CRISTINA CAMPO. L'AMBASCIATRICE MONDANA DI REGNI NON MONDANI - un libro di Aldo Marroni
Cristina Campo (1923-1977) è stata scrittrice e poetessa di grande valore che, dato l’universo ideale che trascrisse nelle sue opere, è stata trascurata dalla critica e marginalizzata dalla cultura ufficiale. Finalmente dei suoi scritti e della sua vita si comincia a discutere con persuasività di accenti. Lo mostra il bel saggio di Aldo Marroni, già docente di Estetica e autore di un numero considerevole di volumi e saggi di rilevo, Cristina Campo. L’ambasciatrice mondana di regni non mondani, da poco nelle librerie per i tipi di Mimesis (per ordini:02/24861657, mimesis@mimesisedizioni.it). Il libro si articola in cinque densi capitoli ed è connotato dalla notevole capacità scrittoria dell’autore. Dalle sue pagine il lettore può trarre molte notizie significative sull’affascinante personalità della Campo e, soprattutto, cogliere la profondità, inattuale e antimoderna, del suo pensiero complesso, articolato, anagogico e strutturato in modalità spiraliforme attorno a un centro, la tensione per l’origine.
Nella prima parte del testo, Marroni si sofferma sul rapporto tra malattia e salute nella pensatrice. Campo, infatti, angustiata fin dall’infanzia da malattia e dolore (cardiopatia) seppe trarre, in modo inspiegabile, da tale conflitto, l’alimento della propria creatività. Tale contesto, lo si evince non solo nei libri pubblicati ma, in modalità ancor più evidente, negli epistolari intrattenuti con amici e sodali del milieu intellettuale della metà del secolo scorso, quali Leone Traverso, Andrea Emo, Margherita Pieracci Harwell, soprannominata da Cristina “Mita”: «La vita spirituale e quella materiale, vi appaiono scontornati e come refusi entro uno stie di vita, di pensiero e di lavoro intellettuale impareggiabili» (p. 10). Da Simone Weil, Campo apprese che la malattia è dono divino di cui profittare per sporgersi sulle profondità della vita. Seppe, la nostra scrittrice, che la dicotomia malattia-salute altro non è che trascrizione del dualismo imposto alla cultura europea dal trionfante logo-centrismo escludente. Un bavaglio imposto a creatività e immaginazione, che non consente di cogliere il flusso animico che pulsa in tutto ciò che vive. La valorizzazione del dolore a scopo realizzativo fu esperito in profondità, ricorda Marroni, da Pascal, Nietzsche, Proust ed Ernst Bloch, che affermò: «pensare è varcare le frontiere» (p. 17).
La poesia di Campo
«nasce da una religiosità
che non potrebbe esistere
senza il dolore»
Il filosofo romeno Noica seppe, al pari di Campo, che malattia e dolore sono, per l’uomo, pungoli ontologici. Si badi, sostiene Marroni, non si tratta di capovolgere la valorizzazione della salute in assolutizzazione del malattia, in quanto solo cogliendo: «l’attitudine fluttuante delle due condizioni» (p. 29) si entra nel misterium vitae, nell’ enigma dell’ex-sistere, dello “star fuori dal principio”, che risulta essere, a ben vedere, condizione di mera apparenza. Nei molti si dice sempre il medesimo Uno. La poesia di Campo: «nasce da una religiosità che non potrebbe esistere senza il dolore» (p. 37), il suo dire è preghiera di una mistica senza misticismo, che sente di non appartenere all’età in cui ebbe in sorte di vivere. Il suo iter spirituale la condusse a scoprire il valore disvelativo della parola, capace: «di squarciare il velo dell’assoluto conservandolo nella sua alterità» (p. 39). Fu, in questo, come gli autori che amò, imperdonabile. Decisivo risultò l’incontro con lo psicanalista junghiano Ernest Bernhard, autore di Mitobiografia. Questi le fece comprendere che l’origine, la libertà può, stoicamente, essere vissuta: «entro un’amorosa necessità» (p. 47). È necessario conoscere e accettare il proprio destino, amor fati. Il destino di Cristina passava dall’incontro con la malattia, sublimata nella scrittura perfetta. L’entelechia individuale aristotelica, con la quale Bernhard corresse Jung, infatti: «contiene […] il veicolo della forza creativa universale che […] si vuole […] realizzare» (p. 47).
Ma, rileva Campo: «I fiori non si apriranno se ci si aspetta che s’aprono, ciò avverrà da sé quando il tempo sia maturo» (p. 53). Lo stigma del Deus absconditus, al quale la scrittrice mirò con tutte le forze, sta nel rivelarsi ritraendosi. Dio e la scrittura stessa, si configurano, in questo itinerarium mentis in Deum, quale rischio estremo. Il tratto aristocratico della Campo, tradusse il far letteratura quale strumento atto a concedere solitudine esclusiva. La scrittrice si sottrasse alla dimensione mercantile, alla ricerca di lettori, che connota le arti nel nostro tempo. La sua parola intransitiva, simile a quella dei Padri del deserto, si pone quale metaxù, “in-tra”, al centro tra uomo e dio, tra corpo e spirito. Tale visione la indisse, nota Marroni, a scelte altre da quelle messe in campo dalla Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II, che Campo criticò aspramente in un manifesto firmato da molti intellettuali degli anni Sessanta. Poesia, preghiera e rito dicono il medesimo. La liturgia latina e tradizionale del Cattolicesimo era, a suo dire, strumento disvelativo che non poteva esser abolito senza colpire al cuore l’intero impianto trinitario della Chiesa. Da qui il suo apprezzamento per il Cristianesimo orientale, la sua frequentazione del Collegio “Russicum” di Roma. La liturgia, per la poetessa, preservava lo “splendore gratuito” e lo “spreco delicato”, salvandolo dalla degradazione nel profano.
È necessario conoscere e accettare
il proprio destino, amor fati.
Il destino di Cristina passava
dall’incontro con la malattia
La tradizione Ortodossa ha creato la possibilità per Dio di nutrire i sensi e di abitare i corpi. I Padri del deserto conobbero i sensi soprannaturali. Le icone, grazie ad essi, sono immagini nient’affatto vuote, il mistero dell’incarnazione ha legittimato, di contro all’iconoclastia, la raffigurazione del divino, le icone sono realissime Porte regali. La scrittura della Campo si fece, per questo, fotografica, “scrittura di luce”, capace di ospitare l’attenzione per l’origine. Il suo “dire” in continua tensione verso il principio, è esposto, in forza dell’attenzione stoica, al divino che ci anima. Si tratta di scrittura cerimoniale, che allude alla possibilità dell’impossibile, messa in scena dalla fiabe. Vittoria Guerrini (Campo) utilizzò una serie disparata di eteronimi: non siamo questo o quello, meri enti, ma origine. Gli eteronimi attestano diversi punti di vista dai quali l’origine può essere osservata e vissuta. La fiaba è il centro vitale del pensiero della Nostra. Si tratta del: «crocevia mistico ove la sorte […] ha deciso di far incontrare in un ideale simposio, perfezione, attenzione, sapore massimo della parola» (p. 148).
Il narrato del fiabe mostra la sconfitta della necessità statuita dal principio d’identità, mette in luce il primato del possibile, come avviene nella tessitura dei tappeti tradizionali i cui nodi dicono l’intrecciarsi dei destini individuali e cosmici. Non casualmente, nel racconto-non racconto, Il nodo di Salomone, Campo mostra l’: «unione tra l’uomo e il divino» (p. 161), esperibile attraverso i sensi soprannaturali. La scrittrice fu davvero, come si legge nel sottotitolo del volume, ambasciatrice mondana di regni non mondani.
– Giovanni Sessa
Scheda libro
Titolo: Cristina Campo. L’ambasciatrice mondana di regni non mondani
Autore: Aldo Marrone
Edizione: Mimesis
Pag: 183
Prezzo: € 14,00
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