EMANUELE SEVERINO GIORNALISTA - un saggio di Paolo Barbieri
Paolo Barbieri è giornalista e saggista. Ha fondato la rivista «Qui Libri» e ha partecipato alla costituzione dell' «Associazione Emanuele Severino». Al filosofo bresciano ha dedicato la sua ultima fatica, Emanuele Severino giornalista, nelle librerie per i tipi di Scholé. Il libro si articola in nove capitoli densi, organici, facilmente leggibili. Ognuno di essi è dedicato a un tema specifico del quale il filosofo scrisse su quotidiani o riviste. Si passa da tematiche politiche alla discussione del senso della guerra, dall'analisi del terrorismo italiano a quello islamico, dai problemi della scuola e dell'Università a interrogativi etici. Non mancano, inoltre, riferimenti ad articoli nei quali Severino si dedicò all'esegesi dei suoi autori: Parmenide, Eschilo, Leopardi, Nietzsche, Gentile ed Heidegger. Il volume è chiuso da un capitolo, rilevante e rivelatore, che mostra l'interesse severiniano per musica e cinema.
Barbieri, nell'introduzione, ripercorre l'iter teorico del filosofo. Questi pubblicò il suo primo libro nel 1948, quando aveva diciassette anni. Si tratta de, La coscienza. Pensieri per un'antifilosofia, volume di ascendenza schopenhaueriana che individuava nella musica la possibilità di portarsi oltre la significazione concettuale. Per questo, nella fase matura, l'intellettuale bresciano palerà del suo primo libro come di «un peccato di gioventù». Ottenuta, in giovane età, la docenza all'Università del Sacro Cuore di Milano, i primi scritti teoretici di Severino, in particolare Ritornare a Parmenide, suscitarono vive polemiche negli ambienti cattolici e neo-scolastici. La sua filosofia fu sottoposta al vaglio della Congregazione per la dottrina della fede che la giudicò incompatibile con il cristianesimo. Severino fondò, quindi, a Venezia il Dipartimento di filosofia dell'Università Ca' Foscari. Ha accompagnato, da allora, la docenza e la pubblicazione delle opere teoretiche a un'intensa attività giornalistica. Collaborò a quotidiani quali «Bresciaoggi» e il «Corriere della Sera» e alle riviste «Spirali», di Armando Verdiglione, e «Liberal», di Ferdinando Adornato. Al primo quotidiano, fu introdotto da Bruno Boni, già vicesindaco democristiano di Brescia e allievo, come Severino, di Bontadini. Al «Corriere», suoi mentori furono Giulio Nascimbeni e Gaspare Barbiellini Amidei. La sua collaborazione al quotidiano milanese si intensificò quando Armando Torno assunse la direzione delle pagine culturali.
Il primo articolo del filosofo comparve, in realtà, nel 1974 sul quotidiano il «Giornale di Brescia». Il primo articolo su «Bresciaoggi» uscì lo stesso anno con il significativo titolo, I piani del fascismo. Si trattava di un'analisi delle ragioni che avevano portato alla strage di Brescia e che, di fatto, stavano a monte della «strategia della tensione». Rileva Barbieri che, a solo quattro giorni dalla strage, Severino, sostenne quanto, molti anni dopo, rilevarono nel giudizio finale i magistrati inquirenti: «i fascisti di Ordine Nuovo volevano provocare una reazione violenta delle sinistre al fine di giustificare un intervento dell'esercito» (p. 16). Tesi questa che, chi scrive, non condivide del tutto. Qualche tempo dopo, in un successivo articolo in tema, il pensatore mostrò, per un verso, apprezzamento su quanto, in merito alle stragi, aveva scritto Pasolini ma, d'altro lato, rinvenne nelle posizioni dello scrittore la tendenza omissiva tipica degli intellettuali italiani, che avevano ormai rinunciato a dire pienamente il vero: «Con tutta la simpatia che si può avere per lui, egli rappresenta, con la sua istanza morale, gli intellettuali che non hanno ormai più nulla da obiettare al potere» (p. 17). Si badi, Barbieri ribadisce, a più riprese, che il valore della pubblicistica giornalistica del filosofo è data dal fatto che la sua lettura transpolitica della contemporaneità (altra rispetto a quella di Del Noce), non è prodotto di engagement, del prender parte per una data famiglia politica. Al contrario, Severino mantenne, anche in questi articoli, la propria vocazione filosofica, riproponendo di fatto, in un linguaggio semplificato adatto al pubblico di non specialistici, la sua visione delle cose.
Per questo, nell'affrontare il tema della guerra, non si richiama al moralismo pacifista. Di contro, discutendo l'asserzione eraclitea «Polemos è padre di tutte le cose», finì per ribaltarla quando sostenne: «che la cosa, ovvero il senso greco della cosa, [?] è madre di tutte le guerre» (p. 43). La storia dell'Occidente, i suoi drammi, sono l'inevitabile esito cui l'uomo europeo è giunto nel ritenere gli essenti oscillanti perennemente dal nulla all'essere e dall'essere al nulla. Tale senso degli essenti, tratto costitutivo del nichilismo, è stato portato a estrema coerenza teorico-pratica dalla Tecnica e dal suo . Nel mondo contemporaneo: «Le ideologie (capitalismo, socialismo, cristianesimo e democrazia) ritengono di poter utilizzare l'Apparto come mezzo per realizzare dei loro scopi, senza rendersi conto che [?] sarebbero (saranno) destinate ad adeguarsi e a subordinare i loro fini a quelli dell'Apparato» (p. 46). Le guerre contemporanee, il terrorismo fondamentalista islamico, lo stesso marxismo, non rappresentano che l'ultimo illusorio tentativo di salvarsi dall'angoscia del divenire in nome degli Immutabili, ormai al tramonto. Risulta, pertanto, dirimente pensare in modalità altra da quella platonica il «parricidio» parmenideo, al fine di lasciarsi alle spalle il senso greco della cosa e pervenire a una visone non più centrata sulla totalità dell'Essere-Uno, ma sull'eternità degli essenti, di ogni essente, sottraendolo alla violenza della volontà di potenza.
Negli articoli dedicati alla riforma di scuola e Università il filosofo bresciano difese, per tale ragione, l'autonomia e la centralità della filosofia teoretica, capace di dis-velare il senso riposto del contemporaneo e di condurre al «Sentiero del Giorno». Il mondo greco individuò, con Eschilo, in Zeus, la verità e il rimedio all'angoscia del divenire: in tal modo sorsero gli Immutabili a cui guardò il cristianesimo nel suo bisogno di una conoscenza salvifica ed epistemica. Eschilo è stato l'iniziatore di tale percorso, ricorda Barbieri, mentre Leopardi, non solo poeta sommo ma insigne filosofo prossimo a Nietzsche, avrebbe aperto: «l'ultimo tratto di quel sentiero» (p. 147). Il Recanatese, in tal senso, sarebbe, con Gentile, il pensatore cruciale dell'età della Tecnica. Le sue «illusioni» permettono all'uomo di tollerare: «una vita meno dura» (p. 154). Gentile, del resto: «si è legato al fascismo perché ha creduto di vedere in esso lo strumento più idoneo per rispondere “alle tendenze e ai bisogni degli individui” [?] Che non sono quelli dell'individualismo illuministico, ma quelli in cui la vita dell'individuo [?] si unisce alla vita dello spirito» (p. 159).
Emanuele Severino giornalista è libro di rilievo. Ne abbiamo fornito una ricostruzione parziale. Le sue pagine immettono il lettore, in modalità organica e lineare, nell'universo ideale di uno dei più grandi filosofi del secondo Novecento. Qualità non comune, della quale va dato merito all'autore.
-Giovanni Sessa
Scheda libro
Titolo: Emanuele Severino giornalista
Autore: Paolo Barbieri
Editore: Scholé
Collana: Orso Blu
Anno di edizione: 2025
Pagine: 224
Prezzo di copertina: € 20,00
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