DAVID BOWIE, L'ARBORESCENZA DELLA BELLEZZA MOLTEPLICE – un libro di Francesco Benozzo

DAVID BOWIE, L'ARBORESCENZA DELLA BELLEZZA MOLTEPLICE – un libro di Francesco Benozzo

Francesco Benozzo apre il suo David Bowie con un’idea precisa: l’arte di Bowie vive di stratificazioni che si richiamano, si corrodono, si riscrivono, e lo fanno per rami, innesti, ritorni. Lui la chiama «arborescenza molteplice» e la mette subito sotto la lente, insieme alla triade che regge il suo discorso: maschera, corpo, destino.

A guidare l’ingresso c’è una frase che torna utile anche al lettore diffidente: «Dategli una maschera e vi dirà la verità». Benozzo la porta in scena passando per Oscar Wilde e per l’idea, molto bowiana, della performance come identità. La maschera, qui, lavora: produce e sposta senso.

L’esempio scelto per mostrare il metodo è il video di Blackstar. Benozzo lo guarda sapendo che è una messinscena della morte imminente e lo tratta come un testo leggibile da chi mastica simboli graaliani o qabbalistici: corteo di fanciulle, graal‑teschio, libro alzato con una stella nera, rimando al Sefer Raziel. La sequenza segnala una postura critica netta, più che una vetrina di «curiosità».

Bowie scompiglia l’ordine appena fissato anche quando quell’ordine coincide con una sua metamorfosi. In questa
prospettiva il divenire‑Bowie conta più della cronologia delle fasi

Poi arriva la frizione decisiva: dentro quella scenografia sospesa compare l’astronauta sotto un sole nero, lo scafandro si apre, resta un teschio. È Maggiore Tom, trascinato fin lì da una traiettoria che parte da Space Oddity, ritorna in Ashes to Ashes e si chiude, esplicitamente, in Lazarus. Da qui Benozzo imposta la domanda che regge l’introduzione: chi muore davvero, la maschera o il corpo? Chi sopravvive all’altro quando l’artista mette in scena la propria fine e, nello stesso momento, resta lì a cantare?

Il punto forte del libro sta nel modo in cui l’erudizione diventa ritmo. Benozzo insiste su una dissonanza che si perpetua: Bowie scompiglia l’ordine appena fissato anche quando quell’ordine coincide con una sua metamorfosi. In questa prospettiva il divenire‑Bowie conta più della cronologia delle fasi, e l’ultimo Bowie torna riconoscibile dentro il Bowie di quarant’anni prima, come se certe figure continuassero a reincarnarsi.

Quando il discorso tocca il Duca Bianco, la tecnica resta la stessa: dichiarazioni volutamente urticanti, fantasma della ricerca del Graal, e poi lo spostamento laterale verso Prospero de La tempesta e la citazione obliqua che passa da Shakespeare a Station to Station.

L’antologia serve a dichiarare le carte e a moltiplicare gli ingressi. Dentro le pagine sfilano Sefer ha‑zohar, Najm al‑Din Kubra, Shakespeare, Nietzsche, Wilde, Manuel Machado, William Hughes Mearns, Wallace Stevens; poi Alberto Denti di Pirajno, T. S. Eliot, Burroughs, Arthur C. Clarke, Bukowski, Kerouac, Peter Ackroyd, Martin Amis, Nick Cave, fino a una filastrocca inglese. È un canone impossibile e proprio per questo leggibile come costellazione: testi che non «spiegano» Bowie, lo rifrangono e lo spezzano in angolazioni diverse, riconsegnandolo più complesso.

Dentro le pagine sfilano Sefer ha‑zohar, Najm al‑Din Kubra, Shakespeare, Nietzsche, Wilde, Manuel Machado, William Hughes Mearns, Wallace Stevens; poi Alberto Denti di Pirajno, T. S. Eliot, Burroughs, Arthur C. Clarke, Bukowski, Kerouac, Peter Ackroyd, Martin Amis, Nick Cave

Dentro la selezione si sente una scelta di tono. Lo Zohar offre la stella nera come principio originario; Kubra porta la mistica della visione; Shakespeare e Nietzsche consegnano una grammatica della metamorfosi; Stevens ed Eliot danno la stanchezza metafisica e la chiarezza che brucia; Burroughs e Bukowski abbassano la voce sul corpo e sulla ferita; Clarke e Ackroyd aprono spazio e città; Cave aggancia Lazarus a una genealogia di resurrezioni che vorrebbero tornare sottoterra. Anche le schede brevi che introducono gli estratti funzionano da bussola: spiegano perché quel testo entra qui e in quale punto della costellazione si appoggia.

Il lettore capisce meglio anche l’idea di “andare a ritroso” che compare in Ytiddo: inversione di “Oddity”, avverbio gallese (“dentro”), acronimo qabbalistico per “libertà” e “cambiamento”. È una poetica della lettura: entrare nel materiale procedendo all’inverso, cercando un canovaccio in filigrana, più che un «messaggio» da estrarre.

In chiusura, l’introduzione lascia una proposta critica con una sua eleganza severa: Bowie come dispositivo di sopravvivenza estetica, dove la maschera genera verità e la fine viene montata come ultima metamorfosi, senza pacificazione. Il patto è impegnativo e funziona soprattutto con chi accetta questa temperatura simbolica; chi cerca un ritratto più storico, più legato alla scena pop e alle sue cause materiali, qui troverà meno appigli. Il libro, almeno, dichiara subito dove vuole portarti.

— 𝐋𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐅𝐨𝐫𝐭𝐞

𝐒𝐜𝐡𝐞𝐝𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨

𝐓𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨: David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice
𝐀𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞: Francesco Benozzo
Copertina: Federico Renzaglia
𝐄𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞: Castel Negrino
𝐂𝐨𝐥𝐥𝐚𝐧𝐚: PreTesti
𝐀𝐧𝐧𝐨: 2021
𝐏𝐚𝐠𝐢𝐧𝐞: 144
𝐈𝐒𝐁𝐍: 978-8899341787
𝐏𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨: € 14,90
𝐀𝐜𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐨: QUI