BRIGITTE BARDOT. IL MITO CHE NON SI È LASCIATO ADDOMESTICARE

BRIGITTE BARDOT. IL MITO CHE NON SI È LASCIATO ADDOMESTICARE

La notizia mi arriva addosso come arrivano le cose vere: senza musica di sottofondo. Sono in cucina, il caffè già freddo, lo schermo acceso per inerzia. Brigitte Bardot è morta a 91 anni, lo annuncia la fondazione che porta il suo nome.

Poi succede il solito miracolo cinico: in tre secondi il mondo prova a ridurre una vita a santino o a capo d’accusa. Bardot scappa da entrambe le cornici. È stata un volto che ha spostato il modo in cui il cinema guardava il desiderio, e quindi il modo in cui un Paese si guardava allo specchio. Dal 1956 in poi l’icona diventa un dispositivo: libertà come immagine, immagine come consumo, consumo come potere.

E c’è l’altra Bardot, quella che a 39 anni esce di scena e si incatena agli animali. Attivismo totale, concreto, ossessivo. La fondazione, le campagne, le denunce: una macchina vera, non un salotto con la coscienza in leasing.

Solo che la storia non si fa liscia. Negli anni Bardot è diventata anche una figura polarizzante: frasi e posizioni che in Francia le sono costate condanne e multe per incitamento all’odio razziale. Qui si apre la frattura che molti vogliono chiudere, perché è il versante scomodo del mito.

Quelle multe, però, possono essere lette anche come un precedente pericoloso: lo Stato che punisce parole — sia pure parole sgradevoli — sposta il confine dal “punire la violenza” al “punire l’opinione”. La giustizia francese ha ritenuto quei testi incitamento all’odio. Chi difende una libertà di parola robusta sostiene che la soglia debba stare più in alto e legarsi a chiamate concrete alla discriminazione o alla violenza, non a giudizi e generalizzazioni, anche brutali, su religione, costumi, immigrazione.

Chi difende una libertà di parola robusta sostiene che la soglia debba stare più in alto e legarsi a chiamate concrete
alla discriminazione o alla violenza

Qui entra il nostro tempo, con la sua educazione al panico. Una parola sbagliata e scatta l’allarme antincendio: arriva il comitato morale, arrivano le etichette, arriva il gusto di espellere. “Politicamente scorretto” è diventato un lasciapassare per dire qualunque cosa, sì. Ma “cultura woke”, come la chiamano i suoi nemici, è diventata troppo spesso un’altra cosa: un sistema di allerta permanente in cui l’opinione vale meno della postura, e la postura vale meno del verdetto.

L’omologazione non è solo censura. È autocensura. È il corpo che impara a irrigidirsi prima ancora di parlare: lo senti nelle conversazioni, nelle redazioni, nei corridoi, perfino tra amici. Non perché la gente sia improvvisamente più buona, ma perché nessuno vuole finire nel tritacarne. Il pluralismo muore così: non con un divieto, con una paura.

Bardot, qui, è una cartina al tornasole. Non perché abbia “ragione”, ma perché mostra l’ingranaggio. Una società adulta dovrebbe reggere due cose insieme: proteggere le persone dalla discriminazione concreta e lasciare che le idee — soprattutto quelle brutte e scomode — si consumino alla luce, dove possono essere contraddette. Quando invece trasformi ogni attrito in reato e ogni dissenso in contaminazione, ottieni due risultati: martiri di cartapesta e silenzi veri. E se tutto finisce “solo” con una multa non è una consolazione: significa che lo Stato punisce comunque, scegliendo la forma più presentabile per farti capire che la parola si paga.

Se Vasco Rossi se ne uscisse oggi con quel suo: «È andata a casa con il negro, la troia», il riflesso condizionato partirebbe: indignazione, richiesta di rimozione, e con buona probabilità anche una causa

Ma questi sono i tempi. Se Vasco Rossi se ne uscisse oggi con quel suo: «È andata a casa con il negro, la troia», il riflesso condizionato partirebbe: indignazione, richiesta di rimozione, e con buona probabilità anche una causa. Registreremmo un progresso per questo? Io dico che quando i codici entrano nella lingua — non per fermare un’aggressione, ma per regolare una frase — siamo in piena zona d’ombra, e l’aria si fa più vecchia.

E non è solo un futuro ipotetico: in Italia la rima è già entrata in tribunale. Il caso Fabri Fibra–Valerio Scanu è arrivato fino in Cassazione con un risarcimento (70.000 euro) per diffamazione legata a un testo. Il passaggio contestato puntava su un’allusione sessuale esplicita e su un’umiliazione subita da Scanu. Quando succede così, la scena capisce il messaggio anche senza proclami: la battuta costa, la provocazione costa. Il rischio è che alla fine resti solo la lingua prudente — quella che non offende nessuno perché non dice più niente.

Mi viene in mente una scena che non è neppure una scena: la battigia di Saint‑Tropez, il vento che fa disordine nei capelli, l’obiettivo che pretende di possederti e tu che, proprio per questo, diventi leggenda. E poi il ritiro: a 39 anni spegni la macchina, ti sottrai, scegli gli animali. Il mito di Bardot sta lì: nel corpo che non chiede permesso, nel flash che vuole ridurti a superficie, nella fuga che ti salva.

Allora faccio una cosa piccola e netta: spengo il flash. Chiudo lo schermo, tolgo volume a tutto, lascio solo la luce cruda della stanza. È il mio modo di dire che la libertà non si celebra, si regge. Si regge soprattutto quando è anche scomoda. Tenere insieme queste due cose è l’unica disciplina che valga: riconoscere la potenza di un’immagine che ha aperto immaginari e non farsi ipnotizzare dalla voce quando stona. 

La morte chiude la biografia. L’eredità resta aperta. Dà fastidio, e va bene così: la storia serve a questo, a tenerci svegli sotto una luce che arretra.

— 𝐀𝐫𝐢𝐬𝐭𝐞𝐚