LA VISIONE ECONOMICA DI EZRA POUND. 1/ Credito e distribuzione del potere d’acquisto

LA VISIONE ECONOMICA DI EZRA POUND. 1/ Credito e distribuzione del potere d’acquisto

Quello che segue è il primo di sei articoli dedicati alla visione economica di Ezra Pound. L’obiettivo non è restituire un sistema compiuto, che in Pound non c’è, ma ricostruire i nuclei della sua polemica economica, sociale e politica e testarne l'attualità. 1. Credito e distribuzione del potere d’acquisto 2. Produzione e distribuzione 3. Dividendo nazionale, lavoro e tempo liberato 4. Usura e sistema bancario 5. Jefferson, Douglas, Gesell, Mussolini 6. Dal dissenso monetario alla visione ideologica

1/ MONETA E CREDITO

Ezra Pound entra nell’economia da autodidatta e da polemista, non da economista accademico. In ABC of Economics del 1933 e poi in Social Credit: An Impact del 1935, la questione decisiva coincide con il funzionamento di moneta e credito. Al centro non mette la scarsità dei beni, ma il modo in cui i mezzi di pagamento vengono emessi, distribuiti e fatti circolare. È l’impianto di base che gli deriva da C. H. Douglas e dal Social Credit: il sistema moderno dispone di una capacità produttiva elevata, però non distribuisce in modo adeguato ricchezza, potere d’acquisto e credito.

Per Pound, la moneta è un dispositivo di contabilità, di misura e di circolazione. In Social Credit: An Impact la formula compare in modo quasi martellante: «Money is not a commodity» («la moneta non è una merce»), «The state HAS credit» («lo Stato HA credito»). In ABC of Economics la moneta viene pensata come una public convenience («utilità pubblica»), cioè come uno strumento generale dell’ordine economico. In parole semplici: il denaro serve a far arrivare i beni a chi ne ha bisogno, non a produrre rendite per il solo fatto di presidiare il passaggio monetario.

Il denaro serve
a far arrivare i beni
a chi ne ha bisogno
non a produrre rendite

Chi controlla il credito decide chi ottiene oggi i mezzi di pagamento necessari a comprare, pagare salari, avviare investimenti o coprire spese pubbliche. Famiglie, imprese e Stato, per accedere a quel denaro, devono indebitarsi e pagare un costo sotto forma di interessi, commissioni o rendimenti sui titoli. In questo senso la banca, o chi detiene il credito, ricava un reddito non perché abbia prodotto più pane, più acciaio o più case, ma perché presidia il passaggio che trasforma la capacità produttiva in domanda effettiva. Nel lessico poundiano il punto decisivo è questo: una funzione che egli considera pubblica viene convertita in fonte di rendita privata. Da qui la sua formula radicale: lo Stato ha credito e non dovrebbe «prenderlo in affitto» dalle banche.

Lo stesso schema vale per il debito pubblico e per la distinzione, per lui decisiva, tra property («proprietà») e capital. In ABC of Economics Pound prova a separare due cose: da un lato il bene che possiedi e che resta semplicemente tuo; dall’altro il titolo o l’attività che ti garantiscono un flusso di reddito perché qualcun altro, nel tempo, deve lavorare, produrre o pagare per remunerarti. Nel primo caso c’è una proprietà; nel secondo c’è capitale come diritto a prelevare una quota dei servizi altrui. L’esempio è rudimentale, ma efficace: il quadro di De Chirico che possiedo resta una mia proprietà; un titolo di stato, invece, implica che qualcuno debba produrre abbastanza da pagarmi una cedola annua. In questo senso, chi controlla l’emissione del credito o detiene titoli fruttiferi si colloca nel punto in cui lo scambio economico viene autorizzato, rinviato o reso oneroso. Per Pound è in quel punto che il sistema monetario-creditizio smette di funzionare come semplice mezzo di scambio e comincia a gravare sulla produzione. In questo modo: chi produce deve sostenere il costo del credito per anticipare salari, acquistare materie prime, investire o semplicemente continuare l’attività; e così una quota della ricchezza generata dal lavoro e dall’impresa viene assorbita da interessi, oneri finanziari e rendite a vantaggio di chi controlla il denaro.

Un titolo di stato implica
che qualcuno debba produrre
abbastanza da pagarmi
una cedola annua

Da qui Pound compie il passaggio decisivo: se il nodo sta nel credito, allora il problema dell’economia moderna non riguarda in primo luogo la produzione, ma la distribuzione. In Social Credit: An Impact scrive che il punto è portare il purchasing power dove è più necessario; in ABC of Economics insiste sul fatto che il sistema si inceppa quando non circolano abbastanza «credit slips» («certificati di credito») per acquistare la massa dei beni disponibili. L’idea di fondo è questa: la società industriale possiede già macchine, organizzazione e capacità di fare; il guasto emerge quando i redditi distribuiti non bastano ad assorbire ciò che viene prodotto. In altre parole, la scarsità monetaria convive con l’abbondanza materiale.

Questa è la ragione per cui, in Pound, la teoria della moneta diventa subito teoria della società. Se la produttività cresce grazie alla tecnica e all’accumulazione di conoscenze, il compito del sistema monetario dovrebbe essere quello di tradurre quell’aumento di efficienza in consumo, sicurezza e tempo disponibile. Non a caso Pound insiste su «increment of association» («incremento dell’associazione») e su «cultural heritage» («eredità culturale»): una parte della ricchezza nasce dal lavoro associato e da un patrimonio storico di invenzioni e saperi che nessun individuo ha creato da solo. Da qui deriva anche la sua ipotesi correttiva del «National Dividend» («dividendo nazionale»): una quota del reddito dovrebbe essere distribuita non solo come salario, ma anche come partecipazione a una ricchezza collettiva già esistente.

La conseguenza più diretta e sostanziale riguarda proprio il lavoro e il tempo. In ABC of Economics Pound lega la questione monetaria alla riduzione del lavoro necessario e parla di «spare time free from anxiety», cioè di tempo liberato dall’angoscia di procurarsi le provviste economiche. In altre parole: la moneta non serve soltanto a fare conti, serve a decidere se l’aumento di produttività si traduce in vita meno compressa oppure in disoccupazione, dipendenza e merci invendute. La sua economia, da questo punto di vista, non è mai solo economia: è una riflessione sul modo in cui una civiltà trasforma la propria abbondanza tecnica in ordine sociale.

La moneta serve a decidere
se l’aumento di produttività
si traduce in vita meno compressa
oppure in disoccupazione,
dipendenza e merci invendute

Pound coglie un problema reale: il peso politico della moneta, la centralità del credito, la possibilità che un sistema avanzato produca molto e distribuisca male. Sul piano tecnico, però, il suo impianto non ha sempre la stessa tenuta e tende a semplificare passaggi che l’economia monetaria moderna distingue in modo più fine. Accosta infatti banche, interesse, debito, rendita e potere d’acquisto dentro uno schema molto compatto, che risulta più forte sul piano polemico che su quello strettamente analitico. Resta comunque il valore della sua intuizione di fondo: aver rimesso al centro il rapporto tra moneta, distribuzione e potere.

In questo sta il punto che Pound mette sul tavolo con maggiore forza: una società può produrre ricchezza in abbondanza e, nello stesso tempo, organizzarne male l’accesso. Per lui la questione monetaria non riguarda soltanto i conti, ma il modo in cui una comunità decide chi può entrare nella ricchezza che ha già generato. È qui che la sua polemica sul credito conserva ancora un interesse: non come teoria compiuta, ma come domanda sul rapporto tra distribuzione, potere e vita materiale.

— Saldo Primario