BULGARIA IN EUROZONA. MA L'UNIONE EUROPEA NON ERA SUL PUNTO DI CROLLARE?
F𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐦𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐳𝐢𝐞 delle Cassandre 𝐚 𝐜𝐢𝐜𝐥𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐨
Dal 1° gennaio 2026 la Bulgaria adotterà l’euro e diventerà il 21° Paese dell’area euro. La differenza tra slogan e realtà, qui, sta in una catena di fatti verificabili: Commissione europea e Banca centrale europea hanno pubblicato una valutazione positiva nei rapporti di convergenza il 4 giugno 2025; poi, l’8 luglio 2025, il Consiglio UE ha completato i passi finali e ha fissato anche il tasso di conversione irrevocabile a 1 euro = 1,95583 lev. Data, atti, numero: così si misura la solidità di una decisione pubblica.
Questa notizia dovrebbe funzionare come detergente per un dibattito europeo intossicato da profezie. Da anni una parte dell’euroscetticismo vive di predizioni ricorsive: ogni turbolenza è “la fine dell’euro”, ogni frizione politica è “la dissoluzione dell’UE”, ogni correzione delle regole è “l’implosione imminente”. È una retorica comoda perché non si sottopone mai a verifica: quando la previsione fallisce, se ne produce un’altra identica. Il risultato è un rumore di fondo che impedisce di distinguere tra difetti reali dell’architettura europea e favole consolatorie sul “torniamo indietro e si risolve”.
Che cosa ha dovuto dimostrare Sofia? Condizioni su inflazione, finanza pubblica, tassi d’interesse e stabilità del cambio. Non sono capricci, ma requisiti pensati per ridurre il rischio che una nuova adesione importi instabilità nella moneta comune. Se la Bulgaria entra, è perché ha superato quel vaglio tecnico e politico. Vale la pena ricordare un punto di calendario: il Paese è nell’Unione europea dal 2007 e questa scelta arriva dopo quasi due decenni di allineamento graduale. Se l’euro fosse davvero un edificio in caduta, la cosa razionale sarebbe il contrario: blocco degli ingressi, fuga dagli impegni, disinvestimento istituzionale. Invece vediamo un allargamento che procede, poco spettacolare ma coerente.
L’euro non cancella i problemi (nessuna moneta lo fa), ma riduce alcune fragilità strutturali e rende più leggibile il terreno di gioco per investimenti, scambi e risparmio.
Il caso bulgaro è ancora più istruttivo per un dettaglio tecnico: il lev vive da anni in orbita euro. La Bulgaria è entrata nell’ERM II nel 2020 e il tasso fissato oggi coincide con la parità centrale del meccanismo. In altre parole, una parte della sovranità monetaria “piena” che gli euroscettici evocano come Eden perduto era già stata ridotta per scelta di stabilità. L’ingresso nell’euro completa un assetto già ancorato, ma aggiunge una differenza decisiva: partecipare formalmente alle decisioni dell’area euro e alle sue regole, non subirle da fuori.
Qui sta l’inganno dell’euroscetticismo di professione: presenta l’euro come una gabbia e sorvola su un fatto elementare dell’economia contemporanea. Per Paesi piccoli o medi, “recuperare la moneta” spesso significa pagare più caro il rischio: tassi più alti, volatilità, maggiore esposizione agli shock esterni, aspettative inflazionistiche che possono autoalimentarsi. L’euro non cancella i problemi (nessuna moneta lo fa), ma riduce alcune fragilità strutturali e rende più leggibile il terreno di gioco per investimenti, scambi e risparmio. Non è una religione: è una tecnologia istituzionale.
Resta l’obiezione seria, e va trattata senza propaganda rovesciata: una parte dei cittadini bulgari teme aumenti di prezzo e diffida della classe politica. Le cronache descrivono un’opinione pubblica divisa e la necessità di informazione, doppia indicazione dei prezzi e controlli credibili. Il punto, però, è smettere di trasformare un costo di transizione, gestibile con policy e vigilanza, nella prova che “l’euro sta finendo”. Nel 2023 è entrata la Croazia; nel 2026 entra la Bulgaria. Nel frattempo l’euro resta una moneta usata da oltre 350 milioni di persone: non un esperimento da talk show.
Nel 2023 è entrata la Croazia; nel 2026 entra la Bulgaria. Nel frattempo l’euro resta una moneta usata da oltre 350 milioni di persone: non un esperimento da talk show.
Se vogliamo discutere seriamente di Europa, il bersaglio non è l’illusione di un ritorno al nazionalismo monetario, ma il completamento delle parti ancora fragili: un mercato dei capitali davvero integrato, regole fiscali più intelligibili, una capacità comune di reagire agli shock, una sfera politica europea meno paralizzata dai veti. Queste sono critiche legittime e, soprattutto, misurabili: si valutano su atti, risultati, tempi.
Un modo pratico per capirsi sarebbe tenere un registro pubblico delle profezie: data, tesi, orizzonte temporale, indicatori. Quando non si avverano, si archivia l’errore e si corregge l’analisi. È ciò che chiediamo a qualunque previsione economica; non c’è motivo di trattare l’euro come un campo in cui si può sbagliare all’infinito senza conseguenze.
La polemica, allora, riguarda il metodo: basta profezie senza contabilità. Chi sostiene che l’euro è “destinato a crollare” indichi un meccanismo verificabile e un criterio di smentita, come si fa in qualunque analisi seria. Altrimenti non è economia, è intrattenimento. E l’intrattenimento, quando parla di risparmi, salari e prezzi, diventa un lusso che pagano gli altri.
— 𝐒𝐚𝐥𝐝𝐨 𝐏𝐫𝐢𝐦𝐚𝐫𝐢𝐨