ancora su LA FILOSOFIA DI LUCIO BATTISTI - il libro di Massimo Donà

ancora su LA FILOSOFIA DI LUCIO BATTISTI - il libro di Massimo Donà

Massimo Donà legge Battisti come decostruttore della forma-canzone. Il merito è portare questa tesi fino in fondo. Il limite sta nel rendere troppo lineare una vicenda fatta di strappi, ritorni e ripartenze.

Il destino più crudele per uno sperimentatore è diventare patrimonio sentimentale di tutti. Battisti l’ha pagato fino all’osso. Trent’anni di lavoro sulla forma sono finiti schiacciati sotto il peso del suo stesso successo.

Donà sottrae l’artista al culto sentimentale e lo riporta al lavoro sulla forma. Battisti avrebbe (ha) smontato la canzone dall’interno, un disco dopo l’altro, fino alla non-canzone finale. L'autore del libro chiama a sostegno della tesi DerridaHegelNietzsche. Forse troppo pensiero per una materia che chiede soprattutto orecchio. Ma il nervo è giusto: Battisti va cercato nel punto in cui smette di confermare l’immagine che il pubblico si era costruito di lui e torna a misurarsi con la forma-canzone, ormai diventata anche il luogo della sua neutralizzazione.

Battisti va cercato
nel punto in cui torna
a misurarsi con
la forma-canzone

Una canzone può raccontare una storia oppure può impedirle di chiudersi. 29 settembre, il brano dove tutto ha inizio, illustra il tradimento. Non tanto quello di lui a lei, secondo il testo. Ma del menestrello al canone consolidato del bel canto italico. La musica gira intorno al racconto invece di consegnarlo. Salta tutto ciò che tendeva a portare l’ascoltatore verso un centro riconoscibile: una strofa che prepara, un ritornello che scioglie, una memoria che fissa. Il centro vacilla dentro un’estraneità formale che spiazza e seduce. Battisti non aggiorna il pop italiano. Ne infrange la grammatica.

Anche il canto tradisce il patto. Arriva storta e graffiata, con una grazia tutta sua che diventa lingua. Viene dal soul senza imitarlo: la grana della voce non si limita a seguire la misura, la sposta e la mette in attrito con il tempo. L’errore non corretto diventa forma. Inimitabile. Non perché quello sia l’unico modo di cantare Battisti, ma perché nelle sue esecuzioni quella stortura entra nella scrittura stessa: non decora il brano, lo fonda.

La prima stagione è piena di questi scarti controllati — finali che non si chiudono dove dovrebbero, frammenti che si infilano nel formato senza chiedere permesso, falsetti che giocano con l’ambiguità dei ruoli protagonisti, canzoni che a volte sembrano due o tre miracolosamente tenute insieme tanto bene da sembrare unità. Battisti, però, resta cantabile. La canzone conserva una linea riconoscibile, anche se non arriva mai del tutto dove l’ascoltatore la aspetta. Tiene il pubblico dentro il brano e lo costringe a seguire una forma familiare che, però, è già cambio di direzione.

Anima Latina è
il primo varco vero.
Così è perché
così appare

Anima latina è il primo varco vero. Non aggiunge colore sudamericano a una formula. Cambia il principio: l’album non è più una collezione di brani, è un organismo che respira in un solo corpo. La canzone non scompare, perde il comando — non guida più il disco, ci naufraga dentro. Il cantato è meno cantabile del solito, l'ascolto si fa arduo e richiede più attenzione per decifrare il "senso". Così è perché così appare.

Dopo Anima latina, però, si attenua quella necessità interna che aveva spinto Battisti a forzare continuamente la canzone oltre il proprio equilibrio. Gli album seguenti (Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera, Io tu noi tutti, Una donna per amico, Una giornata uggiosa) sono eleganti, raffinati, a tratti felici. Ma la lingua comincia a riconoscersi troppo. Il rischio si ritira dove resta solo il mestiere. Quello che era urto diventa firma. Donà concede a Battisti il lusso del contraddirsi e di ritornare sui suoi passi. A noi, invece, proprio quel sospiro di sollievo che tirò il pubblico nel ritrovarlo nei suoi panni, desta uno sbadiglio. Con il nastro rosa, che sigilla per sempre il sodalizio storico, è forse il miglior brano dell'ultima tetralogia. Ma a parte il doppio ritornello che intercala le quattro strofe (2+2), se non siamo al perfetto ritorno all'ordine melodico tradizionale siamo dentro il solito Battisti.

Battisti ha attraversato
la forma, l’ha abitata
di nuovo, l’ha spinta oltre

E già riapre al rischioMogol è fuori, i testi portano la firma Velezia, pseudonimo della moglie Grazia Letizia Veronese, ma la mano di Battisti sembra troppo presente per archiviarli come faccenda altrui. Sono testi brutti — ingenui, rigidi — ma dentro quella povertà Battisti torna a esporsi. Sintetizzatori, sottrazioni, il corpo caldo della canzone che si secca. Non è ancora la non-canzone. Ma è un artista che ha smesso di fidarsi della propria formula. E un artista che non si fida più torna pericoloso.

Don Giovanni con Panella è (di nuovo, dopo Anima Latinasoglia, non oltrepassamento. Disco lucido, obliquo, ma ancora retto da un’architettura melodica che tiene banco. La parola si fa enigmatica senza ancora mordere. È l’anticamera, non la stanza.

Con L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza e Hegel, il comando si rovescia. La melodia non chiama più il testo dentro il proprio respiro: Battisti riceve da Panella un tracciato verbale già compiuto e lo veste di musica. Ne segue la metrica, gli inciampi, le torsioni sintattiche, i ritorni fonici. Non è più la parola a interpretare la musica, ma la musica a interpretare la parola.

La canzone resta come fantasma
ma il testo non confessa più
e la musica, vivaddio, smette
di emozionare i cuoricini vibranti

È qui che torniamo agli accordi con Donà. La non-canzone non è un’etichetta elegante per l’ultimo Battisti: è il nome di un limite finalmente superato. E superato definitivamente: senza ritorni. La canzone resta come fantasma — si sente ancora da dove viene — ma il testo non confessa più e la musica, vivaddio, smette di emozionare i cuoricini vibranti. Voce e parola non si cercano più per coincidere: si tengono in tensione dentro un oggetto non rinvenuto in natura.

Battisti ha mostrato che si può essere amati da tutti e lavorare contro la propria evidenza. Ha attraversato la forma, l’ha abitata di nuovo, l’ha spinta oltre. Resta da capire se una forma che non sopporta più sé stessa stia ancora cantando, o stia già dicendo qualcos’altro.

– Miro Renzaglia

𝗦𝗖𝗛𝗘𝗗𝗔 𝗟𝗜𝗕𝗥𝗢
𝗧𝗶𝘁𝗼𝗹𝗼: 𝘓𝘢 𝘧𝘪𝘭𝘰𝘴𝘰𝘧𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘓𝘶𝘤𝘪𝘰 𝘉𝘢𝘵𝘵𝘪𝘴𝘵𝘪
𝗔𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲: Massimo Donà
𝗘𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲: Mimesis
𝗟𝘂𝗼𝗴𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲: Milano-Udine
𝗔𝗻𝗻𝗼: 2025
𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲: 137
𝗣𝗿𝗲𝘇𝘇𝗼: euro 14,00
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