FRONTSOLDATEN - un libro di Stephen G. Fritz

FRONTSOLDATEN - un libro di Stephen G. Fritz

Quando si prende in mano, e si legge, questo saggio di Stephen Fritz subito si è assediati da un quesito cui bisogna dare risposta. Perché se si scorre la letteratura e cinematografia della Prima guerra mondiale molti sono i testi che utilizzano l’ottica del soldato comune e quando si parla di Seconda guerra mondiale questo tema e questa ottica sono quasi completamente trascurati?

Se si parla di Prima guerra mondiale ci viene subito alla mente lo Jünger di Nelle tempeste d’acciaio che narra la guerra da un punto di vista particolare, o il suo contraltare, il testo di Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale. Tra i film, io ricordo Uomini contro di Francesco Rosi con Gianmaria Volontè che mise in contrapposizione la visione distante dei generali e la realtà miserrima della truppa infangata nelle trincee, topi senza via d’uscita. Anche di recente questo modo di vedere le cose è stato immortalato da una bellissima graphic novel di Leo Ortolani che porta il titolo inequivocabile di Tapum.

Se si parla di Seconda guerra mondiale,
il soldato tedesco è “la belva bionda”il non uomo privo di qualsiasi sentimento. Non è così

Se invece si parla di Seconda guerra mondiale questa visione perde mordente, si scolora, si appanna e cede il passo all’unico modo di vedere le cose. Il soldato tedesco è “la belva bionda”, non il superuomo, ma il non uomo privo di qualsiasi sentimento, fanatizzato dalla retorica nazista, reso crudele da un indottrinamento invasivo. Forse il motivo è che la Seconda guerra mondiale, molto più della Prima, è una guerra ideologica e quindi il nemico deve essere per forza rappresentato in modo grottesco e parziale. Va demonizzato in quanto solidale con l’Oscuro Signore. È solo un soldato di Mordor, un orco privo di qualsiasi profilo o individualità.

È questo il primo motivo di apprezzamento di questo saggio. Ha l’ardire di raccontare la Seconda guerra mondiale dal basso. Non più con l’occhio degli alti ufficiali, usi a guardare lo scenario bellico da lontano, commentandolo in modo distaccato, freddo, razionale, muovendo le armate come se si stesse giocando a Risiko e come se gli uomini in campo fossero solo carne sanguinolenta, la nota carne da cannone, ma utilizzando lo sguardo del combattente di prima linea.

Qualcuno si dirà che utilizzare questa visione dal basso serve all’autore per umanizzare il fante, per nasconderne la brutalità e la ferocia.

Non è così. È lo stesso autore che ce lo dice a chiare lettere: «[…] questi uomini comuni, in una misura molto superiore a quanto fosse precedentemente riconosciuto, erano motivati ideologicamente e presero parte a tragiche atrocità per ragioni razziali e ideologiche. Per le stesse identiche ragioni, ho tuttavia cercato di evidenziare le paure umane, le ansie, emozioni, intuizioni, gioie, dolori e tribolazioni che questi uomini, come gli altri soldati, vissero dal punto di vista della loro buca».

Questo saggio ha l’ardire di raccontare
la Seconda guerra mondiale dal basso, utilizzando lo sguardo del combattente
di prima linea.

Per poter descrivere la guerra dal basso bisogna quindi raccontare il Landser, il soldato di fanteria tedesco, quello che veniva anche chiamato Schütze Arsch, il soldato culo, l’ultima ruota del carro, il fantaccino, in modo completo non per umanizzarlo, non per demonizzarlo ma semplicemente per conoscerlo e per conoscere tutte le tribolazioni che dovette patire nel corso di una lunghissima guerra.

Tutto questo per riempire un vuoto che molti storici riconoscono: «John Keegan ha ipotizzato più o meno la stessa cosa: che rimangano aree, in gran parte inesplorate dagli storici, in cui la storia sociale e la storia militare si incontrano. La storia militare dal “basso”, la guerra dal punto di vista del soldato comune, costituisce una di queste aree».

«Per comprendere la vera guerra, la guerra dal basso, lo storico deve quindi fornire un volto all’anonimo Landser ed esaminarlo nel suo duplice ruolo di carnefice e vittima». Nel duplice ruolo di ingranaggio di una macchina distruttiva e di poveraccio costretto a sopportare un carico di difficoltà fisiche e di pesi psicologici enormi.

Per poter far questo è necessario mettere mano alla sterminata produzione di lettere dal fronte, di diari, di note, di informazioni scritte dalla penna dei diretti interessati. Annotazioni che molto spesso riuscivano a scansare la censura, restituendo una vivida testimonianza dal fronte necessaria per la stesura di questo saggio.

Per capire chi era il fantaccino tedesco bisogna seguire il saggio che opportunamente parte dall’addestramento del milite

Per capire la difficoltà di una ricerca di questo genere basti ricordare che «il flusso di lettere da e per il fronte (stimato in 40-50 miliardi in totale per tutta la guerra […]) fece sì che molte passassero attraverso la censura senza essere aperte e più a lungo la guerra continuava, meno seriamente molti Landser consideravano il censore».

Per capire chi era il fantaccino tedesco bisogna seguire il saggio che opportunamente parte dall’addestramento del milite. Perché, in una guerra che impone la presenza di masse armate in quantità, non è sufficiente allertare i soldati di professione, bisogna arruolare i semplici cittadini che, per postura e inclinazione, militari non sono.

Addestramento duro, necessario per trasformare i civili in soldati, per rafforzare il senso di coesione del gruppo e per temprarli tutti alle fatiche spaventose della guerra. In certe testimonianze, come in quella di Martin Poppel, pare di rivedere le scene di Full Metal Jacket: «Il Sergente Maggiore, Haupteldwebel Zierach, […] regnava sovrano con il suo grosso libro delle punizioni. Ogni volta che ci guardava, noi poveri mocciosi iniziavamo a tremare. Il nostro addestramento era incredibilmente duro, ma fondamentalmente giusto».

Un addestramento che non serviva solo a creare soldati formidabili ma che era un’assicurazione, seppur labile, per la loro sopravvivenza. I benefici dell’addestramento serviranno a tanti a resistere in quel guazzabuglio che la battaglia campale rappresentava per il Landser. Scontri ravvicinati, piccoli manipoli che si scontrano a distanza ma anche in una pugna corpo a corpo che non ha nessun senso generale ma è solo una lotta individuale a chi salva la pelle per primo, che equivale a chi ammazza per primo. Di tutto l’apparato strategico e tattico che permea la visione degli alti comandi che governano da lontano non rimane più nulla. C’è solo l’hic et nunc della sopravvivenza, l’odore della polvere da sparo, il sangue, la morte e il suo fetore che lento sale dai campi di battaglia.

Poi c’è il tempo per risanare le ferite del corpo e quelle, ancor più sanguinose, della psiche. Bisogna farsene una ragione, evitare di impazzire, calmare la paura che risale come un vomito non appena l’adrenalina dello scontro cede al rimpianto di non essere a casa, lontani da quella follia.

«[…] Non si considerava un ingranaggio di una grande macchina militare, ma un individuo che desiderava ardentemente sopravvivere. Il Landser aveva quindi un rapporto personale, seppur ironico, con il combattimento. Voleva evitare la morte, ma sentiva un colpo al suo orgoglio se si fosse tenuto fuori dalla battaglia».

C’è solo l’hic et nunc della sopravvivenza, l’odore della polvere da sparo, il sangue,
la morte e il suo fetore che lento sale
dai campi di battaglia

E poi la sopportazione della tensione sempre aleggiante, il fango senza fondo della Russia, il freddo, la fame: «Il cibo era il nostro problema più serio. Diventammo cacciatori, trappolatori e ladri di nidi.[…] Questi uomini, che non distinguevano più tra nemici e amici, erano pronti a commettere omicidi per meno di un quarto di pasto. […] Questi martiri della fame massacrarono due villaggi per rubare le scorte di cibo […]. Come animali braccati intenti all’autoconservazione, ogni uomo pensava solo a sé stesso».

Una terribile prova individuale e collettiva che avrebbe inghiottito nell’orrore tanti e che questo saggio mette in risalto prepotentemente.

questo per cosa?

Forse bisognerebbe ricordare le parole del poeta:

Costoro combatterono, in ogni caso,
e alcuni credendovi, pro domo, in ogni caso…

Alcuni avidi d’armi,
alcuni per spirito d’avventura,
alcuni per paura di essere vigliacchi,
alcuni per paura di essere condannati,
alcuni per amore del massacro, immaginato,
e più tardi imparato …

alcuni per paura, imparando l’amore per il massacro;
morirono alcuni pro patria, “non dulce” non “et decor” …
[…]

Ne morì una miriade,
e i migliori fra di loro
per una vecchia puttana sdentata,
per una civiltà rattoppata.

Fascino, sorrisi su belle labbra,
occhi pieni di vita finiti sotto palpebre di terra.

Per qualche centinaio di statue rotte,
Per qualche migliaio di libri a brandelli

– Mario Grossi

Titolo: Frontsoldaten. Il soldato tedesco di prima linea nella Seconda guerra mondiale
Autore: Stephen G. Fritz 
Traduzione: Vincenzo Valentini 
A cura di: Andrea Lombardi 
Editore: ITALIA Storica Edizioni (Genova) 
Collana: Contemporanea 
Data di pubblicazione: 31 ottobre 2025 
Formato: brossura, 15×23 cm 
Pagine: 340 
Illustrazioni: b/n 
ISBN-13: 978-88-31430-43-2 
ISBN-10: 8831430432 
Prezzo di copertina: € 29,00 
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