DA DAVOS A MONACO. PASSI AVANTI VERSO EUROPA UNITA
Davos (WEF, 19–23 gennaio 2026) e Monaco (MSC, 13–15 febbraio 2026) hanno fatto scattare lo stesso meccanismo in due sale diverse: l’Europa entra nel 2026 con una traiettoria di unità politica che passa da scelte materiali. La parola chiave diventa scala (percorso di crescita del progetto europeo): decisione comune, soldi comuni, capacità comuni. Il discorso, finalmente, si allinea alla realtà dei vincoli.
A Davos il baricentro era economico – competitività, filiere, energia, tecnologia, rischi geopolitici – e le conseguenze lineari: proteggere la base produttiva, sovranità operativa, quindi politica economica coordinata, investimenti compatibili, obiettivi condivisi. In quell’ambiente il lessico europeo ha smesso di essere ornamentale ed è diventato agenda: regole, risorse, catene di approvvigionamento, resilienza. Finalmente, nero su bianco, è stato messo l’obiettivo di una Europa indipendente: autonomia di decisione su energia e materie prime, digitale e filiere, sicurezza. E, proprio in termini di sicurezza–difesa Ursula von der Leyen ha parlato di una “surge” fino a €800 miliardi di spesa/investimenti per la difesa, entro il 2030. È un “fino a” così ripartita: € 150 miliardi sono la quota comune (SAFE), il resto deve venire dai bilanci nazionali. A quel punto sarà facile capire quali Paesi vogliono davvero stare dentro il progetto-Europa e chi vuole tornare al proprio orticello, nazional-sovrano e puro-irrilevante su scala mondiale.
SAFE
Security Action for Europe
In questo quadro, a Monaco (vertice ancora in corso) si fa un decisivo passo avanti su deterrenza e architettura di sicurezza: una difesa europea credibile richiede governance leggibile, obiettivi di capacità coerenti, continuità di finanziamento, industrie capaci di consegnare. Monaco mette la faccia sulla parte più dura del progetto: deterrenza, prontezza, dottrina, comando.
E, sempre a Monaco, si parla anche apertamente di NATO: l’Alleanza smette di essere solo sfondo e diventa oggetto di lavoro politico. L’idea che prende forma è una NATO più europea (“European‑led”), con gli Stati Uniti ancora dentro l'architettura ma con l’Europa che assume peso e responsabilità. In questo quadro si apre la conversazione su una deterrenza più continentale, con la Francia chiamata a chiarire i termini di un possibile ombrello strategico, e con Londrache rientra in modo funzionale nella partita almeno su difesa e industria: cooperazione operativa, interoperabilità, produzione.
L’idea che prende forma
è una NATO più europea
“European‑led”
Il tutto rientra nel quadro concepito a Bruxelles con SAFE (Security Action for Europe), adottato dal Consiglio UE il 27 maggio 2025: finanza comune per capacità comuni. In pratica, quei primi €150 miliardi di prestiti in comune per finanziare acquisti e investimenti di difesa condivisi, spingendo domanda aggregata e produzione. È la leva che trasforma la discussione in consegne: procurement comune, standard, tempi industriali. Quando la spesa si organizza così, l’Europa smette di comprare a frammenti e comincia a costruire capacità interoperabili.
Il merito di Davos e Monaco 2026 sta nel loro incastro: uno rende inevitabile la lingua dei numeri, l’altro rende inevitabile la lingua della strategia. In mezzo, SAFE diventa prova generale di un’Europa che pratica l’unità invece di celebrarla. Il passo successivo è politico: accelerare verso un centro di decisione continentale su spesa, industria e sicurezza. A quel punto, potenza europea smette di essere slogan e diventa struttura.
— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮