FILIPPO CORRIDONI. LA VITA E LE IDEE DELL'ARCANGELO SINDACALISTA — un libro di Vincenzo d'Orio e Luca Lezzi
C’è un modo svelto per sbagliare questo libro: leggerlo come “biografia” e fermarsi al personaggio. Il volume, invece, è un esperimento di genealogia. Mette in campo due testi che non si sommano: si spiegano a vicenda. Un Corridoni del 1934 – curato e riproposto da Vincenzo d’Orio – e un Corridoni ricostruito oggi da Luca Lezzi. Il primo non descrive: fonda un culto. Il secondo ricostruisce una traiettoria storica e ne fa vedere le prese di terra. Se li prendi insieme, il risultato più interessante non è la “figura” in sé, ma la forma politica che quella vita rende pensabile.
Corridoni è una cerniera: tra classe e nazione, tra sindacato e comando, tra anti‑parlamentarismo e nuova legittimità, tra tecnica organizzativa e mitologia dell’azione. L’asse del libro sta qui: capire come una energia nata nel lavoro – sciopero, lega, reparto, vertenza – cerchi una scorciatoia di potenza dentro il lessico della guerra e della comunità nazionale. Ciò che richiederebbe anni di accumulo organizzativo viene immaginato come compressione del tempo, salto di fase, rifusione totale. Più o meno, quello che capì Lenin in Russia, allo scoppio del medesimo conflitto.
La prima parte (1934) è una macchina di trasfigurazione. La sequenza dei capitoli è una scala laica: «Il Rivoluzionario», «Il Sindacalista», «L’Interventista», «Il Trincerista», «L’Eroe». Il Corridoni che ne esce non è un militante tra altri: è un tipo umano. Tribuno, apostolo, condottiero. La morte è il sigillo tecnico dell’operazione: interrompe la biografia e consegna un nome “maneggevole”, pronto per essere bandiera, parola d’ordine, titolo di legittimazione. A quel punto il tempo storico – il disordine delle circostanze, i ripensamenti, i vincoli – viene tagliato via. Resta una funzione.
L’asse del libro sta qui: capire come una energia nata nel lavoro – sciopero, lega, reparto, vertenza – cerchi una scorciatoia di potenza dentro il lessico della guerra e della comunità nazionale.
È in questo punto che la lettura protofascista ha senso, e non come etichetta ideologica appiccicata dopo. Il testo del 1934 lavora per una fondazione: la guerra (quella del 1915–1918) non è un incidente, è il crogiuolo che promette di sciogliere la lotta sociale e rifonderla in legame nazionale. L’interventismo non è presentato come scelta tattica ma come conversione dell’energia collettiva: dall’offesa di classe alla missione comune. In altre parole: l’azione esce dalla fabbrica, si fa popolo, nazione, destino. E la politica non punta più solo allo Stato: punta alla fabbricazione dell’uomo nuovo.
La seconda parte di Lezzi fa l’operazione opposta. È costruita per passi dichiarati: un’Introduzione sul conflitto riformisti/rivoluzionari dentro il socialismo (con Marx ed Engels rivendicati come eredità), poi tre capitoli scanditi da sottosezioni — Milano e Mussolini; quindi USI, neutralismo e svolta interventista; infine l’eredità tra fascismo, RSI e antifascismo. Nel concreto, Corridoni torna fatto di dispositivi: vertenze, arresti, discipline interne, e quel caso milanese dei gasisti che serve a mostrare l’idea dell’unità produttiva come base della forza collettiva. Va detto chiaro da quale parte stava Corridoni in quella fase: sindacalismo rivoluzionario, contro riformismo e parlamentarizzazione; sindacato autonomo, più vicino al reparto che all’aula. Il tribuno perde aura e guadagna tecnica. La politica torna ad avere strumenti: organizzazione, disciplina, rapporto di forza.
E tornano, soprattutto, i dettagli economici che l’agiografia riduce a morale: congiunture, salari, fratture interne, il punto in cui la manodopera “crumira” e la paura entrano in fabbrica. In quegli anni il conflitto sociale non è “fragile”: è enorme, spesso violento, ma non automatico. È potenza che non coincide ancora con una forma di comando stabile. È proprio questa frizione – forza senza architettura, incendio senza istituzione – che rende plausibile la tentazione della sintesi nazionale: una comunità più alta che promette disciplina, coesione, esito.
Va detto chiaro da quale parte stava Corridoni in quella fase: sindacalismo rivoluzionario, contro riformismo e parlamentarizzazione; sindacato autonomo,
più vicino al reparto che all’aula.
Arriva così lo snodo: la svolta interventista. Lezzi la attraversa senza psicologia consolatoria e ricostruisce il rapporto tra Corridoni e Mussolini nel momento più ambiguo per entrambi. La miccia, nel suo racconto, è la polemica del 1914 sullo sciopero alle officine Miani e Silvestri: Mussolini attacca tempi e cautele, Corridoni replica rivendicando mandato operaio e disciplina della Commissione sindacale. Mussolini è appena passato dal neutralismo all’interventismo: è ancora socialista, ma già in rotta con la disciplina del partito e con l’idea che la storia debba aspettare i suoi tempi. Su quel crinale passa una migrazione di lessico e di metodo: anti‑parlamentarismo, antipartitismo, primato della volontà organizzata. Il sindacalismo rivoluzionario offre una grammatica dell’azione che può essere nazionalizzata.
A questo punto entra Sindacalismo e Repubblica. Che cos’è, in concreto? Un testo scritto da Corridoni in carcere, nel 1915, pensato come programma: trasformare economia, Stato e Nazione con una democrazia diretta antipartitica, una concezione autonoma del sindacato, una “nazione armata”, un federalismo radicale. Lezzi lo usa come concentrato perché lì la proposta smette di essere solo lotta e diventa architettura. Va sciolto anche un equivoco contemporaneo: in quel testo non compare la parola “socializzazione”, lessico più tardo, legato alla RSI e alla “Legge sulla Socializzazione” del 1944. Ma il riferimento non è lontano: l’idea di una repubblica dei produttori, con il lavoro organizzato come asse della legittimità e del controllo economico, è uno dei terreni prossimi da cui, in condizioni e forme diverse, la socializzazione RSI proverà a ricavare una traduzione istituzionale. Disuguale, tardiva, carica di vincoli: però non estranea per genealogia. Il punto instabile è questo: autonomia sindacale anti‑statale e bisogno di una unità politica superiore; democrazia diretta antipartitica e richiesta di comando; federalismo radicale e costruzione di una disciplina nazionale. È una tensione di costruzione: quando una politica nasce contro lo Stato e poi deve darsi Stato, la lama gira.
Il capitolo sull’eredità, così, cambia senso. Non è solo “uso propagandistico” di un nome; è la lotta per l’interpretazione di una matrice. Corridoni, morto giovane, è disponibile: può essere assunto come promessa sociale del fascismo nascente, come legittimazione rivoluzionaria, come simbolo di un “prima” più puro. Lezzi mostra come le forme reali di potere selezionino ciò che serve e scartino il resto. E come la categoria del “tradito” diventi, a sua volta, carburante.
— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮
Scheda libro
Titolo: Filippo Corridoni. La vita e le idee dell'arcangelo sindacalista.
Autori: Vincenzo d’Orio e Luca Lezzi
Editore: Passaggio al Bosco
Collana: Sempreverdi
Anno: 2021
Pag: 208
Prezzo, € 13,50
ISBN: 978-88-85574-65-6
Acquista: QUI