CHI È DELCY RODRIGUEZ. Profilo della Presidente ad interim del Venezuela
Il rapimento e la successiva deportazione negli Stati Uniti di Nicolás Maduro hanno portato sotto i riflettori internazionali la donna che fino a quel momento era la sua vice: Delcy Rodríguez.
Chavista di lunga data, come l’ormai ex capo di Stato della Repubblica sudamericana, Rodríguez viene indicata da gran parte dei media internazionali come una figura meno ostile ai diktat di Washington. Secondo questa lettura, la Casa Bianca l’avrebbe individuata già prima del blitz di inizio anno come interlocutrice per aprire una fase intensa di colloqui: riportare Caracas nell’orbita a stelle e strisce e, contemporaneamente, allontanarla dalla lunga alleanza instaurata con Cina e Russia.
La cinquantaseienne presidente ad interim ha un lungo curriculum politico, iniziato all’indomani della prima vittoria elettorale di Maduro per la massima carica istituzionale del Paese. Fu proprio il delfino di Hugo Chávez ad affidarle nel 2013 il ministero per le Comunicazioni e l’Informazione; l’anno successivo la promosse agli Affari Esteri, incarico che mantenne per tre anni. Lasciò poi il dicastero per assumere la presidenza dell’Assemblea Nazionale Costituente.
Quest’ultima rappresentò la mossa politica con cui Maduro puntò a esautorare l’Assemblea Nazionale, dove nel 2015 aveva dovuto far fronte a una clamorosa sconfitta elettorale, la peggiore mai incassata nei venticinque anni di governo del chavismo.
Dopo aver mantenuto anche questa carica per tre anni, Rodríguez è tornata a far parte della squadra esecutiva come ministra dell’Economia e delle Finanze nel 2020. Dal 2024 è passata agli Idrocarburi, mantenendo contemporaneamente la carica di vicepresidente.
In seguito all’assenza forzata dal Paese di Maduro, la Corte Suprema le ha affidato temporaneamente la presidenza per novanta giorni.
Volgendo lo sguardo alla biografia familiare, è possibile affermare che Rodríguez abbia trovato nella politica uno sbocco quasi naturale: è figlia di un rivoluzionario di sinistra, Jorge Antonio Rodríguez, noto per aver guidato, nel 1976, il rapimento dell’imprenditore statunitense William Niehous (Owens-Illinois) e morto durante la detenzione, ucciso dalla Direzione dei servizi d’intelligence e prevenzione (DISIP).
Anche Jorge Rodriguez, il fratello maggiore e oggi presidente dell’Assemblea Nazionale (tornata nel frattempo a maggioranza chavista), ha da sempre professato convintamente la stessa fede politica, ricoprendo incarichi governativi — dalla vicepresidenza al ministero per la Comunicazione e l’Informazione — oltre a essere stato sindaco di Libertador, distretto che comprende la capitale Caracas.
Nei primi sette giorni alla guida della Repubblica bolivariana, Rodríguez ha alternato atti e dichiarazioni estremamente duri ad aperture che apparivano impensabili solo fino alla settimana precedente.
Ha ribadito in ogni occasione che il presidente eletto del Venezuela resta Nicolás Maduro, chiedendone contemporaneamente il rilascio e promuovendo manifestazioni di solidarietà che hanno raccolto migliaia di persone in molte zone del Paese.
In parallelo, però, il rilascio di prigionieri stranieri e di detenuti legati alle opposizioni, insieme all’apertura al dialogo, stanno mostrando una linea più oscillante. La mossa sembra mirare soprattutto a evitare ulteriori interventi armati sul proprio territorio, che lo stesso presidente statunitense ha ammesso di aver annullato solo in un secondo momento.
Infine, va ricordato che, al pari di Maduro, Rodríguez rappresenta l’ala politico-sindacale del chavismo, chiamata a bilanciarsi e confrontarsi in seno al governo con quella militare. I maggiori rappresentanti di quest’ultima sono il ministro degli Interni Diosdado Cabello e quello della Difesa Vladimir Padrino López.
— Luca Lezzi