Ancora su ERRO ERGO SUM - la recensione di Giovanni Sessa su "Barbadillo"
È da poco nelle librerie, per i tipi di Solfanelli, un libro di Miro Renzaglia, Erro ergo sum (per ordini: edizionisolfanelli@yahho.it, 0871/561806). Si tratta di un volume intenso, emotivamente partecipato, testimonianza di quella che, tra i primi, nel secolo XIX, Kierkegaard definì comunicazione d’esistenza. Un forma del dire che non si rivolge al lettore anonimo della società di massa per blandirlo, per illuderlo, per farlo inginocchiare di fronte agli idola costruiti nel corso dei millenni dalla cultura logo-centrica prevalsa in Europa. Al contrario, mira a svegliarlo, a prenderlo per il collo, per sottrarlo al dominio della verità. Quelle dell’autore sono, in prima battuta, confessioni “ad alta voce”, un bilancio del proprio iter esistenziale e teorico essenzialmente centrato sull’elogio della vita nuda e del possibile. In esse, la pars construens è presentata in sintonica corrispondenza alla pars destruens. Come si evince dal titolo, bersaglio polemico è il notissimo motto cartesiano, cogito ergo sum.
Renzaglia mette in discussione: «che sia […] l’io a “pensare”; il quale (“io”), più verosimilmente, è un centro locale di raccolta di dati provenienti dal laboratorio chimico del corpo, dagli istinti e dalle sue sollecitazioni esterne che lo spirito del tempo gli dispiega intorno» (p. 6). Dall’assunto cartesiano sono discesi i dualismi di fondo (già presenti nel pensiero europeo a muovere dalla filosofia classica platonico-aristotelica) indotti dal primato del principio d’identità eleatico e dei suoi succedanei della non contraddizione e del terzo escluso. Tali presupposti logici hanno sostanziato di sé la vita e la storia, prima d’Europa e poi del mondo. Tra essi primeggia la dicotomia escludente di essere e nulla. Non è casuale argomenta Renzaglia, con persuasività d’accenti, che la domanda fondamentale leibniziano-heideggeriana: «Perché l’essere e non il nulla?» non abbia avuta una risposta plausibile. Si tratta, infatti, di una domanda mal posta, che sorge dal cuore della stessa metafisica classica, fondata sugli universali, l’idea e il concetto, come lucidamente intuì, nel secolo XX, il filosofo Andrea Emo. Intento dell’autore: «è testare la possibilità che, fra i poli dei composti binari, separazione e ostilità siano […] finzioni» (p. 6). Da questa affermazione si evince, in quattordici densi capitoli, quale sia la risposta di Renzaglia nei confronti del misterium vitae.
Come si evince dal titolo,
bersaglio polemico è il notissimo
motto cartesiano, cogito ergo sum
Di contro all’idolatria della “verità” concettuale, è necessario comprendere la valenza, in qualche modo anagogica, dell’ “errore”: «Prima dell’io venne l’errore» (p. 13). Adamo ed Eva sperimentarono il bene e il male, dopo aver mangiato la mela “proibita”. In realtà, li conoscevano già prima, in quanto Dio aveva imposto loro il divieto assoluto di cibarsi di quei frutti: «Quando sbagliare è inevitabile, l’errore andrebbe assolto» (p. 14), in forza del fatto che: «l’errore umano è verificabile. La verità di Dio no» (p. 14). Del resto, come aveva ben inteso l’Evola “idealista magico”, la verità non è che un errore affermato in modo forte, l’errore una verità affermata in modalità debole. In ogni caso, l’errore ha sempre rappresentato un momento essenziale lungo la strada del vero, uno stimolo imprescindibile atto ad alimentare la tensione conoscitiva, segnavia dell’autentico filo-sofo: «Solo la morte è infallibile. La vita è un errore dopo l’altro: possibilmente a scalare» (p. 15). Il vero filo-sofo è un eretico che: «vagabonda senza meta per insofferenza all’ortodossia del vivere che non concede spazio all’errore» (p. 16). In ogni ambito, il vero “peccato”: «è astenersi dal vivere per paura di sbagliare» (p. 17). Non è la morte a rappresentare l’inciampo della vita (Michelstaedter), l’aporia vive nella vita stessa, nella physis-mixis, nella quale “tutto è in tutto” realazionalmente, oltre le esclusioni colte dall’approccio concettuale.
L’essere è tempo, viviamo appesi a un eterno presente in cui si dà un principio-infondato, la dynamis, libertà-potenza-possibilità. Per questo: «Si agisce sempre e solo nel proprio kairós. Balla sul tuo ritmo. Tieni il tuo tempo» (p. 23), consiglia l’autore. Il conoscere dell’uomo, connaturato al nostro nascere, è tensione all’ordine, propensione a dar forma a un mondo caotico, espressione dionisiaca del principio vitale. Una lotta iperbolica, inconclusa, aporetica, significativa solo se si esprime in uno stile, come colse Benn. Lo seppero: «Democrito, Epicuro, Lucrezio. Poi Nietzsche. Quindi la fisica quantistica: materia-energia e campi come divenire senza fine ultimo: combinazioni che nascono e si disfanno; nessun regista» (pp. 28-29). Per tale ragione: «L’onnipotenza di Dio è un prestito letterario dalle potenzialità della vita» (p. 31). Il trinitarismo cristiano ha ritradotto in termini spiritualistici ed infedeli la triade di tempo, materia, vita alla quale è necessario nuovamente esporsi. La materia è mater che accoglie negli atti la dynamis che, si badi, solo in essi si dice, non vive in un altrove antecedente la natura. L’arte, l’azione poietica, s-determina le cose, trascrive l’origine che vive nel determinato. La poesia ha, nel profondo, tratto musicale, ritmico: il poeta si sottrae, nel processo creativo, alla logica della significazione e libera da essa gli stessi fruitori dell’opera: «Accade in teatro, in musica, in pittura […] la poesia potrebbe anche essere danzata» (p. 39).
L’arte, l’azione poietica,
s-determina le cose,
trascrive l’origine
che vive nel determinato
Dalla constatazione della centralità del corpo e dalla convinta “fedeltà alla terra”, Renzaglia pronuncia un sì fermo nei confronti del piacere. Come l’errore, il piacere, indotto da Eros, potestas connettiva, è momento saliente della nostra tensione, sempre insoddisfatta, alla persuasione: «C’è un eros che non cerca corpi: cerca nessi […] senza desiderio il sapere è contabilità» (p. 49). Amare l’errore vuol dire esporsi al perpetuo incipit vita nova, essere aperti al cambiamento, divenire davvero assoluti, svincolati dalla gabbia dell’io: «Ama la vita come te stesso, anche quando ti tradisce. Smetti di amarla quando ti chiede di viverti da morto» (p. 51).
È del tutto evidente che, considerazioni di tal fatta, inducano Renzaglia a guardare oltre le attuali contingenze storiche connotate dal debito usuraio generalizzato, dalla colonizzazione dell’immaginario individuale e collettivo da parte della Forma-Capitale. Egli legge la storia alla luce della lezione di Cioran: «La storia […] insegna all’uomo come ripetere sempre gli stessi errori» (p. 57). Si interroga sulla possibilità della vita oltre lo Stato e la governance e guarda con interesse, memore di Jünger, alla leggera cornice di uno stato globale atto a riaprire spazi: «autonomi a comunità e individui» (pp. 71-72). In tema, forse, siamo meno ottimisti, ma condividiamo quanto Egli sostiene a proposito della “Tradizione”. Essa non consiste semplicemente nella trasmissione dell’identico, ma ha inscritta in sé la possibilità del “tradimento”: «Bisogna fare in modo che la fedeltà non diventi una galera» (p. 74). Erro ergo sum è, pertanto, libro di un “infedele” (per noi l’aggettivo ha valenza positiva), che cerca tracce e lacerti dell’errante“verità”.
– Giovanni Sessa

𝗦𝗰𝗵𝗲𝗱𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗼
𝗧𝗶𝘁𝗼𝗹𝗼: Cane sciolto. Il nero muove e perde
𝗔𝘂𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲: Miro Renzaglia
𝗘𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲:Passaggio al bosco
𝗔𝗻𝗻𝗼: 2021
𝗣𝗮𝗴.: 162
𝗣𝗿𝗲𝘇𝘇𝗼: € 9,50
𝗔𝗰𝗾𝘂𝗶𝘀𝘁𝗮: QUI