ERRO ERGO SUM - Giovanna Canzano intervista Miro Renzaglia su "Politicamentecorretto"
1) Nel libro spingi il lettore fuori dalle certezze con una raffica di interrogativi, e poi lo accompagni verso un terreno più stabile. È un movimento deliberato? Ti interessa – e ti diverte – mettere in scena questo disorientamento e questo riassestamento?
L’idea di “stabilità” va maneggiata con cautela. Io apro con la domanda radicale – perché tutto questo, anziché il nulla? – e dichiaro subito che la risposta resta inevasa. Non la trovano Leibniz e Heidegger, non la consegno io. Quello che offro, invece, è il resoconto di un errare, nel doppio senso di errore e viaggio: un percorso che continua «senza terrore dell’errore». Sì, è un movimento deliberato: mi interessa mettere in scena lo scarto e il riassestamento, e “divertirmi” nel senso più artigianale del termine, come piacere del montaggio e dell’esattezza, non come gioco consolatorio.
Il libro, quindi, “riporta” il lettore dentro uno spazio che riconosce la propria finitezza e la propria materia. Non consegna un catechismo. Restituisce l’errore come condizione e come compito, la vita come terreno, il pensiero come strumento che risente del corpo e del tempo. E ne chiede la responsabilità.
2) Nel titolo evochi Cartesio e nell’introduzione lo tratti come un bersaglio polemico. Però ogni capitolo si apre con un esergo diverso. Che funzione hanno quelle voci: interlocutori, inneschi, debiti dichiarati, coordinate del percorso?
Erro ergo sum prende il celebre «cogito» e ne sposta l’asse. Io avverto esplicitamente: il richiamo del titolo non deve ingannare. Qui il pensiero non viene celebrato come fonte di certezza dell’essere; l’essere viene messo in discussione nella sua pretesa metafisica, e insieme viene messo sotto stress il presupposto dell’argomento cartesiano: la matrice dualistica.
Quanto ai capitoli, l’impianto reale non è monografico “filosofo per filosofo”. L’indice è tematico e scandito in quattordici stazioni: Dell’errore, Del tempo, Della materia, Di Dio, Dell’arte… fino a Dell’io. È un atlante di nodi esistenziali, non una storia della filosofia in miniatura.
Quelle voci, per me, sono coordinate: aprono un tono, fissano un’angolazione, dichiarano un debito. Non sono santini. Sono indizi del percorso, e lasciano volutamente spazio a tutto ciò che non ho citato.
E se sapessimo così poco dell’io
perché, in fondo in fondo,
non c’è molto da sapere?
3) La tua riflessione passa attraverso la materia – corpo, istinti, cose, ambiente – e da lì arriva anche al tema del futuro. Che rapporto vedi tra questa scelta materialista e la tua idea di “tenuta” nel tempo?
Per come l'avverto io, la materia non è uno sfondo neutro: è fondamento. Perfino l’idea di “io” viene trattata in modo concreto: l’io è un centro locale di raccolta dati, alimentato dal laboratorio chimico del corpo, dagli istinti, dalle sollecitazioni esterne. Questo spostamento è decisivo perché impedisce alla filosofia di diventare un gioco astratto e la riconsegna alla vita vissuta.
A proposito del futuro, il libro concede semmai una forma di fiducia più dura: l’idea che la vita non arrivi con uno scopo assegnato da inseguire, e che il senso sia un lavoro di orientamento, non un premio. Da quella chiarezza può nascere energia, può nascere azione: è bene fare il più possibile, a condizione di misurare costi e limiti senza autoinganni.
4) Nel libro la morte diventa un perno: dà misura al tempo della vita e costringe l’esserci a fare i conti con la finitezza. Che cosa cambia, per te, nel dire «ci sono» quando lo dici dentro questo limite, nel qui e ora?
Insisto su un punto che per molti è urticante e che tratto senza anestesia: nascere ha un senso unico, quello che conduce alla morte. L’eco di Heidegger (l’essere-per-la-morte) compare in modo esplicito e diventa un perno: la morte imprime senso alla vita, e proprio per questo la vita smette di chiedere un “secondo senso” appeso altrove.
Da qui deriva una conseguenza che può essere fraintesa come cupa. In realtà è operativa: la morte come meta raggiungibile anche da fermi toglie la nevrosi della prestazione assoluta, l’ossessione di dimostrare qualcosa a un tribunale invisibile. Restano la vita concreta e la sua evidenza: affermare di essere vivi. La domanda “ci sono?” riceve una risposta che passa dai sensi e dal tempo, non da un certificato metafisico.
Creare il proprio scopo
(non “darsi uno scopo”: crearlo).
Solo agli artisti riesce.
E nemmeno a tutti
5) Metti in esergo Nietzsche e Benn: l’arte come modo di reggere la verità, lo stile come prova dell’esistenza. In concreto, che cosa fa l’arte nella tua vita: ti consola, ti disciplina, ti fa vedere, ti fa resistere?
Per me l’arte coincide con due frasi che ho messo in esergo. Nietzsche: «Abbiamo l’arte per non morire a causa della verità». Benn: «Lo stile è superiore alla verità; reca in sé la prova dell’esistenza». Le prendo alla lettera. L’arte, per me, rende la vita sostenibile quando la guardi senza favole; la bellezza, se arriva, è un effetto.
Mi consola in un senso adulto: non promette nulla, però mi permette di stare davanti al duro – tempo, materia, finitezza – senza crollare nella menzogna o nel cinismo. Mi disciplina perché impone scelte: una parola, un taglio, un ritmo, una misura. In quella forma il caos diventa maneggiabile.
Mi fa vedere ciò che spesso la realtà tende a coprire o a diluire: il tempo come pressione, la materia come limite, l’io come composizione instabile. Mi fa resistere perché rifiuta l’obbligo di tradurre ogni esperienza in morale e sottrae l’esistenza al tribunale che giudica — celeste o terreno, fa poca differenza. Per questo anche l’errore tecnico – collage, cut-up, distorsione, dripping, glitch – torna utile: è una fenditura che smaschera la macchina della rappresentazione, l’apparato tecnico e simbolico (software, algoritmo, montaggio; e insieme linguaggio e convenzioni) che trasforma il reale in immagine e in senso già dati.
– a cura di Giovanna Canzano
