falso degli USA in Groenlandia. Auspico che l’Europa inizi a pensarsi come soggetto pieno, capace di reggere anche se l’ombrello atlantico diventasse intermittente o si spegnesse. In quella postura, un errore americano smette di essere incidente e diventa destino.
— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮