EUGENIO MONTALE. La casa dei doganieri - Elzeviri Liguri

EUGENIO MONTALE. La casa dei doganieri - Elzeviri Liguri

La casa dei doganieri non esiste più, dicono. Io ci credo a metà: le rovine sono pietre, la casa vera è quella che ti crolla addosso quando pronunci il nome di chi non risponde più.

Salgo anch’io su questo sperone di roccia: Punta Mesco. A sinistra il mare, a destra il mare, davanti il mare. In alto, l’eremo di Sant’Antonio. Alla casa dei doganieri ci arrivi camminando per un sentiero panoramico che ti accompagna con fioriture di stagioni migliori. Montale c’è passato prima di me.  È qui che si è giocato la dogana con un “tu” svanito nel nulla. Io arrivo qualche decennio dopo, con il mio zaino di parole già parlate da lui.

Un tempo, la casa era un posto serio. Prima di me, prima di Montale. Doganieri in divisa, taccuini, timbri, confini. Oltrepassi, paghi, ti registrano. Quello che resta, è un ossario di pietre che scricchiola sotto la suola delle scarpe. Il mare fa il suo mestiere: cancella. Sputa contro la scogliera le nostre piccole illusioni di eternità e se le riprende in schiuma che evapora.

Un tempo, la casa dei doganieri
era un posto serio. Prima di me,
prima di Montale

Da qualche parte, giù a valle, i turisti fotografano la cartolina di Monterosso. Che ne sanno loro di questa rovina che mastica i resti di quel “noi” che fu. Qui sopra, invece, l’aria sa di salsedine e resa. Eugenio e Arletta incidono ancora segni, tracce, iniziali, quelle sciocchezze tenere che si scolpiscono sulle tavole, sui muri, dentro la testa per dire, per dirsi: “Qui siamo stati noi”. La casa del doganiere, allora, era un accordo: un patto a strapiombo contro la marea del tempo.

Funziona sempre così: tu pensi di bloccare il flusso del tempo con tre o quattro parole. Il tempo legge e non sottoscrive. Arriva la pioggia, il sale, il vento che spazza tutto e cancella ogni promessa. Il poeta ci torna e fa l’inventario del disastro. E qualcuno la chiama poesia.  

La casa del doganiere
era un accordo: un patto
a strapiombo contro
la marea del tempo

Io mi sento il medico chiamato a certificare la malattia cronica di ogni parola: ricordare anche quello che andrebbe dimenticato. Montale parla di Arletta al passato, si chiede dove siano finiti i segni, i sogni. Io parlo con lui al presente: dove credevi di andare, con quelle due iniziali scalfite sulla corteccia, quando davanti a te hai solo una distesa di abissi marini che inghiottono tutto? 

Il vero doganiere è il tempo: controlla chi entra, chi esce, chi passa e concede un visto turistico alla giovinezza. Poi ti timbra la fronte con la parola “dimenticato” e ti rimanda giù, tra i pendolari della rassegnazione. La casa crollata è solo un cartello: “Ufficio chiuso. Non si rilasciano più lasciapassare”.

Questo teatro di rocce e acqua è stato ribattezzato Golfo dei Poeti, come se bastasse una targhetta romantica per impedire alle onde di rosicchiare i muri. Come se la poesia fosse capace di consolare. Non consola: resuscita le belle illusioni e rinnova il dolore. 

La cosa più spietata della poesia non è «l’orizzonte in fuga, dove s’accende / rara la luce» ma quel «tu non ricordi» che torna per tre volte ad affacciarsi sul promontorio dei rimpianti. Ci vorrebbe più oblio, uno smettere di custodire.  Ma chi ne è veramente capace quando l’ippocampo è stato punto a sangue sul vivo? 

Quel «tu non ricordi» che torna
per tre volte ad affacciarsi
sul promontorio dei rimpianti

E allora la casa del doganiere diventa il luogo di un processo sommario. Imputata: la memoria. Capo d’accusa: millantato credito di eternità. Prove a carico: muri scrostati, tavole marcite, nomi sepolti sotto le macerie. Testimoni ostili: gli occhi rapaci di un falco pellegrino che mi guardano obliqui. Il verdetto l’ha già scritto Montale: non si torna più indietro.

Io controfirmo a mala penna: ogni amore è una dogana abusiva costruita sul confine tra ciò che vorremmo salvare e ciò che non ha alcuna intenzione di farsi salvare. La casa dei doganieri è questo: il posto in cui capisci che non controlli niente, non possiedi niente, non salvi niente. Ti restano le parole, sì. Ma sono loro, alla fine, la vera rovina del panorama.

–Miro Renzaglia

 

PRIMO BOX

Eugenio Montale (Genova, 1896 – Milano, 1981) è uno dei maggiori poeti italiani del Novecento. Esordisce nel 1925 con Ossi di seppia, dove il paesaggio ligure diventa metafora di aridità esistenziale. Con Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956) approfondisce una poesia ellittica, colta, attraversata dal male storico del secolo e dalla figura enigmatica di Clizia, spesso accostata all’ermetismo, etichetta che lui rifiutava. Nel 1971, pubblica Satura, che introduce un tono più prosastico e ironico, aprendo la fase della tarda poesia (da Diario del ’71 e del ’72 a Quaderno di quattro anni). Critico e prosatore, collabora a lungo al “Corriere della Sera”, scrive racconti e saggi, tra cui Auto da fé e Farfalla di Dinard. Nel 1975 ottiene il Premio Nobel per la Letteratura «per la sua poesia distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione di vita priva di illusioni».

 

SECONDO BOX

 “La casa dei doganieri” è una poesia di Eugenio Montale, tratta dalla  raccolta Occasioni (1939).

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t'attende dalla sera
in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all'avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell'oscurità.
Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende ...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.