GLI ESPLORATORI DEGLI ABISSI - un libro di Anna Maddalena Belcaro
Il libro procede in quattro movimenti. Una Introduzione (Venanzio Paciocco) propone la chiave comune; seguono tre omaggi narrativi, ciascuno con un personaggio-guida e un perno distinto: Rodion (Dostoevskij) e la giustizia; un viandante verso il Castello (Kafka) e la legge; Dora in clinica (Nietzsche) e la volontà. Letti in sequenza, i tre racconti sono tre prove di tenuta attorno alla stessa parola: abisso.
Dostoevskij, Kafka, Nietzsche sono i richiamati per una verifica di tenuta: quanto regge l’umano quando cadono i sostegni e resta il conto delle conseguenze? L’abisso qui è metodo: un gesto, poi il peso. Si parte da Rodion (Raskol’nikov): miseria, teoria dell’eccezione, atto. Poi il peso.
Nell’omaggio a Fëdor Dostoevskij, Belcaro prende Rodion e lo fa rimbalzare tra vita e racconto. L’innesco è economico: la miseria alimenta una fantasia di riscatto; da lì nasce un progetto; da lì la pretesa di un diritto d’eccezione. Rodion si autorizza da solo, con una teoria cucita addosso e un lessico pulito. Il delitto arriva come scorciatoia; dopo il colpo resta il materiale che la teoria fatica a metabolizzare: la temperatura del corpo, la fame, il bisogno di presenza, la città che scorre indifferente.
«Questo è l’abisso più profondo:
il baratro tra me
e tutto il resto del mondo»
Sarà Liza, un po' alter ego della Sonia di Delitto e castigo, a farsi portatrice di cura e redenzione. Lo snodo più vivo è il meta-racconto: Rodion si sdoppia nel Rodion che scrive Rodion per un giornale, e il direttore chiede un finale “corretto”, vendibile, riconoscibile. Il racconto trasforma la colpa in un problema di narrazione: che cosa si pretende da un colpevole, quale chiusura tranquillizza, quale frase rimette ordine. La scena del fiume lavora proprio così: Rodion cammina lungo il greto, nei bassi terreni della pianura, e l’acqua sembra lenta almeno in superficie. È qui che si apre l’abisso: il baratro tra lui e la natura, tra lui e gli uomini, tra lui e se stesso. Il rintocco delle campane è la scossa materiale che fa riapparire il tempo. Lui torna in sé ma il vuoto resta come distanza tra gesto e racconto, tra giustizia umana e responsabilità che resta aperta.
Con Franz Kafka il libro cambia pelle e conserva la sua struttura. Si passa dalla colpa come ferita alla colpa come procedura. Il Castello appare e scompare; la strada sale; l’accesso sfuma; la sfocatura detta la regola. Belcaro semina motivi kafkiani riconoscibili (folla, gabbia, metamorfosi, Odradek come residuo che non si lascia archiviare) e costruisce un ambiente dove l’ordine produce attesa, moltiplica passaggi, assottiglia la meta.
L'assurdo si trasforma in chiarezza quotidiana. Il vecchio con la rosa e il bastone consegna un principio secco: camminare chiede appoggi, vivere li consuma. L’osteria, con la coppia inchiodata a regole infinite, porta il tema in casa: la legge come abitudine, come manutenzione del timore, come rumore di fondo. Poi arriva la musica: il violino come fenditura, un attimo in cui la colpa si sospende e la vita torna respiro.
«È facile sopportare la confusione;
il silenzio di un abisso marino
non è per tutti».
Con Friedrich Nietzsche il libro sceglie una narratrice che rifiuta posa e culto: Dora, inserviente in clinica, vive tra lenzuola, corpi, odori, turni e silenzi. La scelta è decisiva: Nietzsche entra in un luogo dove la filosofia deve misurarsi con la morte quotidiana e con l’attenzione minuta della cura. Friedrich appare malato e lucido, e sceglie Dora come interlocutrice: la voce “alta” si appoggia a una voce concreta.
La progressione procede per immagini e lezioni brevi: genealogia delle credenze, fede come abitudine, nichilismo come crollo e ripartenza, invito a dire sì alla vita. Il punto di attrito è l’“eterno ritorno”: Dora desidera differenze, seconde possibilità, varianti minime che salvino qualcosa; l’idea la mette davanti a una prova di volontà che pesa perché non concede vie laterali. Il rapace e il serpente traducono il concetto in gesto: presa, morso, resistenza. E quando entra l’ombra della sorella, con la gestione futura del pensiero e del corpo di Nietzsche, il racconto amplia il tema: anche le idee hanno una vita postuma e subiscono conseguenze.
«Era un cielo così compatto
che sarebbe stato possibile risalirlo…
per poi precipitare nell’abisso»
Qui torna utile l’Introduzione di Venanzio Paciocco, che propone una bussola sul divino e sulla sua evaporazione: in Dostoevskij come domanda di giustizia, in Kafka come legge che non si lascia oltrepassare, in Nietzsche come disciplina dell’affermazione. È una cornice sobria: non chiude i racconti, li mette in fila e rende più netto il loro comune attrito con l’abisso.
Il centro del libro è una domanda unica: che cosa resta dell’umano quando cadono i sostegni facili? Dostoevskij mette in campo la giustizia e la chiusura morale; Kafka mette in campo la legge come macchina che genera attesa e interpretazioni; Nietzsche mette in campo la disciplina dell’affermazione. Belcaro cerca un punto di passaggio: una responsabilità che si misura nel tempo, una tenuta che si vede nelle scelte minute, una vita che accetta il costo della propria forma.
C’è anche una scelta d’impostazione coerente con la forma: ciascun autore viene distillato in un asse dominante e usato come lente narrativa. Questo rende i tre racconti leggibili e raccordabili in un’unica traiettoria. Nei passaggi più narrativi la lente si incarna e il testo prende velocità; nei passaggi più esplicativi la scrittura si fa più meditativa e lascia al lettore il piacere di tenere insieme idea e scena senza didascalie.
Gli esploratori degli abissi si legge come una favola filosofica e un avvertimento: qualunque sia il tuo punto di paura, la voce che sentirai sarà sempre la stessa. È la voce delle tue decisioni, e del conto che prima o poi arriva.
— Miro Renzaglia
Scheda libro
Titolo: Gli esploratori degli abissi
Autrice: Anna Maddalena Belcaro
Editore: Ianieri Edizioni
Anno: 2025
Pagine: 176
Prezzo: € 18,00
ISBN: 979-12-5488-154-5
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