CARO TRUMP, C’È CHI DICE NO. FATTENE UNA RAGIONE…

CARO TRUMP, C’È CHI DICE NO. FATTENE UNA RAGIONE…

Donald Trump si dice scioccato dal no dell’Italia. Bene. Si abitui allo shock. C’è un momento in cui anche la fedeltà atlantica deve fermarsi prima della subordinazione, e quel momento arriva quando a Roma viene chiesto di aiutare una guerra che non abbiamo deciso, non abbiamo votato e non abbiamo alcun dovere di combattere. Io qui sto con Giorgia Meloni senza esitazioni. Non per simpatia di campo: vengo da tutt’altra storia e cultura. Sto con lei per una ragione basica: c’è chi dice no quando il confine tra alleanza e servitù viene superato.

Il governo italiano ha criticato la guerra americana contro l’Iran come parte di una deriva di interventi fuori dal diritto internazionale. Ha escluso una missione italiana per forzare il blocco di Hormuz. Ha rifiutato l’uso automatico di Sigonella per operazioni di combattimento statunitensi. Ha chiarito che un eventuale contributo italiano potrebbe esistere solo dopo il conflitto, dentro un quadro concordato. Questo significa una cosa sola: l’Italia, finalmente, non si è messa sugli attenti e non ha risposto «sissignore».

Meloni ha fatto
quello che D’Alema 
non seppe fare nel 1999

Da Sigonella a Sigonella non è la storia che si ripete, però il nervo appartiene alla stessa famiglia. Nel 1985 Bettino Craxi ricordò agli Stati Uniti che l’alleanza non cancellava la sovranità italiana. Oggi Meloni, in una crisi diversa e più ambigua, ha compiuto un gesto politicamente affine: ha detto che l’Italia non è una piattaforma da attivare a comando, non è una pista da aprire con uno schiocco di dita, non è una marina da spedire dove serve per coprire il costo politico di una guerra voluta da altri.

Meloni ha fatto quello che D’Alema non seppe fare nel 1999. Allora il governo mise a disposizione le basi NATO sul territorio italiano per l’intervento contro la Serbia, e da quelle basi operarono anche i velivoli statunitensi della campagna aerea. Stavolta no. Stavolta il governo italiano ha tracciato un limite.

Da Sigonella a Sigonella 
non è la storia che si ripete,
però il nervo appartiene
alla stessa famiglia

Attorno all’Italia si è mossa anche una parte d’Europa che ha rifiutato di farsi arruolare nella logica dell’automatismo atlantico. Ed è qui che la vicenda si allarga: il punto non riguarda solo Meloni, riguarda la maturazione di un continente che comincia a capire una verità elementare. L’alleanza con gli Stati Uniti non può più essere una formula sacrale che obbliga ogni volta all’obbedienza. Le svolte di Washington, una dopo l’altra, stanno imponendo agli europei una scelta di autonomia che per troppo tempo è stata rimandata, temuta, quasi considerata una scortesia. Io la vedo al contrario: questa autonomia è ormai una necessità politica, strategica, storica. Quel no, oggi, può segnare l’inizio di una possibile Europa politica, capace di decidere da sé quando cooperare, quando frenare, quando opporsi.

Per questo il gesto simbolico, stavolta, è lasciare il cancello chiuso e tenere acceso il progetto. Chiudere il cancello all’automatismo militare. Tenere aperta l’idea di un’Europa sovrana, adulta, capace di difendere i propri interessi senza aspettare ogni volta il cenno di un presidente americano, chiunque egli sia. La vecchia alleanza atlantica ha consumato una parte della propria forza proprio nel momento in cui ha preteso di restare eterna e indiscutibile. Le alleanze vivono finché rispettano gli alleati; cominciano a marcire quando chiedono solo esecuzione. Se Trump è scioccato, tanto meglio. Ci sono shock che servono a fare chiarezza. Servono a ricordare che l’Italia non è una dependance e che l’Europa, se vuole sopravvivere come soggetto politico, deve smettere di pensarsi come retrovia e cominciare a pensarsi come potenza.

— Aristea