GIUSEPPE BERTO. TUTTO HA LA SUA ORA - un libro di Pierfranco Bruni

GIUSEPPE BERTO. TUTTO HA LA SUA ORA - un libro di Pierfranco Bruni

Al centro del quaderno c’è un battito. Pierfranco Bruni appoggia l’orecchio a Qoèlet, alla frase che dà il titolo, e la usa come metronomo: l’ora scatta quando l’andatura ordinaria accelera o inciampa, e la vita deve riscrivere il proprio ritmo. In Berto quel passo falso si fa lingua, attorno a tre fuochi: Berto autore, Giuseppe Marchi (protagonista de Il male oscuro), Giuda de La Gloria. In alias: crisi psicologica, forma narrativa, domanda religiosa nell’opera dello scrittore veneto.

La struttura è semplice: al centro, il saggio-guida di Bruni. Intorno: l’Introduzione di Francesco Iannello, una lettera in appendice e interventi che aprono altri piani di lettura, riportando Berto su terreni controllabili.

Iannello apre con una cornice politica-culturale: libertà di pensiero, appartenenze, egemonia. È utile per rimettere a fuoco perché, nel dopoguerra, la legittimazione passava spesso per filiere riconoscibili — gruppi, giornali, premi, case editrici, scuole critiche — e perché un autore che rifiuta l’allineamento paga un prezzo. Berto entra in quel quadro come figura laterale: indipendenza, scarsa docilità alle parole d’ordine, una scrittura confessionale che tocca nevrosi e religione, e anche una circolazione “popolare” fra cinema e pubblico. C’è poi un dato biografico che pesa sulla ricezione: l’adesione giovanile al fascismo (l’esperienza “in camicia nera” in Africa) e, nel dopoguerra, la scelta di definirsi «afascista», formula che in certi ambienti viene letta come ambiguità più che come presa di distanza. In un ambiente che premia appartenenze nette, questi tratti diventano motivo di sospetto, di etichette rapide, di letture intermittenti. Il punto, però, resta doppio: contano i dispositivi culturali e conta anche la pagina. Berto ha una durezza propria, abrasiva e irregolare, spesso refrattaria alle cornici. È uno dei motivi per cui rimane vivo.

A seguire, Micol Bruni entra dal versante psicoanalitico, con Il male oscuro sullo sfondo, e ricorda che la letteratura eccede sempre la diagnosi. Claudia Rende porta Berto nel cinema e nella televisione, fra sceneggiature e trasposizioni (Anonimo venezianoIl male oscuroIl briganteOh, Serafina!): un promemoria utile, perché quelle vite laterali hanno inciso sull’immagine pubblica dell’opera. Mauro Mazza lavora per testimonianza e ritratto umano, sul costo del successo. Marilena Cavallo insiste sul nodo teologico della Gloria, con Giuda come figura-chiave. Tonino Filomena mette a fuoco il problema delle etichette politiche e del lessico con cui Berto viene incasellato. Franca De Santis ricostruisce i passaggi della sua fortuna critica: chi lo legge, chi lo accantona, chi lo riporta in circolo, e con quali interessi.

Bruni procede per itinerario, con una prosa che preferisce il clima alla dimostrazione: il titolo come asse, il tragico come temperatura, luoghi e nomi come costellazione. In questa traiettoria introduce il concetto di «impazienza metafisica». La usa per nominare una fame di senso che non si accontenta dell’attesa e tende a consumare subito le domande. Nel Male oscuro, per esempio, la durata interiore occupa tutta la scena: ossessione, ripetizione, monologo. La frase ritorna, ricade, riprende lo stesso nervo finché ne mette alla prova la tenuta. Qui l’urgenza non resta contenuto: entra nella forma e diventa ritmo. Il dossier, in questo punto, fa bene il suo mestiere: spinge a tornare sulla pagina di Berto e a testarne la tenuta.

il tragico come temperatura, luoghi e nomi come costellazione. In questa traiettoria introduce il concetto di «impazienza metafisica»

Poi arriva il vertice, insieme alla zona più esposta: Giuda. Bruni spinge la lettura fino a trattare il tradimento come passaggio necessario, dentro una logica della salvezza. Il capitolo “Con un bacio ha reso possibile la Salvezza?” diventa la cerniera dell’interpretazione. Il suo gesto viene riletto come ingranaggio di una storia più grande, con una domanda che resta sul tavolo: quanta libertà ha Giuda, quanta ne ha chi lo “usa” nel racconto sacro? Qui Bruni cerca un approdo, mentre Berto, spesso, preferisce lasciare la ferita in vista. Teologia e giudizio pubblico si sovrappongono, e la figura di Giuda diventa un problema di sentenza.

Nella Parte IV il quaderno si fa più personale: padre, Mediterraneo, oggetti e frammenti biografici; immagini minute, quasi tattili (tabacco, cartina, gesto) che tengono insieme vita e pagina. Lo stesso metodo vale per la costellazione dei nomi: Pavese, poi Prezzolini, Silone, Eliade. L’effetto è utile perché ogni richiamo porta un criterio leggibile e resta legato a passaggi verificabili. Il lessico ricorrente — “tragico”, “eretico”, “assurdo” — chiede la stessa disciplina e guadagna forza quando si lascia controllare sul ritmo e sulle scelte di scrittura. Idem per la lettera a Francesco Grisi, in appendice: una voce diretta, un tono quotidiano, una rete di rapporti fuori dai circuiti ufficiali restituiscono la dimensione dell’uomo al di là dell’autore e dei suoi personaggi.

Nel post scriptum e nella chiosa finale la lettura si compatta attorno a un’immagine antica, “timor et gemitus”: paura e lamento come lingua dell’anima. È il modo con cui Bruni prova a dare un approdo alla traiettoria, con la scrittura intesa come confessione e ricerca di tenuta esistenziale. Berto, lì, resta contemporaneo.

— 𝐌𝐢𝐫𝐨 𝐑𝐞𝐧𝐳𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚

𝐒𝐜𝐡𝐞𝐝𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨 
𝐓𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨: Giuseppe Berto. Tutto ha la sua ora 
𝐀𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞: Pierfranco Bruni 
Contributi critici: Francesco Iannello, Micol Bruni, Mauro Mazza, Tonino Filomena, Franca De Santis, Claudia Rende, Marina Cavallo)
𝐄𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞: Solfanelli,
Collana: Micromegas
Anno: 2025 
Pag: 164
Prezzo: € 13,00
 𝐀𝐜𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐨: QUI