FUOCO INDOMABILE - un libro di Luca Leonello Rimbotti

FUOCO INDOMABILE - un libro di Luca Leonello Rimbotti

Un volume così non chiede di essere “letto” nel modo in cui si legge un saggio ben tagliato. Chiede di essere attraversato. Ha la forma della raccolta e l’ambizione della somma: quasi trent’anni di interventi, messi in fila perché il lettore veda una linea continua sotto gli episodi. La linea è una guerra culturale dichiarata, combattuta con un deposito di nomi, simboli, miti, musiche, genealogie. Il libro fa una cosa con ostinazione: costruisce un nemico stabile e poi organizza attorno a quel nemico un repertorio di fedeltà alla causa opposta.

La prefazione di Francesco Boco lo dichiara subito: questa non è un’antologia d’occasione, è una summa metapolitica. L’accento è sulla coerenza di lungo periodo e su un filo decisionista — volontà, mito, tradizione europea — con l’avvertenza, ripetuta, di non scivolare nella nostalgia.

Il nemico ha un nome semplice: liberalismo. Nel lessico di Rimbotti non è soltanto un modello economico: è una forma di vita...

Il nemico ha un nome semplice: liberalismo. Nel lessico di Rimbotti non è soltanto un modello economico: è una forma di vita che scioglie legami, svuota le istituzioni, riduce la politica a gestione e poi riveste tutto di una morale pronta all’uso. Una grammatica che promette pace e consegna, in cambio, un’ansia permanente: individui senza cornice, comunità senza rito, popoli senza racconto. Il liberalismo viene pensato come una rete che non reprime in modo frontale, ma disgrega. Non ti dice “no”: ti slega. Ti lascia muovere, e intanto rende intercambiabili i luoghi, i ruoli, i linguaggi. La libertà, ridotta a disponibilità, diventa un’abitudine politica.

Da qui un’insistenza costante: la forma. Frontiera, limite, contorno. Igiene dell’immaginazione, prima ancora che questione di dogane. Se togli il confine, dice il libro, non ottieni libertà: ottieni evaporazione. Il mondo diventa liscio, i gesti diventano intercambiabili, l’idea di casa si riduce a un indirizzo. È uno dei momenti in cui la prosa fa più presa: limite come cosa fisica, come odore che rimane addosso.

E allora la parola “Occidente” viene messa sotto accusa: Occidente come americanizzazione, come utopia procedurale, dispositivo universale che pretende di valere ovunque. Europa come mito storico, forma plurale e conflittuale, memoria che non si lascia convertire in pura amministrazione. Europa che, tuttavia, deve decidere se avere ancora una lingua propria, invece di limitarsi a tradurre quella altrui. 

Europa come mito storico, forma plurale e conflittuale, memoria che non si lascia convertire in pura amministrazione.

Dentro questa frattura rientra anche la rivolta. Il ribelle d’oggi, il Sessantotto, l’anarchia evocata come energia: il libro lavora in sottrazione e mostra come l’anti-sistema possa diventare stile del sistema, come la contestazione si faccia carburante, come la disobbedienza si trasformi in consumo di identità. È una diagnosi che non ha bisogno di complotti: basta guardare come parole nate per ferire — «ribellione», «rivoluzione» — finiscano per fungere da slogan pubblicitario.

Sotto tutto, e forse anche sopra tutto, però, scorre la tecnica. Destino che reimposta desideri e obbedienze. Il digitale come addestramento quotidiano, la robotizzazione come orizzonte antropologico. È il punto in cui Fuoco indomabile diventa più “profetico”: la modernità non è solo idee, è infrastruttura e ritmo, e il ritmo è comando. La lettura, a tratti, prende una forma totalizzante — un grande sfondo esplicativo che tiene insieme economia, costume e geopolitica — e proprio per questo produce una pressione narrativa alta: tutto si incastra, tutto spinge, tutto accelera. Eppure, da un’altra angolazione, la tecnica non è soltanto comando: è anche ciò che allunga la vita e rende meno feroce una parte del lavoro. A fianco dell’imperativo di Rimbotti andrebbe, perciò, posta un’altra domanda: che cosa facciamo del tempo liberato proprio dalla tecnica? In questo senso la critica ai modi importati dagli Usa sta in piedi: vedere generazioni in fila per l’ultimo iPhone è una scena da lutto civile. Ma lo stesso oggetto, anche vecchio di tre modelli, mette in tasca un indice del mondo: orientamento, rimandi, verifiche, accessi. Prima costava ore solo capire dove cercare. Il problema non è il mezzo tecnico, è chi decide l’uso del tempo che quel mezzo libera. 

Quando la diagnosi cerca una fondazione, entra il lessico più intenso: paganesimo, sacro selvaggio, legge animale, sangue. Parole che arrivano come radice, non come decorazione. A questo punto il libro prova a sottrarre la politica al linguaggio neutro delle procedure: cerca un punto “originario”, una continuità, una genealogia, un corpo.

Serve separare tre piani: il simbolico e il letterale; l’identità come racconto condiviso e l’identità come destino chiuso; il sacro come nome dell’intensità e il sacro come autorizzazione. Se questa distinzione regge, il lessico diventa strumento di critica alla dissoluzione. Se salta, diventa un assoluto che non ammette repliche.

L’heavy metal è il banco basso, contemporaneo: giubbotti, toppe, cori, una comunità che si dà un rito nel suono prima che nell’argomento.

A questo si salda la cultura come armamento. Gli autori qui servono davvero: utensili più che trofei. Moeller dà al liberalismo la faccia di una rete dissolvente; Sorel riporta il mito al rango di motore, non di favola; Spengler mette in cornice la vecchiaia delle forme, il declino come mutazione di stile prima che come lamento. Wagner arriva come banco alto: cultura come pre-politico, mito ricreato, popolo che torna a riconoscersi. E l’heavy metal è il banco basso, contemporaneo: giubbotti, toppe, cori, una comunità che si dà un rito nel suono prima che nell’argomento.

Un’intuizione attraversa tutto: le società si muovono per ritmo, non solo per argomento. L’arte, allora, è ciò che mostra l’identità nel gesto che la realizza, e nel gesto che la mette in dubbio, più che in quello che la proclama. E il gesto che mette in dubbio e realizza, è continuo e inarrestabile. Attestarsi sul punto esclamativo di un’identità definita una volta per tutte sclerotizza, non salva.

Alla fine, Fuoco indomabile è un libro coerente nel timbro e nel bersaglio, e questa coerenza è la sua forza: offre una linea riconoscibile, un repertorio, un modo di nominare la crisi. Convince per intensità e montaggio, per insistenza e pressione. Resta in mezzo alla stanza una domanda che la raccolta rende inevitabile: quanto spazio rimane per la libertà individuale, per l’errore e per le scelte multiple dell’esperienza quando mito, frontiera, rito, appartenenza diventano la grammatica esclusiva del “politico”? Il fuoco scalda e illumina. A volte, lo fa con fiamma troppo alta.

-Miro Renzaglia

Scheda libro
Titolo:
Fuoco indomabile
Sottotitolo: Riferimenti di fedeltà e di rivolta: visione, storia, autori e musica (1996–2024)
Autore: Luca Leonello Rimbotti
Prefazione: Francesco Boco
Editore: Passaggio al Bosco
Anno: 2025
ISBN: 979-12-5462-244-5
Prezzo: 22,50
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